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Le risposte di Eni sulla decarbonizzazione sono ancora troppo vaghe

Com'è andato il primo intervento di azionariato critico di Scomodo

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Il 12 maggio 2021 si è tenuta l’Assemblea ordinaria degli azionisti di Eni SpA. Grazie al supporto di Fondazione Finanza Etica (titolare di 80 azioni), Scomodo insieme a Greenpeace Italia e Re:Common, ha potuto porre una serie di domande al Consiglio di Amministrazione di Eni, in merito – tra le altre cose – ai rapporti con territori a rischio come Gela e la Val d’Agri, agli investimenti in Indonesia e al piano di decarbonizzazione. Si tratta della prima azione di azionariato critico nei confronti del Cane a sei zampe a cui Scomodo partecipa.

 

Dichiarazioni evasive

Fra le domande inviate a Eni – le cui risposte sono integralmente consultabili qui – la redazione di Scomodo ha chiesto quanto la multinazionale italiana ritenesse il gas centrale come «fonte energetica per attuare la transizione ecologica». Secondo l’azienda, è stata la risposta, «il gas svolgerà un ruolo chiave nella transizione energetica per compensare l’intermittenza delle rinnovabili e garantire la sicurezza e il bilanciamento dei sistemi elettrici su scala globale». Mauro Meggiolaro, responsabile per le attività di engagement di Fondazione Finanza Etica, spiega a Scomodo che quanto affermato da Eni è in netta contraddizione con gli obiettivi di una reale decarbonizzazione: «l’obiettivo di Eni – chiarisce Meggiolaro – è aumentare la produzione fino al 2025 di idrocarburi, per poi raggiungere un plateau e infine sostituire progressivamente il petrolio col gas. Eni ha sempre sbandierato il gas come fonte che aiuta l’abbattimento di emissioni. Noi apprezziamo questa graduale sostituzione ma abbiamo fortemente criticato il fatto che Eni fino al 2025 aumenti la produzioni di idrocarburi». Al contrario «bisognerebbe iniziare ora a diminuire la produzione». Sembra che Eni stia – letteralmente – continuando a buttare benzina sul fuoco, nonostante il riscaldamento globale necessiti di azioni concrete subito. «Eni – conclude Meggiolaro – sta procrastinando impegni (come altre aziende petrolifere), concependo il gas come la risposta a tutti i mali. Non è questa la soluzione, dovremmo avere maggiore capacità di investimento sul rinnovabile».

Inoltre, sottolinea ancora Meggiolaro, molte risposte della major petrolifera in materia di abbattimento delle emissioni di CO2 sono ancora troppo vaghe. «Eni fa riferimento, in particolare, all’idrogeno blu per la riduzione delle emissioni e dell’intensità carbonica dei suoi prodotti. Pertanto è possibile che una delle tecnologie che Eni intende utilizzare sia questa, anche se non c’è stata una dichiarazione esplicita. Sull’idrogeno blu noi però abbiamo forti dubbi, viene prodotto dal gas fossile e si basa sullo stoccaggio della CO2. Una tecnologia che secondo noi non è così matura da poter essere usata su larga scala; inoltre è anacronistica, esiste già da un secolo ed è comunque di derivazione fossile. Sarebbe più opportuno puntare sull’idrogeno verde, ancora in fase di sviluppo ma basato sulle energie rinnovabili. Lì si devono concentrare gli investimenti».

La stessa vaghezza caratterizza le risposte di Eni circa lo sviluppo dell’economia circolare. Su quale modello di energia circolare e sulle tecnologie ad esso legate la società «è molto vaga, perché afferma – non potendo sapere come sarà orientato il mercato fra 15-20 anni – di voler mantenere la necessaria flessibilità. Il ragionamento è corretto, ma noi già l’anno scorso abbiamo chiesto di elaborare vari scenari, come fanno tutte le aziende per la loro strategia a lungo e lunghissimo termine. Invece al momento Eni tiene aperto ogni scenario». Il Cane a sei zampe sembra puntare molto sulla raccolta di scarti agricoli per favorire l’economia circolare. «Questo richiede una raccolta capillare» evidenzia Meggiolaro, pertanto Eni dovrebbe attuare «una trasformazione radicale del modello di business». Sarà possibile raccogliere tutti questi scarti dalle aziende agricole? Quali problemi potrebbero derivare dal comprare gli scarti sul mercato? «Su queste specifiche questioni Eni non risponde» chiosa Meggiolaro: «siamo di fronte a scenari sicuramente interessanti e possibili ma non ci viene data la misura sufficiente per renderli più concreti: cosa si prepara ad essere Eni?». 

