Lavoro invisibile: come il sistema degli appalti precarizza le pubbliche amministrazioni

In Italia migliaia di lavoratrici e lavoratori impiegati negli appalti pubblici svolgono ogni giorno mansioni essenziali, eppure continuano a vivere in una condizione di precarietà strutturale. Il 12 giugno, a Roma, centinaia di persone provenienti da tutta Italia si sono riunite agli Stati Generali delle lavoratrici e dei lavoratori precari in appalto per denunciare e dar vita a un’azione collettiva contro un sistema che, secondo sindacati e lavoratori, produce lavoro povero all'interno degli stessi servizi pubblici.

«L’Italia non è più una Repubblica fondata sul lavoro, ma una Repubblica fondata sul ricatto contrattuale». Così interviene Cosimo, delegato Cobas di Bari, durante gli Stati Generali delle lavoratrici e dei lavoratori precari in appalto. L’assemblea nazionale ha riunito il 12 giugno a Roma, negli spazi dello storico Teatro Palladium della Garbatella, centinaia di persone provenienti da tutta Italia, che lavorano negli stessi uffici dei dipendenti pubblici condividendo obiettivi e mansioni, pur non sentendosi appartenere alla stessa comunità di diritti.

Dalle pulizie ai servizi amministrativi, dall’assistenza all’accoglienza, passando per tribunali, operatori della cultura e addetti del mondo dello spettacolo: persone che lavorano ogni giorno attraverso il sistema degli appalti, spesso con contratti frammentati, salari bassi e un futuro occupazionale legato al rinnovo delle gare.

«Sono più di vent’anni che io e molti dei colleghi e delle colleghe qui presenti lavoriamo nelle Asl della Regione Lazio. In questo tempo abbiamo visto cambiare il servizio, le tecnologie, le aziende che si sono succedute negli appalti. Ma una cosa è rimasta uguale: la nostra condizione di lavoratrici e lavoratori esternalizzati precari». La testimonianza arriva da Laura, impiegata nei servizi Cup dell’Asl Roma 1. Supportata da applausi e grida di incitamento della folla presente in sala – con tono forte – racconta una realtà che attraversa uno dei più grandi sistemi di esternalizzazione e precarietà della sanità pubblica italiana. «Il Cup e il Recup sono nati per garantire un accesso uniforme alle cure. Oggi però questo sistema si regge sul lavoro di oltre 1500 persone, dipendenti di multinazionali e cooperative sociali, che operano per conto delle Asl. La nostra è una storia che racconta non solo l’evoluzione di un servizio pubblico essenziale, ma anche il prezzo economico e sociale pagato da chi lo fa funzionare ogni giorno».

L’assemblea, promossa da ADL Cobas, Clap, Cobas del Lavoro Privato e Sial Cobas, ha messo dunque al centro una realtà strutturale del mercato del lavoro italiano.« La nostra vita dipende dalla scadenza di un bando di gara. Lo stress, l’ansia legata all’incertezza, la perdita di autostima e la sensazione di non poter progettare il proprio futuro hanno un impatto profondo e diffuso ma raramente riconosciuto», conclude Laura. Molti contratti prevedono salari che non superano i 5 euro l’ora, assenza di ferie o di permessi retribuiti e inquadramenti che non rispecchiano le condizioni lavorative effettive.Come nel caso di Rossana che da 22 anni opera nella stessa categoria di servizi, attraversando cambi di cooperativa e rinnovi di appalto senza l’ombra di una stabilità reale: «Noi siamo educatrici, ma siamo state assunte come Operatrici Socio Sanitarie. È una scelta che ha inciso direttamente sul nostro inquadramento e sulle nostre retribuzioni. Svolgiamo mansioni complesse, ma continuiamo a essere collocate a un livello contrattuale inferiore rispetto a quello che ci spetterebbe».

