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L’autonomia differenziata cristallizza il divario Nord-Sud

L'autonomia differenziata è legge. Approvata dopo una notte di intense discussioni in Parlamento. Le opposizioni protestano, mentre il futuro del Mezzogiorno è in bilico.

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Il 19 giugno è stata approvata la legge sull’autonomia differenziata dopo una seduta fiume notturna con 172 voti favorevoli e 99 contrari e 1 astenuto. Le opposizioni sono scese in piazza. Il voto finale era previsto per la sera precedente ma quando era da poco passata la mezzanotte la maggioranza in Aula ha forzato la mano e approvato la seduta notturna. Dopo le pressioni della Lega il “ddl spacca-Italia” – come lo definiscono gli oppositori – è diventato legge alle sette del mattino.

Il punto sul testo della legge Calderoli

Il testo approvato definisce i principi generali e le procedure per l’attribuzione di nuove forme di autonomia alle Regioni che ne faranno richiesta. Ed è frutto di un faticoso e delicato equilibrio tra Lega e Fratelli d’Italia, due partiti che provengono da tradizioni politiche opposte: il federalismo leghista da un lato, e dall’altro, il centralismo statalista di Fratelli d’Italia.  Alcuni dicono che le due riforme appena approvate siano un mutuo scambio politico tra i due partiti di governo: il premierato per Fdl e l’autonomia per la Lega.

L’art 1, in premessa, precisa che “nel rispetto dell’unità nazionale… (la legge) definisce i principi generali per l’attribuzione alle regioni a statuto ordinario ulteriori forme di autonomia”. E il secondo comma dello stesso articolo puntualizza che “l’attribuzione di funzioni relative a materie riferibili ai diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, è consentita subordinatamente alla determinazione (…) dei relativi livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali”. Sono i famosi LEP, i Livelli Essenziali di Prestazione, previsti dall’art. 117 della Costituzione che dovrebbero garantire a tutti i cittadini italiani la stessa quantità e qualità dei servizi su tutto il territorio nazionale. Ne sono stati individuati quattordici, tra cui salute, istruzione, assistenza sociale e trasporti. Su queste materie non ci sarà, per ora, alcun trasferimento alle regioni. Per tutte le altre, invece, si potrà procedere con una complessa e lunga procedura che porterà alla sottoscrizione di intese tra Stato e le Regioni che ne faranno richiesta (art. 4 del ddl). Questo vuol dire che, indipendentemente dai LEP, l’Autonomia può partire. Da precisare che intese in tal senso sono già state firmate nel 2018 tra il governo Gentiloni e le regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, quest’ultima a guida centrosinistra.

I problemi e le contraddizioni

Il punto è che le intese vanno approvate con legge rafforzata, vuol dire con una legge che non è emendabile dal Parlamento, il quale dispone della sola possibilità di dire sì o no. Pertanto, non sono revocabili. Il che significa che attraverso intese verrà trasferita alla Regione che ne avrà fatto richiesta la sovranità su quelle materie, che adesso sono di legislazione concorrente, e che diventeranno invece di legislazione esclusiva della regione; ovviamente con tutte le risorse necessarie, con un finanziamento basato sulla tradizionale spesa storica. Un tipo di spesa che, come è noto, copre solo ciò che già esiste senza possibilità di ampliare i servizi: in pratica, il divario più antico e persistente d’Europa viene di fatto cristallizzato.

«La legge Calderoli è un’inversione della prassi e della logica rispetto a quello che prevede la Costituzione» dice a Scomodo Adriano Giannola, presidente della SVIMEZ – Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, da sempre contraria a questa riforma.

Per capirne il perché dobbiamo fare un passo indietro e tornare alla riforma del Titolo V del 2001, quella che già aveva rappresentato un primo scollamento tra Nord e Sud. Infatti, se nel 1948 i Padri Costituenti vollero “costituzionalizzare” il Mezzogiorno come “questione nazionale da superare” nell’interesse dell’intera Nazione, con la riforma di inizio millennio (ad opera del centrosinistra) è avvenuto esattamente il processo inverso e cioè una “de-costituzionalizzazione” del problema. Il vecchio articolo 119 cost. stabiliva infatti che lo Stato poteva assegnare contributi speciali alle regioni, in particolare per valorizzare il Mezzogiorno e le isole. La riforma ha poi modificato questo principio, prevedendo invece la semplice istituzione di un fondo perequativo (volto a ridurre le disuguaglianze tra Regioni garantendo gli stessi standard nell’erogazione dei servizi) , senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante. Di fatto, la storica “questione meridionale” è stata cancellata e ridotta ad un problema come tanti, all’interno di una più generale e generica questione di “aree depresse”, negando così il suo carattere cruciale per il futuro d’Italia.

