Il purgatorio privo d’identità delle seconde generazioni

Secondo i dati ISTAT, i minori di seconde generazioni in Italia risultano essere un milione e 316 mila, numero cresciuto esponenzialmente nel corso degli ultimi due decenni e destinato ad aumentare ancor di più nel prossimo futuro. Per quanto la presenza sul territorio italiano di figli di stranieri nati nel nostro paese stia divenendo un fenomeno di sempre maggiore importanza, la legislazione in merito non viene aggiornata dal 1992. 

In questo contesto legislativo, i giovani di seconda generazione migratoria vengono totalmente abbandonati a loro stessi, considerati stranieri fino al compimento dei diciotto anni e, anche in seguito al conseguimento della cittadinanza, mai pienamente accettati dal resto della popolazione. Senza un forte intervento da parte del Governo, le seconde generazioni dei figli di stranieri nati in Italia rischiano di scivolare all’interno di un limbo identitario e di staccarsi dal tessuto sociale di questo paese, rappresentando un corpo sociale privo di rappresentanza  ma sempre più numeroso. Uno scenario che le forze facenti parte dell’attuale arco costituzionale italiano devono impegnarsi profondamente affinché non diventi realtà.

Una legge non al passo con i tempi

La legge che regola l’ottenimento della cittadinanza italiana per i figli di stranieri nati in territorio è la legge n. 91 del 5 Febbraio 1992, fortemente voluta dall’esecutivo di governo guidato dall’Onorevole Giulio Andreotti. Quella sulla cittadinanza appare come un cortocircuito rispetto al resto dell’apparato legislativo italiano riguardante l’immigrazione straniera: se le leggi che regolano l’ingresso e il mantenimento degli immigrati sul suolo nazionale sono le prime ad essere modificate nei primi mesi di azione dei nuovi esecutivi, questo specifico passaggio fondamentale risulta invariato fin dalla sua data di pubblicazione nella Gazzetta ufficiale. Un’anomalia segnalata in maniera incessante nel corso dei ventotto anni passati, sia dagli esperti del settore che soprattutto da parte dei reali fruitori di questa legge, ossia gli appartenenti al gruppo delle seconde generazioni, che aumentano sempre più di numero e che sempre più soffrono una legge non al passo con i tempi.

Per capire perché la legge del ’92 ad oggi risulti totalmente inefficace, bisogna analizzare il contesto storico nel quale questa è stata ideata, osservando con particolare attenzione i flussi migratori che stavano interessando il nostro Paese in quel periodo. Il 1992 rappresenta infatti un punto di svolta per il nostro Paese nei riguardi dell’immigrazione straniera, poiché sono proprio gli anni ’90 il primo momento in cui la presenza straniera, soprattutto delle seconde generazioni, inizia a divenire un fattore importante per il nostro paese. Un decennio che si apre con i flussi dall’Est Europa “liberati” dalla caduta della “cortina di ferro” e i tragici eventi che vedono protagonista la popolazione albanese che cerca di raggiungere le coste italiane nell’estate del ’91, che raggiungono il culmine nel confinamento dei passeggeri del mercantile Vlora all’interno dello Stadio della Vittoria di Bari in attesa del rimpatrio forzato.

Questi avvenimenti fanno aprire gli occhi al Governo Andreotti VII sulla necessità di riformare la legislazione italiana in ambito migratorio. Nel 1990 il precedente Governo Andreotti (il VI) si era già reso infatti protagonista della stesura della prima legge della storia repubblicana italiana che riguardasse direttamente l’immigrazione straniera in Italia, la Legge Martelli. La questione delle seconde generazioni, che all’epoca ancora pareva poco impellente da affrontare da parte del Governo e per questo esclusa dalla Legge Martelli, venne affrontata solo nel 1992, mentre l’esecutivo Andreotti VII cadeva sotto la scure dell’inchiesta “Mani Pulite”. Da quel momento in poi, la legge per l’ottenimento della cittadinanza italiana non è più stata modificata, anche se il contesto migratorio che vede protagonista il nostro Paese è profondamente cambiato. In un decennio infatti la popolazione straniera è passata da un milione e trecentocinquantamila a ben quattro milioni e mezzo.

