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Le aree interne tra invenzione e realtà

Un'analisi contro la retorica dei borghi

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Nel marzo del 2002, sotto l’impulso della Consulta del Turismo dell’ANCI nasce l’associazione privata: I Borghi più belli d’Italia. Cercando il nome su internet si scoprono tutta una serie di articoli che celebrano l’aggiunta di nuovi borghi alla lista dei membri dell’associazione, ad oggi più di trecentosessanta. Il processo di selezione si basa su rigidi criteri estetici e storico-artistici definiti dalla «Carta della qualità». La missione dichiarata sul sito ufficiale è quella di «valorizzare e promuovere i piccoli centri che, forse grazie alla sua posizione periferica, hanno saputo proteggere e conservare la loro bellezza. Una bellezza creata e tramandata nei secoli». Più avanti nell’autopresentazione, si parla dei piccoli paesi, o meglio «borghi», come «musei a cielo aperto il cui tratto distintivo è la Bellezza, intesa come promessa di felicità». 

 

La retorica è melensa e nasconde l’idea forte «dell’inevitabile turistificazione». Il turismo come mantra «nelle cosiddette aree interne d’Italia, che dal dopo-pandemia sono diventate il simbolo di una presunta vita autentica da ritrovare per i turisti, con la promozione del “viaggio nel tempo”» come scrive Vito De Biasi in un articolo su Esquire.

 

La retorica dei “borghi” nasce da una precisa logica che interviene direttamente nel rapporto che abbiamo con la realtà. Essa rompe i nessi logici tra i processi, spezza la realtà, mercificandola e rendendola un prodotto sotto forma di esperienza. Siamo di fronte a una vera e propria «fossilizzazione della realtà in un passato, molto spesso inventato, che crea una sorta di industria della nostalgia che ci separa dal presente», come ci ha spiegato Sarah Gainsforth. 

 

Cercare di decostruire il mito dei «borghi più belli d’Italia» è importante per svelare il sostrato ideologico che sottende tutte quelle retoriche che fanno del turismo e della promozione della bellezza un deus ex machina a cui bisogna inevitabilmente prostrarsi. 