A cambiare di continuo sono le aziende appaltatrici, non le lavoratrici che garantiscono la continuità educativa agli studenti con disabilità nelle scuole. «Abbiamo contratti part-time con un monte ore teorico che può andare da venti a trentasei ore settimanali. Nella pratica lavoriamo spesso tra le trentadue e le trentacinque ore, ma ai fini contrattuali ci viene riconosciuta una percentuale molto più bassa. Questo significa che ferie, tredicesima, contributi e tutti gli istituti contrattuali maturano solo sulla quota ridotta prevista dal contratto». Rossana racconta che durante l’estate il servizio viene sospeso e con esso anche la retribuzione, obbligandole a vivere per mesi senza alcuno stipendio, private  anche degli ammortizzatori sociali previsti per chi perde il lavoro, perché nell’effettivo, essendo assunte a tempo indeterminato, il contratto non viene interrotto. Non solo: «Se uno degli studenti che seguiamo si trasferisce o interrompe la frequenza, perdiamo immediatamente le ore di lavoro collegate a quell’incarico. Quelle ore non vengono retribuite e spesso non possono essere recuperate». La possibilità di mantenere un reddito dipende allora dalla disponibilità di sostituzioni occasionali.

Di storie come quelle di Rossana e Laura ce ne sono migliaia.  Tra i  casi recenti più emblematici, c’è anche quello dei lavoratori e delle lavoratrici del servizio di vigilanza dell’Università Sapienza di Roma. «Quando c’è stato il cambio d’appalto ci aspettavamo che l’azienda ci assorbisse mantenendo le stesse condizioni contrattuali della precedente gestione, anche se già allora avevamo avuto diversi problemi», racconta Marco De Santis che lavora nelle cabine di sorveglianza della Sapienza da circa 20 anni. «Quando ci siamo accorti che non era così e che erano state introdotte modifiche peggiorative, a partire da una riduzione salariale di circa 200 euro al mese, abbiamo provato ad aprire una trattativa». La vicenda prende avvio nell’estate del 2022, quando la società Battistolli subentra nella gestione dell’appalto per il servizio di vigilanza dell’ateneo. Un passaggio che si trasforma in un’ampia vertenza sindacale.

Tra i protagonisti della mobilitazione ci sono Marco De Santis, Bruno Vento, Franco Codogno e una decina di altri dipendenti impiegati nell’appalto della Sapienza. Alle loro spalle ci sono anni di lavoro segnati da salari bassi, differenze contrattuali rispetto ai dipendenti assunti direttamente dall’università, continui cambi di appalto e una condizione di incertezza che si rinnova a ogni passaggio di gestione. Una situazione che li spinge a organizzarsi, a promuovere quello che definiscono un movimento per l’internalizzazione e ad avviare un’azione legale contro la società appaltatrice. «Ci siamo resi conto abbastanza rapidamente che la trattativa non ci avrebbe portato ad alcun risultato concreto», spiega Marco.

A quel punto i lavoratori decidono di aderire al sindacato Cobas e di rivolgersi all’avvocato Carlo Guglielmi per ottenere il riconoscimento delle condizioni economiche e contrattuali che gli spettano di diritto. Una scelta che ha però conseguenze pesanti sul piano personale e professionale. Le tensioni emerse in quel periodo, infatti, sono finite anche al centro di un servizio televisivo delle Iene andato in onda nel 2023. «Dopo l’invio della diffida, Sandro Mauceri  ̶ l’allora responsabile per la sicurezza dell’università, nonché dell’appalto per la guardiania ‒ si è presentato da diversi colleghi, che per fortuna lo hanno registrato a sua insaputa. Da me non sono mai venuti direttamente», racconta De Santis. «Ci hanno intimiditi, definendoci facilmente sostituibili. Ci hanno detto che il nostro stipendio era già superiore a quello di altri lavoratori e che avremmo dovuto accontentarci. Molti colleghi si sono spaventati». Pochi mesi dopo arriva un episodio tanto anomalo quanto inquietante per il lavoratore: «Dopo aver pubblicato uno stato WhatsApp in cui criticavo certi meccanismi di potere in Sapienza, sono stato improvvisamente spostato fuori dall’appalto.» La decisione gli viene comunicata come una normale riorganizzazione del servizio. «Mi dissero che sarei stato assegnato a un altro appalto. Il problema è che quella commessa sarebbe scaduta dopo poco tempo. Significava ritrovarmi senza alcuna prospettiva occupazionale stabile, perché non era affatto scontato che una futura azienda subentrante mi riassorbisse» continua  De Santis. Per mesi vive nell’incertezza. Una condizione che, racconta, ha avuto ripercussioni anche sulla salute. «Mi sono trovato a vivere in una situazione surreale. Ho sviluppato un forte disagio psicologico che mi ha costretto a intraprendere un percorso terapeutico e farmacologico». La forza di reagire, spiega, arriva grazie al sostegno dei colleghi, del sindacato Cobas, rappresentato da Domenico Teramo, e dell’avvocato Carlo Guglielmi.  «Quando si parla di appalti bisogna partire dalla consapevolezza che essi si basano su un’enorme truffa che prevede cambi di aziende ogni 4/8 anni». A parlare è l’avvocato Gugliemi che, ormai da anni, accompagna i lavoratori in questa lotta contro l’esternalizzazione. Spiega come «a ogni giro tutto si azzera per i lavoratori.  Non aumentano gli stipendi, non cresce l’anzianità, non si consolidano diritti».