Ad esser cambiata non è solo la presenza numerica, ma anche la composizione geografica degli attuali flussi migratori che interessano il nostro paese. Questi cambiamenti sono sotto gli occhi di tutti, meno che dei vari governi che si sono susseguiti nel corso degli ultimi ventotto anni, per i quali apparentemente è lecito modificare l’apparato legislativo in ambito migratorio tranne nel momento in cui è necessario rivedere la legge che permetterebbe alle seconde generazioni di ottenere la cittadinanza italiana. Dal 1992, i parametri sono sempre gli stessi: al compimento dei diciotto anni di età, nel caso in cui venga comprovata la residenza continuativa sul territorio nazionale e alla fine di una lunga trafila burocratica, la cittadinanza italiana viene concessa ai figli di stranieri nati sul suolo italiano.

Le stesse seconde generazioni hanno cercato di spingere la classe politica a cambiare la legge del 1992 tramite l’istituzione della Rete G2 nei primi anni 2000 e il movimento “L’Italia sono anch’io” nel 2017, ma le speranze di ambo le esperienze si sono scontrate con il totale disinteresse mostrato dalla classe politica dirigente, che ha provocato il naufragio di entrambe le iniziative.

Residenza continuativa o violenza identitaria?

L’inattualità della legge del 1992 si rivela in un aspetto fondamentale del suo testo, ossia l’obbligo di residenza per il figlio di stranieri nato in Italia per i primi diciotto anni di età, come citato nell’articolo 4. Ciò, ad esempio, impedisce un periodo di soggiorno prolungato nel paese che ospita le sue radici (magari in visita a dei parenti rimasti in patria), pregiudicandone la libertà di movimento. 

Per tutta la durata di questi diciotto anni di permanenza, le istituzioni italiane non riconoscono le seconde generazioni come italiani, ma come stranieri. Ad uno sguardo superficiale, si potrebbe argomentare che il riconoscimento avviene, a ragione, in concomitanza con l’inizio dell’esercizio del diritto di voto. Tuttavia, si sta così prendendo in considerazione solo una delle dimensioni della cittadinanza, quella inerente alla partecipazione politica, mentre vengono lasciate fuori le altre due: quella giuridica (titolarità di diritti) e quella psicologica (identità e sentimento di solidarietà). Viene dunque negata per un lungo periodo di tempo alla seconda generazione la piena appartenenza alla comunità: cittadino è colui che è “visibile”, che si manifesta assieme agli altri membri della comunità nello spazio pubblico. Colui che è ancora senza diritti invece è “invisibile”. 

Il fatto che per acquisire i benefici che accompagnano lo status di cittadinanza nelle sue molteplici dimensioni vengano richiesti periodi di soggiorno stabile così lunghi, è indice della volontà sistemica di legare indissolubilmente l’individuo alla nazione, prima di accettarlo a pieno titolo nel corpo sociale. La cittadinanza moderna nasce storicamente come cittadinanza nazionale, e i diritti individuali come la democrazia liberale si sono sviluppati parallelamente allo Stato-Nazione. Tuttavia, globalizzazione e post-modernità rendono non più sufficiente tale paradigma, poiché i grandi movimenti di persone attraverso i confini fanno sì che società, ordinamento giuridico-politico e “nazione” non siano più perfettamente sovrapponibili. Lo schema di pensiero che permea ormai l’opinione pubblica a tutti i livelli, dai vertici istituzionali alla base popolare, e si concretizza nella legge e nei modi in cui viene applicata è una assolutizzazione della differenza tra orientamenti culturali di stranieri e italiani: le differenze non vengono considerate nella loro dimensione processuale, ma vengono essenzializzate, ovvero concepite come qualcosa di immutabile. 