Il mito del borgo

Il termine borgo indica originariamente un  «insediamento che […] prende forma nella lunga stagione medievale», con specifiche caratteristiche del contesto socio-economico urbano, come afferma Arturo Lanzani nella raccolta di saggi intitolata Contro i borghi. Il Belpaese dimentica i paesi, a cura di Filippo Barbera, Domenico Cersosimo e Antonio De Rossi. Il dualismo borghi-paesi è una costante dei contributi che compongono il libro; infatti, gli autori trattano i problemi legati ai paesi e alle aree interne partendo dalla loro falsificata narrazione ed esprimendo la necessità di decostruire immaginari, proposte e attuazioni, per sostituirli con modelli nuovi. Nella comunicazione odierna, i borghi sono diventati tutte le numerose e differenti tipologie di aree urbane e rurali, si può dire quasi tutto ciò che non è città. L’uso di questo termine non è casuale: è un nome leggendario, uno slogan, una scelta di marketing per il turismo, il petrolio d’Italia. Consiste in quelli che De Rossi e Laura Mascino definiscono miniaturizzazione, internalità e surtipicizzazione. I neologismi delineano i caratteri principali della retorica dei borghi: questi sono spazi piccoli, sinonimo di tranquillità, antichi, quindi dall’alto spessore morale e atipici, cioè interessanti. Sono le parziali, se non del tutto finte, caratteristiche che la globalizzazione ha imposto sui paesi. È una rappresentazione che non tiene conto delle differenze tra i borghi se non nella selezione di quelli stereotipicamente più belli, a cui vanno fondi e spazi televisivi. La maggioranza resta fuori, come previsto dal modello economico capitalista. Le parole sono pietre che lanciate addosso al grande pubblico possono ferire e uccidere. Già esse sottendono le azioni in cui si concretizzano e anzi, di solito le parole sono migliori della realtà. Le aporie teoriche non contano quanto i limiti fattuali. Vale anche per questa questione: il linguaggio è impreciso, artificioso e propagandistico, ma i fatti sono peggiori. È vero che i risultati del degrado urbano dovuto all’industrializzazione sono stati minori nei piccoli luoghi, dove si può respirare ancora aria piuttosto pulita, ma non è altrettanto vero che si vive bene. I paesi sono senza svago, senza centri culturali e senza beni primari efficaci. Il turismo è un antidolorifico dagli effetti momentanei, come le case a 1 euro e il PNRR.  «La cultura è il nostro petrolio», invita a riflettere il latinista Ivano Dionigi in una sua intervista rilasciata all’Avvenire, e asserisce che  «tradire le parole toglie spazio al futuro». La professoressa Ilda Curti conia l’espressione geografie umane del terzo millennio per indicare paesi e aree periferiche. Ad entrambi servono  «politiche, visioni di lungo periodo, cassette degli attrezzi tecniche, amministrative, finanziarie e procedurali. Hanno bisogni di luoghi e comunità di sapere». Al provinciale, i cui limiti lessicali sono i limiti del proprio mondo, va sostituita la persona di paese, con le sue potenzialità derivanti proprio dalla ambigua precarietà congenita del suo luogo: a metà tra la globalizzazione massificante e la chiusura arretrante, può essere una persona moderna e originale. Il giornalista Marco Bussone scrive che quando si sente isolato, un paese, che deriva la propria energia vitale dall’ager, cioè dal campo coltivato, dimostra di comprendere un territorio più ampio del borgo. Le mura dei paesi non sono isolanti, piuttosto sono le valvole cardiache attraverso cui un paese comunica con le campagne e con gli altri paesi. Si creano reti.  Bisogna interrogarsi, capire e trovare. Gli autori del libro non sanno che una recente tendenza della generazione Z è postare sui social luoghi brutti, come strade deserte e cartelli ingialliti, buio e rovine. Sembra che i paesi siano diventati instagrammabili. Eppure quanti giovani si trasferiscono dalle città ai paesi? Si tratta di un semplice trend effimero, magari di adolescenti figli di persone che provengono dai borghi e che si sono trasferite per lavoro in città e tornano nel natio borgo selvaggio per le vacanze. Si scatta una foto e si va via. Il degrado materiale può essere simbolo del disagio giovanile, degli adolescenti ansiosi, rabbiosi e soli, come lo è dell’individualismo, dell’egoismo e dei problemi socio-politici ed economici italiani. Tuttavia, non deve diventare strumento passeggero per ricercare un’originalità che si perde in un nuovo malcelato conformismo. Noi giovani non scendiamo in piazza per le aree interne, ma è un problema serio, soprattutto al Sud. Come in tutti i fenomeni italiani, infatti, il Meridione rappresenta un unicum, purtroppo in questo caso in negativo. Fondi, progetti e interventi sono insufficienti non solo nella limitazione dello spopolamento dei borghi ma anche per ridurre l’emigrazione interna, che pare inarrestabile. La questione meridionale pesa molto, ma purtroppo ci sono i negazionisti della stessa che fanno un uso pubblico della Storia. C’è chi ancora fatica a riconoscere i retaggi di un rigido sistema feudale, radicato più a lungo nel Sud che nel Nord, e il brigantaggio come una sanguinosa guerra civile. Le montagne e le colline parlano di questo, dell’analfabetismo e del familismo. Cristo si è fermato ad Eboli, ma Pasolini lo ha portato oltre, a Matera, tra gli umili, in un posto puro ma non idilliaco.  

Una promessa del turismo: i borghi

 

Una recente operazione di marketing territoriale, volta a rilanciare la vita dei paesi agli occhi dei turisti, ha trasformato la parola “borgo” in un vero e proprio brand. La promozione turistica dei piccoli centri è partita nel 2017 con il progetto nazionale “Borghi Viaggio Italiano”, con cui il Ministero della Cultura ha messo in luce 1000 «piccoli borghi che incarnano quell’idea di turismo alla ricerca di autenticità e vera identità territoriale», con l’obiettivo di promuovere “ «luoghi di semplicità e qualità della vita ».

La narrazione dei borghi è stata incalzata da colossi dell’house sharing come Airbnb, che hanno offerto ai turisti l’opportunità di soggiornare in “Italian Villages”, pubblicizzandoli come “authentic”, “lovely”, “stunning”. Nel 2019, Airbnb in collaborazione con l’impresa sociale Wonder Grottole, aveva messo in palio una residenza di tre mesi nel comune montano di Grottole, in Basilicata, di 300 abitanti e con oltre 600 edifici abbandonati. Il concorso, chiamato The Italian Sabbatical, era stata definita un’opportunità per  «rivitalizzare un paesino che rischia di scomparire». Se l’obiettivo di Wonder Grottole è il turismo 4.0, che possa recuperare il territorio, mettendo a contatto i turisti con i prodotti e la comunità locale, la sponsorship di Airbnb mette l’accento sul «trasformare uno scenario idilliaco in realtà». Così, 5 tra più di 280.000 candidati, sono diventati dei cittadini temporanei del paese: colazione con cappuccino, lezioni di cucina tradizionale, “italian siesta” e aperitivo sul terrazzo sono i momenti di una tipica giornata a Grottole.