Dentro questo schema si inserisce il contesto dei vari contratti che cambiano a seconda delle aziende appaltatrici. Ad oggi, Marco De Santis e gli altri dipendenti dell’appalto Battistolli presso la Sapienza sono inquadrati con il contratto del CCNL Servizi Fiduciari. L’avvocato spiega che proprio su questo tema la Corte di Cassazione ‒ con una serie di sentenze emesse nel 2024 ‒  ha stabilito che nonostante queste tipologie di contratto siano state firmate e, dunque, approvate dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative (CGIL, CISL E UIL), i minimi retributivi previsti all’interno del CCNL sono contrari all’articolo 36 della Costituzione per salari sotto la soglia di povertà.

Sul piano giudiziario, la società Battistolli è stata condannata tre volte in relazione alla vicenda: due per condotta antisindacale e discriminatoria (sentenze che hanno garantito il reintegro di Marco De Santis nell’appalto della Sapienza) e una, la più recente, per le condizioni contrattuali applicate.

Nell’ultima  sentenza emessa il 23 marzo 2026, il Tribunale di Roma ha disposto il ripristino di alcune condizioni economiche e un risarcimento per i lavoratori. Centrale il tema dell’indennità di servizio, introdotta per compensare la perdita salariale di circa 200 euro. L’indennità inizialmente doveva corrispondere a 9 euro lordi per ogni giornata lavorativa. Successivamente, però, l’importo è stato progressivamente ridotto a 4,60 euro a settembre 2023, 2,50 euro nell’aprile 2024 e infine a 1 euro dall’ottobre dello stesso anno. Il Tribunale ha anche censurato la trattenuta mensile di 10 euro per la divisa, formalmente gratuita ma di fatto finanziata dagli stessi lavoratori attraverso una cauzione in busta paga, ordinandone la restituzione.

«Va specificato che la Battistolli è solo un ingranaggio di questo meccanismo disfunzionale che sono le gare d’appalto». Il paradosso dunque, come sottolinea Giuliano, è tutto dentro i documenti di gara. Da una parte i committenti pubblici descrivono servizi delicati, complessi, che richiedono personale qualificato e competenze elevate. Dall’altra, negli allegati tecnici ed economici, vengono indicati profili professionali e livelli contrattuali minimi, quindi di basso costo. «Abbiamo voluto riunire tutte le realtà del precariato che, per la prima volta, hanno deciso di riconoscersi. Vogliamo che la regola diventi che i dipendenti debbano essere assunti dall’ente che utilizza il proprio lavoro e non da società esterne il cui unico interesse diretto è quello economico», afferma il sindacalista Domenico Teramo. «Il precariato si è sviluppato in un contesto in cui ognuno resta chiuso nella propria piccola battaglia. Pur condividendo gli stessi spazi». Le parole di Teramo chiudono la giornata al teatro Palladium con un cambio di prospettiva che va oltre la singola vertenza, ricordando come la frammentazione abbia a lungo isolato lavoratrici e lavoratori dentro conflitti separati ma comuni. Da qui l’idea degli Stati Generali come tentativo di inversione di rotta.

                                                                                                                                                                                 Foto di Alice Rubert
di Roberta de Vargas Macciucca

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