La storica “questione meridionale” è stata cancellata e ridotta ad un problema come tanti, all’interno di una più generale e generica questione di “aree depresse”, negando così il suo carattere cruciale per il futuro d’Italia

Nel 2009 per dare attuazione ai nuovi principi dell’art. 119, Calderoli elaborò la legge 42 che, come previsto dalla riforma del 2001, avrebbe dovuto creare un federalismo cooperativo liberale, prevedendo quindi il superamento della contestata spesa storica e la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni. Questa legge, però, non è mai stata attuata.

Allo stesso tempo, è opportuno analizzare anche l’art. 116 cost. in cui si legge che le Regioni possono effettivamente richiedere ulteriori forme di autonomia. Alla fine del comma 3, però, si afferma che l’autonomia in questione può essere sì concessa, ma solo in armonia con l’attuazione dell’articolo 119. «Quindi, logica vorrebbe che prima si attui l’articolo 119 – creando il fondo di perequazione – e solo successivamente si dovrebbe poter discutere dell’autonomia regionale» – continua il Presidente Giannola- «Ma poiché il percorso per definire i LEP si è dimostrato molto complesso e il finanziamento parecchio dispendioso, si arriva all’art. 4 della legge che permette alle regioni di richiedere le intese solo in materie non LEP». Insomma, sembra una vera e propria elusione dei precetti costituzionali. Ai quali pure l’attuale maggioranza a parole si richiama.

Qui si consolidano tutti i sospetti più che fondati del Mezzogiorno; malgrado il fondo di perequazione previsto dall’art.9 della legge, a quando la determinazione dei LEP? Una prima risposta arriva proprio dal Ministro Calderoli che, durantela discussione che ha portato all’approvazione del provvedimento, ha ammesso di non conoscere l’entità del finanziamento dei Livelli Essenziali delle Prestazioni e che le risorse necessarie verranno verificate anno dopo anno.  E poi, se le altre materie continueranno ad essere finanziate col tradizionale criterio della “spesa storica”, che copre solo ciò che già esiste, senza possibilità di ampliare i servizi, il Sud sarà condannato ad un perenne svantaggio nei confronti del Nord. Di qui l’accusa di fondo: l’autonomia differenziata, comunque edulcorata, costituzionalizza il divario storico.

«Nella riforma appena approvata non c’è solo l’intento delle Regioni richiedenti del Nord di mantenere privilegi storicamente consolidati nella ripartizione delle risorse pubbliche» – dice il presidente SVIMEZ – «Si intravede anche un movente ben più radicale delle Regioni richiedenti, che mirano ad acquisire con l’Autonomia la “sovranità” senza assumere la “responsabilità” che rimane in capo a una Repubblica ridimensionata dalle “intese” e priva, in ragione proprio di quelle, di spazi per garantire in modo equo i diritti di cittadinanza costituzionalmente previsti».

Ora che le due riforme simbolo dell’attuale maggioranza sono realtà, c’è anche da chiedersi cosa resterà al governo centrale se viene “spogliato” dei suoi poteri con l’introduzione del premierato e la concessione di poteri alle regioni.

Le possibili conseguenze

È fuorviante ridurre il ragionamento alle sole risorse. Dopo la pandemia e la guerra tra Russia e Ucraina, è emerso quanto siano necessarie politiche coordinate a livello nazionale. Trattenere risorse sui singoli territori regionali potrebbe garantire qualche servizio in più, ma sottrarrebbe fondi al resto del Paese, ampliando le disuguaglianze. Questo in aperto contrasto con gli obiettivi del PNRR, che, tra le altre cose, mira proprio alla coesione territoriale.

Chi l’ha sempre sostenuta presenta l’autonomia come un mezzo per rendere lo Stato più efficiente. Per gli oppositori, invece, sembra più il modo per esaltare la competitività, al punto che anche la disuguaglianza, come scrive Franco Cassano in Tre modi di vedere il Sud, «non è più una disparità da contrastare e ridurre, ma l’espressione necessaria della diversità degli impegni e delle abilità…non sono più le aree forti a sfruttare quelle deboli ma al contrario quelle deboli a sfruttare attraverso le politiche redistributive dello Stato nazionale, le aree forti».

I più critici, infatti, ritengono che l’Autonomia differenziata non renderà l’uso delle risorse pubbliche più responsabile, perché prevede di finanziare le funzioni decentrate con una parte del gettito nazionale di Irpef o Iva. Questo farebbe dipendere le risorse delle Regioni dall’andamento del prelievo fiscale territoriale che, come noto, non è uguale su tutto il territorio nazionale. Negli anni successivi all’intesa, questo potrebbe portare a un finanziamento extra senza adeguati controlli sulla spesa. Secondo stime Svimez, se le pre-intese del 2018, firmate dal governo Gentiloni e Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia (un primo assaggio di quella che sarà l’autonomia) fossero state già allora attuate, le tre Regioni avrebbero ottenuto un surplus tra i 6 e i 9 miliardi di euro.

Oggi è stata segnata una dura sconfitta per il Sud, tradendo così il progetto ideale di Mazzini e di risorgimentale memoria: «l’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà».

di Mariavelia Soave (Mariavelia Soave)

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