La “vita lenta e rilassata” è la stessa promessa che Mussomeli, in provincia di Caltanissetta, “favolosa città” dell’hinterland siciliano, fa ai suoi turisti. Acquistando la “casa dei loro sogni” a solo 1 euro, i turisti possono vivere in quello che è diventato un vero e proprio trend su TikTok quest’estate. Peccato che non sia esattamente così.

Il Programma delle Case a 1 Euro, lanciato per stimolare lo sviluppo economico di piccoli “borghi”, è stato pensato dalle autorità locali come l’ultima chance per mettere in sesto beni abbandonati e favorire il ripopolamento. La Sicilia è la regione italiana con più comuni aderenti, dove viene promesso l’acquisto di un bene immobiliare a 1 euro, a patto che questo venga rinnovato entro 3 anni. Le case fatiscenti, sparse su tutta la penisola, attirano pochi acquirenti italiani, che trovano meno seducente il racconto dell’Italia esotica e rurale, ben consapevoli che nella promessa di autenticità spesso si nasconde la marginalizzazione.

L’esito del programma è stato il crollo del valore immobiliare delle proprietà adiacenti, che ha avuto conseguenze su chi in quei comuni ci abita davvero. A Mussomeli, ad esempio, il mercato immobiliare ha visto un crollo a partire dal 2017, con un prezzo medio di vendita di  865€/m², che ha raggiunto un minimo storico a Febbraio 2023, con il valore di 530€/m². L’effetto è quello di uno scolapasta, per cui gli investimenti finiscono dappertutto tranne dove dovrebbero, grazie a programmi che sono un’opportunità per gli investitori esterni più che per gli abitanti.

Così, l’Italia raccontata all’esterno come destinazione turistica, cioè prodotto di consumo, si allontana progressivamente dall’Italia reale, che soprattutto nelle aree a bassa densità di popolazione è sistematicamente isolata. La visione turistica viene introiettata anche da chi sta “all’interno”, che si auto-rappresenta secondo i gusti di chi sta all’esterno, creando un’identità falsata che si nutre delle stesse etichette marketing: autentico, rurale, tradizionale.

Soprattutto, l’accoglienza turistica – laddove non esiste un tessuto economico stabile – produce una diseconomia, che comporta gentrificazione, cioè l’espulsione degli abitanti (soprattutto i giovani). Sebbene venga presentato come una pratica di ripopolamento, nella realtà il turismo di massa è divenuto lo strumento di una politica economica pauperistica, che non può sostituire un disegno complessivo di rinascita dei territori. Le aree interne sono territori fragili, che vengono indeboliti ulteriormente se messi alla mercé dalle tendenze e dei gusti del pubblico. I modelli economici di queste aree presentano differenze sostanziali rispetto a quelli delle città – come economia della cura, cooperativismo, spargimento degli investimenti – potrebbero guidare nuove forme di coesione sociale ed economica, rendendo le aree interne dei veri e propri laboratori di innovazione sociale.

Il declino delle aree interne

 

Filippo Tantillo ha fatto luce sull’argomento. Ricercatore, film-maker e attivista, si occupa di nuovi strumenti di ascolto del territorio e dei fenomeni sociali. Il suo ultimo libro, L’Italia vuota, edito nel 2023, affronta il tema delle “aree interne”. Questa definizione identifica dei sistemi di paesi, abitati da circa 12-15 milioni di persone, la cui caratteristica è la distanza di percorrenza dai servizi “essenziali” (come le ambulanze o il pronto soccorso). Proprio la progressiva difficoltà dell’accesso ai servizi determina alti tassi di spopolamento. Il problema è, in definitiva, la marginalizzazione e non una povertà che sembra additata come una caratteristica intrinseca di queste aree.

Oggi, oltre ai rischi collegati al cambiamento climatico, il pericolo è una marginalizzazione del pensiero politico. Sono sempre soggetti terzi a parlarne, mentre il racconto fatto dalle persone che ci abitano mostra una realtà diversa, fatta di coesione sociale ed economica. Per scardinare questo meccanismo, Tantillo suggerisce che il primo passo sia fare in modo che anche chi abita in montagna possa immaginare di cambiare il mondo. Per creare il contesto adatto a questo cambiamento, bisognerebbe: smontare la retorica gerarchica tra città e campagna, diffondere una narrazione che non alimenti gli stereotipi, creare delle condizioni favorevoli per far sì che i giovani possano e vogliano restare

Più che un’Italia effettivamente vuota, risulta costretta a svuotarsi. Ma in virtù di ciò, è necessario ribellarsi alle profezie autoavveranti, reimmaginare sogni e bisogni è possibile. Le scuole sono (e ancor di più potrebbero essere) le protagoniste di questo nuovo slancio: rappresentano il luogo della socialità nelle aree interne –  e ovunque ci sia socialità può nascere la cultura. Il grado zero di ogni attività è, in modo squisitamente semplice, parlare. Purtroppo, anche l’azione più semplice appare ostacolata in uno spazio marginalizzato: nel momento in cui i servizi tendono progressivamente a sparire, ognuno sta a casa propria, privando la comunità di momenti di confronto fondamentali.

