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L’elaborazione del lutto su TikTok

Negli ultimi anni su TikTok si è fatto notare un nuovo trend: l’elaborazione del lutto tramite un nuovo linguaggio. Piangere la morte di qualcuno da fatto privato diventa performance digitale, costruita con la cura di un content creator. Ma si tratta di un trend grottesco o un nuovo palliativo?

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«Tre anni fa mia cugina ha fatto il trapianto di midollo che avrebbe dovuto curare la sua aplasia midollare, una malattia benigna». La voce, dolce e distesa ma con una nota angosciosa, è quella di una ragazza poco più che quattordicenne, in voiceover su un video del suo profilo TikTok. 197 mila follower. «L’ultima sera prima del ricovero ha organizzato una cena da McDonalds con tutti i suoi amici più cari per essere spensierati. Quando mi ha riaccompagnata a casa mi ha promesso che ci saremmo riviste e mi ha abbracciata fortissimo». Scorrono immagini di loro due, sorridenti. Perlopiù video canonici da TikTok: cantano doppiando le canzoni e ballano insieme, per strada o in salotto. «Ha dovuto fare un ciclo di chemio per depurare il midollo. Mi è dispiaciuto quando ha perso i capelli, si era fatta un nuovo taglio che le stava benissimo». Seguono alcune foto e video dalla stanza d’ospedale, lei a letto e col camice. Prima ancora sorridente, poi un video in lacrime. «Purtroppo il trapianto non è andato a buon fine perché il midollo della donatrice era povero di cellule utili, e l’operazione ha portato a un’emolisi massiva e cedimento di tutti gli organi». 260 mila like. 

Non è un caso isolato: da qualche anno su TikTok ha fatto la sua comparsa un nuovo trend, «Ha dovuto fare un ciclo di chemio per depurare il midollo. Mi è dispiaciuto quando ha perso i capelli, si era fatta un nuovo taglio che le stava benissimo». Ma niente più gesti rituali, processioni funerarie, feste d’addio. Semplicemente mostrare a tutti gli utenti raggiungibili la propria perdita, affidandosi all’algoritmo che la mostra a chi ne ha vissuta una simile. 

La morte nell’era digitale: dalla tradizione alla post-modernità

La ricerca conferma: i social media cambiano il nostro modo di vivere una perdita. Sono stati ipotizzati tre tipi di morte: tradizionale, moderna e postmoderna. Nella prima il lutto è pubblico e vissuto all’interno di una comunità; nella seconda è privato e si confina in spazi precisi come casa, ospizi, cimiteri e ospedali, mentre nella morte postmoderna sfera privata e pubblica si confondono e sovrappongono. Avevamo già dedicato ampio spazio alla trattazione della morte nella nostra società in un altro articolo per Scomodo.
Dalla rivoluzione industriale e nel corso del XX secolo gli anziani sono la fascia di popolazione più soggetta a morire e chi vive il lutto è vedovo o un figlio adulto che abita altrove. Nella morte moderna c’è quindi frammentazione nella rete sociale di chi è in lutto: le persone care lo supportano ma non conoscono il defunto, non condividono il dolore e l’esperienza rimane privata. Lo sviluppo tecnologico ci porta però al concetto di morte postmoderna.

In alcuni casi, una persona è sui social prima ancora di nascere, come quando un genitore pubblica le foto dell’ecografia durante una gravidanza. I contenuti arrivano a una platea indistinta, formata però da due gruppi. La teoria dei legami forti e deboli del sociologo Mark Granovetter, in cui i primi sono familiari, amici stretti e colleghi mentre i secondi sono conoscenti, si verifica anche nel mondo dei social media. Nel “digitale”, i legami forti sono gli amici intimi, sia online che offline, che sono importanti nella vita della persona in lutto; i legami deboli invece rappresentano un insieme di persone con vite e reti sociali diverse che non sanno del lutto finché non lo leggono sui social media. Nel mondo postmoderno tutti i follower sono sullo stesso piano di ricezione delle informazioni. In più, la socializzazione avviene da casa, nasce per interessi (non più per esperienze) in comune e resiste ai cambiamenti della vita dell’individuo, perché non c’è un limite fisico o geografico. A distanza, viene meno anche il muro di imbarazzo dato dall’esprimere le proprie emozioni davanti a qualcuno.    