 

L’«evidenza scientifica» è un concetto relativo  

Uno dei temi toccati da Scomodo nelle domande presentate all’Assemblea degli azionisti è quello del rapporto, spesso controverso, della società amministrata da Claudio Descalzi con i territori e le realtà locali. Emblematico è sicuramente il caso della sede storica della raffineria di Eni a Gela, di cui Scomodo ha documentato la problematica riconversione “green” e la forte presenza della multinazionale Oil&Gas all’interno delle scuole superiori della città. Recentemente, il settimanale “L’Espresso” ha pubblicato una serie di inchieste proprio sui presunti danni alla salute causati dalle attività di raffinazione. In quindici anni, nella città siciliana, sono nati 450 bambini malformati, una cifra perfino superiore a quella di Taranto, altro polo centro delle attività del Cane a sei zampe. Inoltre, una perizia consultata in esclusiva sempre da “L’Espresso”, collegherebbe la morte per tumore di un ex operaio Eni con l’esposizione all’amianto all’interno della raffineria. Tuttavia Eni non ha mai subito condanne per inquinamento. «Per quanto riguarda Gela» si legge nella risposta di Eni alla richiesta di commento di Scomodo «tutti gli studi finora eseguiti su tale argomento [il rapporto fra la raffineria e le malformazioni neonatali, ndr] non hanno fornito evidenze scientifiche circa la sussistenza di un tale nesso di causa. Alla luce delle evidenze scientifiche disponibili, infatti, nel giugno del 2018 il Tribunale di Gela ha emesso una sentenza di merito con la quale ha escluso, anche solo ai fini civili, l’esistenza di un nesso di causa tra il presunto inquinamento di origine industriale ed un caso di malformazione neonatale»

Una condanna di primo grado è invece stata emessa, a marzo 2021, dal Tribunale di Potenza, per un traffico illecito di rifiuti legato al Centro Oli di Viggiano. Rispondendo a Scomodo Eni si difende, affermando di aver «sempre agito in conformità a tutte le Autorizzazioni nel tempo emesse dagli Enti Amministrativi competenti […]. Anche per tale ragione, unitamente a tutte le ulteriori argomentazioni tecniche difensive, la Società proporrà, dunque, prontamente appello avverso la sentenza emessa dal Tribunale, con fiducia di dimostrare la correttezza dell’operato della Società e dei propri dipendenti». La società di Descalzi si proclama innocente, e commenta – più in generale – che «il rapporto con i territori, in base all’esperienza Eni, può essere complesso […] laddove ci si confronta con situazioni dove le posizioni non sono basate su evidenze scientifiche».

Per la riqualificazione dell’area intorno a Viggiano, nel frattempo, Eni spiega che nel 2019 è stato lanciato il progetto Energy Valley, il quale «ha come principale obiettivo quello di promuovere in chiave sostenibile la crescita socioeconomica del territorio della Val d’Agri, coinvolgendo gli stakeholders locali, la popolazione e le eccellenze lucane». Nell’ambito di Energy Valley, a giugno 2020 è stato pubblicato lo studio “Opportunità della Basilicata”, «condotto – fanno sapere – congiuntamente da un pool di esperti da Università e Centri di Ricerca del Mezzogiorno» Fra questi ci sono l’Università Federico II di Napoli, che dal 2018 ha attivo un accordo di collaborazione con Eni sulla sostenibilità, e l’Università della Basilicata che dal 2021 ospita il «Master Idrocarburi e Riserve in collaborazione con Eni». Ancora, il CNR di Metaponto, sede dal 2019 di un «centro di ricerca congiunto» con Eni per la valorizzazione sostenibile dell’acqua, e ancora il centro ricerche Trisaia di ENEA, con cui «ENI Ricerche» ha attiva una collaborazione «per questioni relative al miglioramento ambientale» e infine ALSIA, Agenzia Lucana di Innovazione e di Sperimentazione in Agricoltura il cui Centro di Ricerche nacque in consorzio con Eni nel lontano 1985. Insomma, gli stakeholders che hanno scritto lo studio «per la valorizzazione della Basilicata nel campo dell’economia circolare, dell’innovazione e della diversificazione energetica» hanno tutti e cinque, nessuno escluso, rapporti di collaborazione (e quindi di finanziamento) con il Cane a sei zampe. Questo pone legittimi dubbi sull’imparzialità e l’indipendenza della pubblicazione, ed è paradigmatico della capillare penetrazione di Eni nella ricerca scientifica a tema ambientale nelle scuole tanto quanto nelle università. 

A tal proposito, Luca Iacoboni, responsabile campagna Clima e Energia per Greenpeace Italia afferma che sulla «validità della didattica bisognerebbe valutare caso per caso. Quello che è successo con l’ANP [Associazione Nazionale Presidi, ndr] è estremamente grave, molto più di un campanello d’allarme: il principale emettitore, inquinatore e maggiore responsabile italiano della crisi climatica viene messo a fare formazione sulla sostenibilità ambientale nelle scuole. La commistione pubblico privato nell’Università è sempre più frequente, ma crediamo che Eni non debba formare i giovani sul tema della sostenibilità. Non è solo una pratica di Eni: con una mano si finanziano attività positive ma con l’altra si tende a inquinare un territorio e a togliergli risorse».

