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Le banche italiane spendono troppi soldi in armi

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Secondo il Sipri (Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma) il record storico della spesa militare mondiale risale al 2022, quando si sono toccati i 2.240 miliardi di dollari. Negli ultimi anni, le date chiave che hanno segnato un’impennata delle quotazioni in borsa delle maggiori aziende produttrici di armi sono due: il 24 febbraio 2022, quando la Russia ha invaso l’Ucraina; e il 7 ottobre 2023, quando Hamas ha attaccato Israele, e Tel Aviv ha iniziato un’offensiva sulla Striscia di Gaza che finora ha causato più di 30mila vittime. 

 

Sempre secondo il Sipri, il Paese che ha speso di più in armamenti nel 2022 sono gli Stati Uniti d’America con 877 miliardi (39% del totale), seguito dalla Cina con 292 miliardi (13%) e Russia con 86,4 miliardi. L’Ucraina con 44,6 miliardi è undicesima, superando l’Italia che è dodicesima con una spesa militare di 33,5 miliardi.

 

Anche se i Paesi europei al momento non sono presenti tra le prime posizioni di questa classifica, molti di essi hanno aumentato la spesa militare negli ultimi tempi. Sempre più Paesi del Vecchio Continente si stanno adeguando all’obiettivo fissato dalla Nato nel 2006, che prevede di destinare alla difesa almeno il 2% del PIL di ciascuno Stato aderente. Il 14 febbraio il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha annunciato su X che la Germania destinerà quest’anno oltre il 2% del PIL alle spese per la difesa. È la prima volta dal 1990. La Francia dovrebbe raggiungere questo obiettivo nel 2025.

 

Solo nell’ultimo anno l’indice in euro Stoxx Europe Total Market Aerospace & Defense ha aumentato il suo valore di quasi il 50%, mentre l’italiana Leonardo ha addirittura raddoppiato le sue quotazioni. A differenza dei singoli Stati, le aziende europee hanno avuto un balzo superiore rispetto a quelle statunitense – che continuano comunque a valere di più sul mercato. 

Il ruolo delle banche

Un ruolo centrale in questo panorama è assunto anche da molte banche cosiddette mainstream, convenzionali, i cui finanziamenti sostengono il comparto bellico e così l’aumento della vendita e della produzione di armi. A differenza di come operano gli istituti che seguono i principi della finanza etica.

«Come in ogni settore economico, la finanza ha un ruolo di spinta allo sviluppo e crescita attraverso la canalizzazione di risorse a vantaggio degli operatori di una certa filiera», spiega Nazzareno Gabrielli, direttore generale di Banca Etica. Che prosegue sottolineando «laddove arrivano strumenti e flussi finanziari si realizza dunque un impulso alla crescita, e questo vale anche per quei settori che sono alla base dell’escalation dei conflitti bellici». Il rapporto Finanza di pace. Finanza di guerra. presentato in febbraio e commissionato da Fondazione Finanza Etica e Global Alliance for Banking on Values (GABV), ha evidenziato che nel 2023 oltre «959 miliardi di dollari» sono stati «destinati dalle istituzioni finanziarie a supportare la produzione e il commercio di armi». 

In Italia c’è la legge 185 del 1990 che permette il monitoraggio di questo tipo di operazioni da parte delle banche. Questa legge impone al governo di non poter vendere armi a Paesi che violano diritti umani, in cui vigono dittature o regimi autoritari coinvolti in conflitti armati. In particolare non si possono vendere armi a Paesi la cui politica contrasta con i principi dell’articolo 11 della Costituzione, che afferma che «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Inoltre, c’è l’obbligo di rendere pubbliche le attività̀ degli istituti di credito, italiani ed esteri, coinvolti nel settore dell’esportazione italiana di armamenti. Questa legge, tuttavia, negli anni non è mai stato un ostacolo insormontabile per chiunque stesse al governo. Basti pensare che solo tra il 2002 e il 2018 dall’Italia sono state vendute armi ad Afghanistan, Arabia Saudita, Ciad, Cina, Egitto, Israele e altri. 