Sdoganare le barriere fisiche porta a un’espansione dei processi sociali e del racconto della propria vita, estendendo anche il lutto e la discussione sul defunto a una comunità più ampia. Gli amici degli amici della persona in lutto vengono a sapere della perdita grazie a un aggiornamento su social media, “contribuendo a far entrare il lutto in spazi dove normalmente non ci aspettiamo di vederlo” e dando luogo a una non-privacy interpersonale. È da questi meccanismi che nascono spazi commemorativi digitali dove il lutto si manifesta pubblicamente e a volte si indirizza l’interazione al defunto stesso. Cresce anche la tendenza a curare la propria identità digitale post-mortem, come per l’app “If I Die” che permette di creare un video o un messaggio da pubblicare in caso di morte. La pandemia ha amplificato il fenomeno anche perché non era fisicamente possibile recarsi a un funerale o esprimere cordoglio di persona.

Secondo alcuni ricercatori, rivolgersi ai social media quando si ha un lutto aiuta a dare un senso alla morte e a evitare di rendere l’esperienza isolante. Il motivo più diffuso di condivisione online sembra il bisogno di mantenere in vita il defunto nel presente e risponde alla domanda di dove mettere i propri pensieri e sentimenti dopo la perdita di una persona cara. È un modo di contrastare la perdita e mitigare il dolore. In più, sostituisce gli oggetti che rappresentano tradizionalmente il lutto, come le lapidi, con spazi virtuali interattivi.     

L’annuncio diventa una performance che va al di là della semplice comunicazione ed è stato studiato che ha diverse funzioni e regole tacite. In una ricerca del Dipartimento di Informatica dell’Università della California si fa un’analogia tra un lutto social e un’opera teatrale: ci sono un backstage (sfera privata, espressione di sé e volontà di supporto per il lutto) e un frontstage (sfera pubblica e palco dei social media) che si uniscono. La volontà di “esporre” la morte è quasi un tentativo di trasgredire la divisione tra spazio pubblico e privato. La condivisione online è sia pubblica che privata, in conflitto e al tempo stesso in linea con il principio social della condivisione.

La ricerca del sublime

L’assenza generata da una persona è un fatto intimo che dovrebbe rimanere riservato. Perdere una persona cara significa  perdere un pezzo del proprio universo emotivo. Eppure, perché tiktoker, influencer, celebrities intervistate nei podcast, ma anche utenti comuni sentono il bisogno di esporre i propri lutti alla platea generalizzata e spesso non selezionata che forniscono i social?

Eppure, le cose stanno cambiando. Anche Umberto Galimberti parla di questa nuova tendenza, definendola “pubblicizzazione dell’intimità”.
Nella società consumistica contemporanea solo le merci adeguatamente pubblicizzate possono essere prese in considerazione. Si propaga dunque un discorso culturale per cui l’esserci, avrebbe detto Heidegger, è apparire, e tutti, pur di esistere nel mondo virtuale, mettono in mostra la loro interiorità.

Il fenomeno social non ha fatto altro che acuire un costume già presente coi primissimi reality show. Se in quel caso si trattava di  vip, Facebook e Instagram prima e TikTok poi, hanno dato a tutti questa possibilità, favorendo la nascita di un modo univoco per comunicare i sentimenti, fino ad arrivare anche a un nuovo modo per affrontare il lutto. Per capire nello specifico come questo sia successo, bisogna cercare la risposta dall’altro lato dello schermo, su chi guarda quasi con passione voyeuristica gli altri spogliare la propria sfera emotiva.

Il mondo dei social media è sempre più sbilanciato verso la ricerca di esperienze sublimi, nel senso letterale della parola cioè “sul/oltre il limite” che ci lascino stupefatti e senza parole. 

Ciò che ci respinge al contempo ci attrae: esperienze forti, come la morte, l’assenza, la violenza ci spaventano ma ci lasciano anche stupefatti dalla  loro vastità,  approcciate da una distanza di sicurezza come quella garantita dallo schermo. Gli psichiatri chiamano questa esperienza stato di “awe” – un senso di smarrimento derivante da un misto di repulsione e curiosità.
Il video di una ragazza di sedici anni che ci racconta in un video di un minuto la morte della cuginetta, può apparirci assurdo; eppure nasce per contenuti simili un’attrazione morbosa.   Si tratta di quelli che lo psicologo Van Gennep ha definito stati liminali, ossia momenti di rottura della continuità dell’ordinarietà. La ricerca spasmodica di contenuti liminali incontra così la contemporanea spettacolarizzazione del privato, generando un cortocircuito che è prima di tutto etico.  il lutto e il mondo che lo circonda è trasformato in una specie di carnevale, un’esperienza rovesciata cioè, dove ciò che dovrebbe essere mantenuto nel riserbo è esposto e il limite che dovremmo rispettare nel dolore altrui è costantemente superato. 

