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L’arte che dà voce: corpi tra le colonne dell’EUR

Il 12 ottobre Pauline Curnier Jardin & Feel Good Cooperative hanno accompagnato il pubblico in un viaggio di decostruzione e riappropriazione degli spazi attraverso le strade vuote del quartiere Europa di Roma. Un percorso a conclusione della prima edizione di If Body, un programma di arti visive e performative a cura di LOCALES che racconta di corpi in ombra, di storie silenziate, di sex work e origini attraverso un’esperienza di provocazione e commento artistico performativo.

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Appuntamento ore 20.45 in Viale Asia, 32. Questa la premessa della performance organizzata dall’artista francese Pauline Curnier Jardin e della Feel Good Cooperative il 12 ottobre nel quartiere dell’E.U.R. Trasferita a Roma da poco più di una settimana, non ero mai stata nel quartiere e al mio arrivo, l’arte mi ha raccontato una storia che va oltre quella dei palazzi e mi ha permesso di conoscere un luogo non da turista ma da “attraversatrice di spazi”. Arrivo una mezz’ora prima e non c’è nessuno. Il civico che mi è stato dato è quello della stazione di polizia del quartiere e penso ci sia stato qualche errore. Cammino un po’ intorno ma pare proprio sia corretto. Dopo un po’ intuisco che la signora con lo sguardo dubbioso che si aggira per la via è lì per il mio stesso motivo. Ci conosciamo, è polacca, ha vissuto in tutto il mondo e ora abita a Roma; per qualche motivo anche lei stasera è qui per il collettivo. Parliamo un po’ e man mano che il tempo passa e l’incertezza aumenta, lei si convince che la soluzione migliore sia chiedere ai poliziotti qualche informazione in più. Mi immagino già quale sarà la risposta, ma lei imperterrita e sorridente suona, entra, chiede e torna fuori. La poliziotta all’ingresso si è insospettita, ha risposto che non c’è nessuna performance e ci ha invitato a cercare altrove. Inizia ad arrivare gente, tanta gente e la stessa poliziotta esce preoccupata dicendo di spostarci perché stiamo intralciando lo spazio per le volanti; ci chiede cos’è questa iniziativa, da chi è stata organizzata, perché tutta questa gente è lì. All’improvviso da lontano arriva un suono e al ritmo delle casse compaiono Pauline e i membri della Feel Good Cooperative: una sfilata di sex workers trans. le nostre guide in questo viaggio tra presente, passato e futuro. 

 

I leitmotifs del percorso performativo sono due, il corpo e la riappropriazione, ma tutto parte da una parola che apparentemente non c’entra niente: Colombo.

Il 12 ottobre è il Columbus Day, ancora oggi festeggiato in tanti luoghi del mondo come la ricorrenza della scoperta dell’America; una testimonianza vivissima della prospettiva eurocentrica e colonialista che tende a dimenticare la storia nella storia. La maggior parte delle sex workers della cooperativa è di origine colombiana e parte importante del concetto dietro la performance è la rivendicazione delle proprie origini, un canto libero che dice «l’America non è stata scoperta. È stata conquistata». Ma il processo artistico non si ferma certo qui. Una delle strade principali dell’E.U.R. è infatti via Cristoforo Colombo, un lungo viale stretto da imponenti blocchi architettonici che sopravvivono tra noi trattenendo memorie concrete del fascismo che fu. Di giorno il quartiere è brulicante, una delle arterie principali della vita economica e lavorativa della città. Il parco a tema This is Wonderland, la Nuvola, il Palazzo dei Congressi e poi palazzoni di vetro e vetro affiancati da cemento e simbologia. Ma non appena le luci degli uffici si spengono rimane il rumore del traffico, le finestre delle case della parte residenziale, la musica già natalizia del theme park e allo stesso tempo mancano le persone, le voci, le piazze sono vuote, fanno eco. Uno scheletro di metallo e pietra tra le cui ombre, silenziose, si aggirano dei corpi illegali, dimenticati, abusati: Via Cristoforo Colombo è infatti una delle vie principali per la prostituzione e in una serie di punti strategici le macchine passano, si fermano nell’oblio di un attimo e ripartono dimentichi. 