 

Per avere un’idea di cosa succeda concretamente nei piccoli centri abitati delle aree interne, abbiamo sentito la signora Vittoria: insegnante, ormai in pensione, alle scuole elementari di Ciorlano, un piccolo comune di 500 abitanti, al confine tra la Campania e il Molise. La scuola in cui la maestra ha insegnato per buona parte della sua vita nel 2013 ha chiuso definitivamente, a causa del progressivo spopolamento della città. 

Per Vittoria insegnare è sempre stato un sogno, farlo per una vita intera è stato, a detta sua, un grande privilegio. La scuola elementare di Ciorlano contava quattro aule grandi ed una piccola ed era situata al piano superiore del comune –  quasi a rafforzare lo stretto legame tra le due istituzioni. 

Come molte altre scuole dei piccoli paesini, anche a Ciorlano si utilizzava l’istituto delle pluriclassi. Spesso viste di cattivo occhio, le pluriclassi sono più complesse di quanto sembrino. Sicuramente, avere pochi alunni significava potersi occupare maggiormente delle difficoltà e delle specificità di ogni alunno, cosa che, invece, nelle classi numerose non sarebbe stato altrettanto possibile. I bambini, poi, nella maggior parte dei casi, provenivano dall’asilo che occupava l’altra parte dell’edificio –  il passaggio avveniva all’interno di un ambiente familiare, in cui, inoltre, i bambini più grandi rappresentavano un esempio da seguire. Gli alunni godevano di una sorta di doppio insegnamento. 

C’erano, ovviamente, anche delle problematicità nel funzionamento: le maestre dovevano arrivare in classe molto preparate per tenere contemporaneamente più lezioni. La programmazione coordinata nelle pluriclassi è, a detta di Vittoria, fondamentale. 

La chiusura della scuola dell’infanzia di Ciorlano anticipò e determinò quella delle elementari. Accadde a causa della concomitanza di diversi fattori: i bambini che avevano frequentato la materna in altri paesi limitrofi tendevano a continuare, per continuità, il loro percorso altrove; a questo si unì spopolamento verso paesi come Venafro e in generale il diminuire delle nascite. Chiusa la scuola, era evidente che la comunità aveva subito una perdita incolmabile. Non solo per i bambini, ma anche perché, in un luogo piccolo e con poche istituzioni, la scuola rafforza l’identità di una comunità intera, grazie a momenti di aggregazione di alunni, famiglie e società civile come recite e manifestazioni. La scuola, insomma, facilita e favorisce l’incontro.

 

Le scuole sono dei presidi di cultura nelle aree interne, dei presidi di socialità. Il caso di Ciorlano è emblematico del processo di sparizione dei servizi nelle aree interne. Un processo che rende la vita stabile in questi luoghi sempre più problematica e meno appetibile. Soppressione dei servizi essenziali, spopolamento, calo demografico, turistificazione, romanticizzazione dei borghi, sono tutti fenomeni che, seppur all’apparenza diversi, possono essere ricondotti ad una logica di sfruttamento neoliberale del territorio. Logiche e narrazioni che vengono impostate su un unico obiettivo: ricavare quanto più profitto possibile. 

Questo modello di sviluppo porta a una inevitabile e progressiva concertazione delle energie economiche, che spoglia e smonta le reti di sostegno territoriale, svuotando tutte quelle aree che non possiedono abbastanza appeal per entrare nel mercato turistico, oppure che non dispongono di una rilevanza strategica sul piano industriale ed economico.

 

Questa situazione ci pone di fronte ad un bivio, con due opzioni di intervento politico: cambiare radicalmente la rotta presa negli ultimi decenni, valorizzando soprattutto i modelli di cooperazione dal basso ricostruendo le reti di sostegno e le comunità nei territori; o rassegnarsi  alla morte di intere aree del paese.

di Alessandro Trevisin (Alessandro Trevisin),Giulia Di Cairano (Giulia Di Cairano),Giovanna Di Pietro (Giovanna Di Pietro),Sara Marseglia (Sara Marseglia)

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