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Le ricostruzioni dopo i disastri naturali sono troppo lente

In Italia eventi come alluvioni o terremoti lasciano ogni anno migliaia di persone senza casa per tempi indefiniti. E il processo di ricostruzione è pieno di problemi

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Patrizia Vita si collega sorridendo in videochiamata dalla sua SAE, sistemazione abitativa di emergenza, in cui abita da quando il terremoto ha reso inagibile la sua casa a Ussita, in provincia di Macerata. Un tempo meta attrattiva di un turismo estivo e passeggero, Ussita ha goduto dell’immagine di paesino turistico in cui moltissime persone andavano a trascorrere i mesi più caldi. Dopo la scossa devastante del 2016, che in tutto il centro Italia causò 299 vittime, 388 feriti e 41 mila sfollati, si è fermato quasi tutto. Dopo 8 anni, i lavori per le ricostruzioni continuano a rilento

«Nelle frazioni solo ora stanno iniziando le ricostruzioni», racconta Patrizia. «Quindi quello che si vede è una natura meravigliosa e il nulla. Il nulla se non qualche gru che si sta muovendo». In questo periodo, Vita “combatte” come tanti col suo tecnico per riuscire a presentare il progetto di ricostruzione prima del 30 giugno e vedere finalmente una gru accanto a quello che rimane della sua prima casa, nella paura di un’ulteriore proroga nella ricostruzione. «Noi le cose le veniamo a sapere dalle interviste a livello locale, perché questa è la modalità di comunicare delle istituzioni», racconta Vita. «Per me non è un problema andare a controllare le cose sulle varie pagine social, ma un anziano?».

Michele d’Avossa andava in vacanza con la moglie e il resto della famiglia a Pretare, una piccola frazione marchigiana nel comune di Arquata del Tronto. Insieme avevano deciso di comprare una casa tutta loro, proprio accanto alla proprietà di famiglia. Nel 2016, però, la casa crolla e ancora oggi nulla si è mosso. Sorridendo, d’Avossa dice che oggi Pretare, a sette anni dal terremoto, «è un parco archeologico. Come andare a Ostia antica e trovi tutte le case buttate giù per terra». 

In generale, spiega d’Avossa, «ci sono due situazioni diverse. Una zona in cui la distruzione è stata più lieve, dove si iniziano a presentare i progetti e in cui la ricostruzione è iniziata da circa un anno. In altre frazioni, invece, dove le case sono state rase al suolo si è ritenuto necessario presentare un nuovo piano urbanistico per la riabilitazione dei sottoservizi, come le linee elettriche e le fogne». Paradossalmente, quindi, nelle zone meno danneggiate i finanziamenti per le ricostruzioni arrivano molto prima che nelle zone dove c’è più lavoro da fare.

Cosa non va

Eventi come alluvioni o terremoti lasciano ogni anno migliaia di persone senza casa per tempi indefiniti. Il processo di ricostruzione infatti è pieno di problemi e non riguarda solo la riabilitazione del territorio di fronte a disastri di origine naturale sempre più frequenti, ma anche una rivalutazione dei territori colpiti attraverso interventi sociali e economici. 

Nonostante questo, però, nella nuova programmazione economica del PNRR, c’è stato proprio un taglio agli interventi per la resilienza e la valorizzazione del territorio. 

In base a uno studio fatto da OpenPolis, le modifiche sono state 145 e riguardano in parte le misure attinenti ai progetti in essere, valutati solo in un secondo momento come non rispondenti ai criteri del Piano di ripresa e resilienza. Tra questi, molti erano afferenti alla gestione del rischio idrogeologico, i cui fondi di 1,3 miliardi sono stati sostituiti con quelli destinati alle risorse per la ricostruzione delle zone colpite in Emilia Romagna, Toscana e Marche.

Come ci spiega Claudia Mazzanti, Programme Developer per ActionAid International Italia, quando avviene un disastro di origine naturale inizia un processo di tre fasi. 

La prima è  l’emergenza, in cui il Sistema di Protezione Civile si incarica dapprima di tutelare la vita, ripristinare lo stato di sicurezza dell’area colpita attraverso, tra le altre, la rimozione di pericoli incipienti e delle macerie, poi si occupa della messa in piedi di strutture d’accoglienza e successivamente all’attivazione di sussidi elargiti alle persone, come i contributi per una nuova sistemazione. In questa fase gli abitanti vengono anche seguiti in percorsi di supporto psicologici, «dato che stiamo parlando di persone». 

Pur rappresentando il primo step nel cammino verso la ricostruzione, spesso questa prima fase dura molto tempo e non si arriva mai al passo successivo: quello che, secondo la descrizione di Mazzanti è il «limbo di mezzo che intercorre tra il mantenimento delle misure emergenziali e la ricostruzione vera e propria». Si tratta della cosiddetta fase transitoria. La terza, che arriva spesso con molti ritardi, è la ricostruzione vera e propria. 

Ad impedire una transizione ordinata da una fase all’altra ci sono diversi elementi, tra cui il continuo passaggio di consegne tra competenze e l’incertezza legislativa a ripercuotersi sui territori e le comunità che li abitano e in particolare sulle aree interne. 

«Servirebbe quindi una transizione ordinata tra l’emergenza e la ricostruzione in modo che le persone, in primis, possano guardare con maggiore chiarezza al futuro e valutare progetti di vita sul territorio stesso o altrove» specifica Mazzanti. 

Su questo tema ActionAid porta avanti da anni la campagna «Sicuriperdavvero», in collaborazione con organizzazioni della società civile, movimenti e comitati locali per la promozione di una politica di dialogo ed integrazione delle voci delle comunità locali nel processo di ricostruzione. 

È anche per questo che tra le richieste dell’associazione c’è l’approvazione di una legge organica che possa regolare le ricostruzioni post-disastri. Per garantire un passaggio ordinato dalla fase dell’emergenza a quella della ricostruzione.

L’ultima volta che abbiamo parlato di questo tema è stato ad agosto 2023. Da quel momento, le acque si sono mosse leggermente. Un ddl sul tema delle ricostruzioni è traghettato in Parlamento. Tuttavia, il testo non è stato pubblicato preventivamente, non dando la possibilità alla società civile di esprimersi, oltre a non essere stata ascoltata né per la stesura del testo, né tantomeno per la sua discussione se non nell’ultima fase, che è quella parlamentare. 

Il risultato è quello di una spaccatura profonda tra le istituzioni e le popolazioni colpite dai disastri, come spiega Francesco De Angelis, consigliere presso il comune di Arquata del Tronto nel marchigiano. Il paese fa parte della zona colpita dal sisma del 2016. De Angelis spiega che le persone che guardano da fuori la ricostruzione hanno l’impressione che dietro al palazzo di cristallo gli alti funzionari non facciano nulla. 

«Il bilancio è che le cose vanno avanti, ma con lentezza», sottolinea. Alla domanda su quale sia la ragione di questa lentezza, De Angelis risponde: «La lentezza è dovuta al fatto che c’è molta incertezza sulle procedure. All’inizio non si capiva bene cosa fare, quali erano le regole, i percorsi da fare per le varie casistiche che sono tante». 

«Le persone si lamentano, “sono otto anni e nessuno ha fatto niente”. In realtà, non è che non è stato fatto nulla, piuttosto c’è un percorso in atto e in effetti i risultati si vedono solo alla fine. Chiaro è che questi otto anni sono percepiti dalla comunità come un periodo di vuoto», insiste il consigliere. 

Il risultato quindi è una spaccatura sempre maggiore tra le istituzioni e la società civile. 

di Sara Rocca (Sara Rocca)

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