Nonostante questo, però, la legge 185 ha permesso finora di poter sapere quali banche finanziano il mercato delle armi. «Un presidio di democrazia e trasparenza, ottenuto faticosamente grazie alla mobilitazione della società civile in anni recenti», la definisce Gabrielli. «Questa legge – prosegue il direttore di Banca Etica – che nasce dalla consapevolezza che il commercio di armamenti non è un settore come un altro, consente ai cittadini e ai loro rappresentanti nelle istituzioni, di conoscere quali materiali bellici vengono esportati e verso quali destinazioni; e di conoscere quali operatori finanziari partecipano a tali operazioni commerciali». È grazie a questa legge se sappiamo che Unicredit, Intesa San Paolo e Deutsche Bank sono le banche che investono di più in armi in Italia. Adesso però tutto questo potrebbe finire.

Il Senato ha approvato in aula il 21 febbraio 2024 un disegno di legge di iniziativa governativa che andrebbe ad offuscare la trasparenza bancaria, facendo sparire il controllo parlamentare e cancellando i limiti esistiti finora che vietano la vendita di armi a paesi in guerre e sotto regime dittatoriale. Se dovesse essere approvato anche nella Camera non sarà, quindi, più possibile accedere alla lista delle banche armate.

Guardare le alternative

Va d’altra parte ricordato che non tutte le banche finanziano la vendita e la produzione di armi. «Investire nelle armi alimenta la guerra» è il messaggio forte arrivato infatti recentemente dalle banche etiche di tutto il mondo nel corso del vertice annuale della Global Alliance for Banking on Values, un network indipendente di banche e cooperative bancarie che condividono la missione di mettere la finanza al servizio di uno sviluppo economico sostenibile che rispetti i diritti umani e l’ambiente. Questo network è formato da 72 banche etiche di tutto il mondo, tra cui l’italiana Banca Etica, e chiede al sistema finanziario di cambiare approccio, sottolineando come la spesa bellica sia in continua crescita a discapito di altri investimenti per il bene comune. 

«Nel 2023 la spesa globale per la difesa è cresciuta del 9%, per raggiungere la cifra record di 2,2 trilioni di dollari, sottratta evidentemente ad altre voci più produttive per il bene comune», sottolinea Gabrielli. Per avere un’idea delle quantità di cui stiamo parlando, è utile guardare uno studio condotto dall’International Peace Bureau, che traduce il costo di specifici armamenti in beni e servizi sanitari. Questo mostra come un aereo da caccia F-35 equivale a 3244 posti letto di terapia intensiva e un sottomarino nucleare costa quanto 9180 ambulanze. Oltre a questo, ricorda Gabrielli, «una maggiore produzione di armi non garantisce più sicurezza, ma al contrario aumenta la probabilità di conflitti futuri, e al commercio di armamenti è connessa una ampia quota di eventi di corruzione e violazione dei diritti umani».

Queste sono le basi che in Italia hanno portato ad una grande mobilitazione dal basso contro le proposte di modifica alla legge 185. Un coordinamento composto da Gruppo Banca Etica, Rete Pace e Disarmo e Libera contro le Mafie, insieme ad altre organizzazioni della società civile, ha messo in campo diverse iniziative per dire no all’approvazione definitiva delle modifiche che cancellerebbero ogni forma di trasparenza e di controllo da parte del Parlamento, dei cittadini e dei risparmiatori sugli affari delle industrie belliche e delle banche che le affiancano. 

Le istanze del coordinamento sono visibili sulla petizione Basta favori ai mercanti di armi! Fermiamo lo svuotamento della Legge 185/90. Pochi giorni fa, il coordinamento è stato ricevuto dalle commissioni riunite di Difesa e Affari Esteri alla Camera dei Deputati. «Certamente possono esserci aspetti della legge da migliorare, ma non a scapito della trasparenza e del presidio democratico in un settore estremamente delicato dell’economia e della vita di un Paese», conclude Gabrielli.

In difesa della legge 185 è stata indetta una mobilitazione sostenuta da oltre 70 realtà della società civile. L’appuntamento è mercoledì 17 aprile a partire dalle 11 a Roma, presso la sede di  Libera, in via Stamira 5/7. È possibile partecipare anche online. Ci si può iscrivere qui

di Vincenzo Rizzo (Vincenzo Rizzo)

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