Sovrapposizione di registri

Quello che distingue il nuovo trend su TikTok da altre forme di lutto online è l’indiscriminata sovrapposizione e commistione di registri. Titolo del video: Vi porto con me in una giornata di lutto. Una ragazza parla della sua visita alla zia, malata terminale, ma lo fa  in un tipico video di racconto dei pasti e dei passatempi della giornata, inframmezzando la corsia d’ospedale con una barretta energetica, il cambio di stagione e lo yogurt magro. Qui si può intravedere un altro senso in cui la morte è “postmoderna”: oltre alla barriera tra vissuto intimo, privato ed esposizione pubblica, crolla anche quella tra linguaggi preposti a scopi determinati, con una loro appropriatezza contestuale. Ne La condizione postmoderna, Jean-Francçois Lyotard sostiene che nelle società informatizzate la comunicazione tende a ibridare sempre di più tra loro i “giochi linguistici”, cioè le pratiche comunicative. I limiti tra i discorsi permangono a stento solo quando tenuti saldi da un’istituzione. La  tiktoker  adotta un linguaggio visuale e narrativo, sul lato del montaggio come su quello del racconto a voce, che è il linguaggio tipico dei contenuti di svago degli utenti TikTok, ma anche dell’influencer marketing congegnato per la piattaforma: mostrare con leggerezza e spontaneità la propria routine quotidiana e mettere bene a fuoco i prodotti che si consumano in certi momenti della stessa. L’inserimento del lutto in questo flusso, come una tra le attività quotidiane, lascia spiazzato chi guarda e crea straniamento. È l’effetto immediato della percezione di una dissonanza tra contenuto emotivo e registro del discorso, l’uno addolorato e tetro, l’altro spensierato e vivace. Il contrasto stride fino a sfociare nel grottesco. Potrebbe quasi essere arte concettuale, se non fosse caricato su internet in modo totalmente innocente, privo di qualsivoglia intenzione artistica.

 

Una conseguenza di questa sovrapposizione di registri è l’impressione dell’equivalenza di ogni piano del discorso. Nell’economia del racconto della giornata, il lento consumarsi del corpo di un parente stretto ha un significato pari alla barretta multiproteica. O meglio, è chiaro che il significato personale è diverso, ma il contenitore stilistico del video equipara tutti i suoi contenuti, anche quelli di che di norma, in altri tipi di conversazione con altre regole, non si toccherebbero mai. C’è un rischio in questi giochi comunicativi  per la profondità e lo spessore con cui parliamo di momenti cruciali della vita umana. Parlare del lutto serve a conferirgli significato, quindi elaborarlo: il rischio potrebbe essere che facendo sfumare le differenze tra i modi in cui parliamo del lutto e dell’ultimo jeans che abbiamo comprato, le nostre parole perdano il peso che hanno per noi, via via amalgamandosi in un chiacchiericcio, un rumore di fondo che mette capo alla perdita della capacità di dare significato ai traumi. Il rischio è finire in quel Rumore bianco che dà il titolo al capolavoro di Don DeLillo, altro maestro del postmoderno, i cui protagonisti, a cuor leggero, paragonano la vita di Hitler a  quella di Elvis, senza filtri né distinzioni, con la stessa naturalezza con cui in TV si avvicendano le immagini di una catastrofe naturale da migliaia di morti e le televendite. Nel romanzo era la vertigine causata dalla paura della morte a mettere i personaggi di fronte alla perdita di significato dei loro discorsi. Qui invece sembra la morte la prima ad esserne investita.  

 

Tuttavia, chiedersi se TikTok e i suoi linguaggi siano un mezzo giusto o sbagliato per parlare di un lutto è poco utile, da una prospettiva esterna. Questi sono linguaggi incomprensibili solo se li si guarda dall’esterno. Siamo noi a decidere se ci troviamo a nostro agio in certi mezzi e modi di raccontarci, sperimentandone di diversi. Forse per un’intera generazione raccontare della morte dell’amica o del tumore dalla zia tenendo come sottofondo i loro balletti non è né grottesco né di cattivo gusto, ma perfettamente normale. L’’impatto a tratti disturbante su un utente poco avvezzo a quei modi di esprimersi non è paragonabile al conforto che viene tratto dal postare contenuti del genere. ‘Cuore ti sono vicina’; ‘Angelo’; ‘Un abbraccio grande <3’. Decine sono i commenti da perfetti sconosciuti, che evidentemente stringono le maglie di una rete di supporto che gli ambienti familiari, sociali, men che meno religiosi non sono più in grado di fornire. Quel che è certo è che siamo di fronte a una trasformazione culturale: tramonta un repertorio di azioni e simboli da usare per attraversare il lutto. Si rendono necessari nuovi modi per capire che farsene di tutto il peso che lascia dietro qualcuno che scompare. 

di Gioia Maurizi (Gioia Maurizi),Giacomo Perrucchio (Giacomo Perrucchio),Davide De Gennaro (Davide De Gennaro)

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