Questo pregiudizio culturale congenito è lo strumento attraverso cui si rivendica, più o meno apertamente, l’adesione a un modello di società isolazionista in cui i gruppi “etnici” devono permanere separati, in virtù di differenze culturali totalizzanti, incomunicabili, e non armonizzabili. Ma a tali differenze culturali spesso corrisponde una titolarità diversa nell’accesso alle risorse disponibili. Le seconde generazioni dei figli di stranieri è proprio l’elemento che mina le fondamenta di questa impalcatura ideologica: con la loro nascita l’immigrazione perde la sua connotazione di status temporaneo assumendo caratteri più decisi di radicamento e di stabilità. L’immigrato non è più solo in transito (quindi facilmente isolabile), ma ricerca il riconoscimento sociale: un riconoscimento che viene concesso dallo Stato, a patto che vi sia l’assoluta certezza che il/la possibile nuovo/a cittadino/a sia pienamente iscritto all’interno del contesto sociale italiano, anche a costo di limitarne la libertà di movimento e di forzarne l’italianizzazione. Un patto che molti membri delle seconde generazioni sono anche disposti a siglare, ma che nella quasi totalità dei casi non permette di vedersi riconosciuti appieno come Italiani dal resto della popolazione italiana.

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Invertire la rotta per contrastare il ghetto identitario

La seconda generazione dell’immigrazione rischia di essere sempre fuori posto, diversa ovunque anche nel Paese in cui è nata e cresciuta, anche parlando perfettamente italiano. È necessario guardare i figli di immigrati con occhi diversi, leggere le loro storie, per educarsi e per superare un razzismo che si infiltra nella nostra quotidianità al punto da sembrare invisibile.

Secondo le stime dell’Istat risalenti al 2017, l’Italia appare il Paese che maggiormente tra i Paesi UE concede la cittadinanza. Occorre tuttavia porre un accento su quanto tali dati siano fedeli alla reale situazione italiana ed europea e chi siano effettivamente i nuovi cittadini italiani. L’Italia si posiziona al primo posto per il numero di cittadinanze concesse a partire dal 2015. I dati cambiano se si va ad osservare un periodo di tempo più esteso: infatti dal 2006 al 2017, l’Italia ha concesso un totale di un milione e centotrentottomila nuove cittadinanze italiane a cittadini stranieri, partendo da un minimo di trentacinquemila nel 2006. D’altro canto gli altri Paesi europei hanno registrato negli stessi anni numeri ben più alti rispetto al caso italiano, ancora soggetto ad una legge sulla cittadinanza tra le più restrittive in Europa: nello stesso arco di tempo sopra citato la Germania ne ha date un milione e trecentomila (il 13,6% in più dell’Italia), la Spagna quasi un milione e quattrocentomila (il 18,3% in più), la Francia più di un milione e quattrocentomila (il 21,8% in più)  e il Regno Unito quasi due milioni  (il 41,3% in più). 

Nella scorsa Legislatura è stata presentata la legge per l’introduzione dello “ius soli temperato” (per distinguerlo dallo “ius soli puro” in vigore negli Stati Uniti) con la quale un bambino nato in Italia diventerebbe automaticamente italiano nel caso almeno uno dei due genitori si trovi legalmente in Italia da almeno cinque anni. Il disegno di legge prevede inoltre un altro criterio, lo “ius culturae”, grazie al quale quasi un milione di minori nati o residenti in Italia e figli di immigrati arrivati entro i dodici anni di vita, che abbiano concluso almeno un ciclo scolastico, otterrebbero la cittadinanza italiana. E ancora, acquisterebbero automaticamente la cittadinanza anche i minorenni stranieri che non avrebbero potuto ottenerla perché non hanno rispettato il vincolo della residenza continuativa in Italia fino al diciottesimo anno di età.  A questo proposito è importante infatti osservare il caso speciale riconosciuto nell’art. 4, secondo il quale lo straniero i cui genitori o ascendenti in linea retta sono stati cittadini italiani per nascita, ha diritto a richiedere la cittadinanza italiana se al raggiungimento della maggiore età risiede legalmente sul territorio italiano da almeno due anni, e se dichiara, entro il diciannovesimo anno di età, di voler diventare cittadino italiano. La disparità di tali normative appare infatti lampante, in quanto, secondo le stime, al momento dell’eventuale approvazione della legge dello “ius soli temperato”, si tratterebbe di circa seicentomila potenziali nuovi cittadini attivi e integrati sia a livello sociale che culturale.