 

«Dall’esplorazione alla produzione» ossia dall’estrattivismo all’immagine green

Oltre alle domande formulate da alcuni dei redattori e redattrici di Scomodo, è stata coinvolta anche la propria community di riferimento tramite Instagram. Una delle questioni emerse riguardava, in particolare, il progetto offshore di Merakes: un impianto che estrae gas da cinque diversi pozzi nei pressi delle acque indonesiane dello stretto di Makassar a oltre 1.000 metri di profondità, con una capacità produttiva di circa 450 milioni di piedi cubi al giorno. Questa infrastruttura è emblematica poiché sottende la volontà di non diminuire la propria capacità di produzione. Infatti, come dichiarato da Eni, la produzione complessiva prevista nel prossimo lustro si aggirerà attorno ai 18 miliardi di metri cubi di gas. 

Il progetto di Merakes, per la portata e l’impatto generato, può essere considerato uno degli esempi del modello estrattivista contemporaneo, un modello legato all’estrazione di risorse naturali e di ricchezza in un determinato territorio che coinvolge una determinata comunità di riferimento. Purtroppo i territori indonesiani non sono i soli: Nigeria, Madagascar e persino Italia, secondo il rapporto di Re:Common «Le nuove frontiere della società estrattivista», sono colpite da questo fenomeno. Per Eni il progetto è talmente rilevante – nella sola fase di realizzazione sono stati coinvolti 3.600 lavoratori – che, come dichiarato dal CEO Descalzi, «Merakes è uno dei principali progetti di Eni nel 2021 e contribuirà all’incremento del gas nel nostro mix produttivo, in linea con gli obiettivi strategici della società». La domanda forse più spontanea non è tanto insita nella rilevanza del progetto stesso ma in quanto ancora il gas sia centrale in un contesto generalizzato di greenwashing dell’azienda; non solo, anche l’attuale Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani, dichiarò come la politica del fosse il «male minore». Secondo Iacoboni, i prossimi piani di Eni non sono convincenti: «continuare a bruciare petrolio e gas fino al 2050» coinciderebbe dunque proseguendo con le estrazioni delegando le proprie responsabilità di impatto negativo ambientale, ancora una volta, al mero futuro.

 

Questo è anche il primo anno in cui Greenpeace Italia, pur partecipando da tempo all’Assemblea degli azionisti di Eni, fa domande che esulano dalla parte energetica. Come afferma Iacoboni, «Eni in generale è una società che è abbastanza chiara nelle sue comunicazioni – per quanto di parte – rispetto ad altre società del settore. Purtroppo sono i piani per contrastare l’emergenza climatica che in questo caso non vanno bene. Sulla questione sponsorizzazioni ci sono margini di miglioramento per quanto riguarda la trasparenza. Noi crediamo che un’azienda a partecipazione statale dovrebbe rendere pubblici questi accordi, soprattutto se fatti con università o con la nazionale di calcio». Eni infatti, sebbene abbia il proprio core business nell’estrazione, prosegue Iacoboni, «nell’immaginario collettivo è un’azienda molto tecnologica e climate friendly. Volevamo capire da cosa derivasse questa immagine, ovvero dalle pubblicità, dalla sponsorizzazione di eventi sportivi, artistici e fiere. Volevamo capire quanto l’azienda investisse in questa parte di comunicazione. Questa comunicazione per noi è distopica rispetto ai piani dell’azienda, che prevedono solo il 10% di investimenti in rinnovabili, mentre la comunicazione di Eni per il 99% riguarda l’ambito green. Va verso i limiti del greenwashing, e questo non è corretto».  

 

Prossimi passi di Eni per la decarbonizzazione

Sebbene le attuali azioni di Eni attuali per un effettivo processo di decarbonizzazione lascino perplessi, per Greenpeace Italia è importante continuare a fare campagna per «abbandonare gradualmente e rapidamente gas e petrolio, a maggior ragione quest’anno in cui l’Italia ha la presidenza del G20 e la copresidenza della COP. Allo stesso tempo è fondamentale la contro-informazione: è fondamentale che la gente sappia chi sono i più grandi emettitori. Decarbonizzare davvero quindi, in questo decennio decisivo e, contemporaneamente, fare informazione su una azienda che fa una comunicazione molto green e investimenti non molto chiari». A tal proposito, Scomodo ha chiesto in sede assembleare quali fossero i piani precisi e dettagliati, riguardo agli investimenti strategici futuri dell’azienda, gli investimenti nel fossile e nelle rinnovabili nel lungo periodo, precisamente nel trentennio 2020-2050. La risposta ha lo stesso potere del fumo negli occhi: «Il piano di lungo termine predisposto da Eni, in base al quale è previsto il raggiungimento dei target emissivi annunciati, è basato su una manovra di investimenti dettagliata e finanziariamente sostenibile che sarà oggetto di periodica revisione e modifica in base all’andamento del mercato e dell’evoluzione dello scenario tecnologico e normativo di riferimento». Sulla modalità ed i territori di riferimento, Scomodo non ha ricevuto nessuna risposta. Quanto dunque la decarbonizzazione di Eni potrà essere realistica senza l’indicazione di informazioni precise?  

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