Un’ultima fondamentale svolta del Ddl 2092 riguarderebbe infine la questione della cittadinanza per naturalizzazione. Per quest’ultima la legge prevede che, anche lo straniero che è arrivato in Italia tra il dodicesimo e il diciottesimo anno di età avrebbe diritto alla concessione della cittadinanza italiana, previa richiesta, se risiede nel Paese da almeno sei anni e se ha completato almeno un ciclo scolastico o un percorso di istruzione. Secondo una stima fatta dall’Istat, tra “ius culturae” e nuova naturalizzazione, al momento dell’approvazione della legge si tratterebbe di centosettantottomila nuovi cittadini, e di circa diecimila persone per ogni anno a venire.

Tuttavia, la Legge non è riuscita ad ottenere l’approvazione del Senato, nonostante la grossa maggioranza ottenuta nella Camera dei Deputati il 13 ottobre 2015. A distanza di cinque anni possiamo chiaramente sostenere che lo “ius soli”, con le sue larghe prospettive di integrazione e nonostante i molteplici sondaggi a favore anche negli anni a venire, è stata accantonata e mai più ripresentata nemmeno dai deputati dei partiti dell’opposizione come il Pd, LeU o Più Europa. Che cosa preclude dunque l’assenza di una legge che renderebbe italiani un milione di giovani residenti e/o nati sul suolo italiano?

Tra i tanti vantaggi che tale legge, e soprattutto il criterio dello “ius culturae”, consentirebbe, troviamo l’attuale impossibilità per i cittadini extracomunitari di ottenere il rilascio della dichiarazione di equipollenza, ossia quel procedimento con cui un diploma ottenuto all’estero viene dichiarato corrispondente ad un titolo conseguibile in Italia. Questo diritto assicurerebbe la validità e il riconoscimento del diploma sul territorio nazionale e di conseguenza anche la possibilità di partecipare a concorsi pubblici, oltre a contrastare efficacemente il fenomeno della sovraistruzione della manodopera straniera, assai diffuso all’interno del contesto lavorativo italiano. 

Per quanto questi vantaggi siano palesi dinanzi agli occhi di cittadini ed esperti, l’istituzione statale non sembra intenzionata in alcun modo ad agire per cambiare la situazione: il governo italiano continua a fare forza unicamente su due fattori per concedere la cittadinanza, ossia sangue e suolo. Elementi che fanno parte di un’idea di sentimento nazionale oramai totalmente anacronistica, ma ai quali lo Stato si aggrappa ancora oggi con forza, arrivando a negare dei cambiamenti che appaiono logici agli occhi di buona parte della comunità sociale nazionale. Forse questa decisione deriva dalla paura da parte dello Stato di affrontare i cambiamenti profondi che sta attraversando la nostra società, ma risulta comunque impossibile accettare che questo timore non permetta di riconoscere i limiti dell’attuale legislazione e a considerare l’importanza capitale dell’istruzione all’interno del processo integrativo delle seconde generazioni. In tutto questo, le seconde generazioni dei figli degli stranieri nati in Italia vengono abbandonati a loro stessi, confinati in un limbo identitario e abbandonati da uno stato che apparentemente non prova nessun interesse ad inserirli all’interno del proprio tessuto socio-politico.

 

Questo testo è un estratto di un articolo più ampio che si può leggere sull’edizione di Scomodo n.34 che puoi trovare qui.