 

Pauline Curnier Jardin durante il lockdown cercava ispirazione; destinataria della Residenza di Villa Medici 2019/2020 a Roma e della Villa Romana Fellows 2021 a Firenze ha deciso di sfruttare la sua piattaforme e la sua visibilità per parlare delle soggettività cheil covid ha reso ancora più invisibile di quanto non siano già normalmente: per l’appunto le sex workers. Le strade erano vuote, la gente chiusa in casa e chi viveva di fisicità è rimasto senza nulla. Meno di altri dato che essendo un lavoro illegale e non riconosciuto in italia, non è stato nemmeno possibile fare richiesta per gli aiuti economici stanziati dal governo per determinate categorie fragili del mondo del lavoro. Erano soli e sole. Pauline ha deciso di dare il via ad un’iniziativa che parlasse di loro collaborando con l’architetta e ricercatrice Serena Olcuire e la sex worker e fotografa Alexandra Lopez: i vari membri di quella che poi è diventata una cooperativa hanno realizzato opere su tela che sono poi state esposte e vendute al prezzo di una marchetta. Al prezzo del loro lavoro. Da questo progetto è nata poi una collaborazione più stretta che si è evoluta nella performance co-realizzata con Jindriĉh Chalupecký Society e Prague City Gallery e promossa in collaborazione con il Museo MACRO-Museo d’Arte Contemporanea di Roma, ma anche in tantissime altre opere e performance collettive. Proprio Alexandra con megafono e carisma ci ha accompagnato in un viaggio che mirava a de-costruire un quartiere e attraversare uno spazio vuoto riempiendolo della propria esistenza. Dalla stazione di polizia il corpo collettivo del pubblico e delle performer ha continuato passando davanti all’Obelisco di Marconi dove Gilda, un’altra sex worker e artista della cooperativa, è apparsa in un outfit scintillante a commento dell’opera; poi il palazzo che ospita ora il Museo delle Civiltà, il parcheggio poco più avanti in cui sono comparsi e comparse nuove figure, un pit stop dal benzinaio, un labirinto nel bosco e per finire, il Palazzo dei Congressi: un tragitto a cerchio fatto di suoni, commenti, luci e ombre. I momenti che più mi hanno colpito sono stati quelli in cui venivo sorpresa dall’inaspettato: all’incirca a metà dell’esibizione siamo arrivati ad un benzinaio sul viale. Una normalissima pompa della benzina, due macchine ferme e qualcuno che sta facendo il pieno. Una macchina è ripartita subito a gran velocità, il ragazzo alla guida dell’altra si è visto arrivare una massa di persone in silenzio che si è fermata proprio davanti a lui senza dire niente. “Performance” direbbe Marina Abramović. Passano i minuti e ci abituiamo all’ambiente, c’è chiacchiericcio e non appena la macchina sfreccia via, Alex prende parola: «questo è uno dei luoghi della nostra quotidianità, annusate. Sentite l’odore del carburante, di cui si impregnano i vostri vestiti, il vostro naso, annusate. Questo è il nostro ufficio, lo spazio del nostro lavoro». La potenza di un messaggio così semplice, la prospettiva alternativa su un luogo per i più neutro, quasi non-spazio come il benzinaio. Subito ripartiamo e la tappa successiva è un boschetto in cui si entra dalla strada ma che si stende ampio e buio. Ci dicono di entrare, solo le donne. Gli uomini devono rimanere sulla via, sotto la luce dei lampioni. Incuriosite ma confuse ci addentriamo, un grande gruppo di donne guidato dalle sparse luci di torce che cammina incerto addentrandosi tra gli alberi; ci dicono di restare ferme al centro, sentiamo delle grida e poi scendono anche gli uomini. Nessuno dice nulla, nessuno capisce, uno scambio di sguardi a punto interrogativo. Alla fine ci fanno uscire, torniamo alla luce e ci spiegano. Avevo pensato alla sensazione di fragilità e impotenza che può provare una donna al buio, sola, in pericolo. Avevo pensato alla violenza di genere, alla paura, al tema universale della donna contro l’uomo: ancora una volta, un punto di vista biased, mio, personale. Il bosco è una protezione, il bosco è dove le sex workers si rifugiano quando arriva la polizia. «La natura è nostra amica», ci dicono, «la natura ci protegge». 

 

Dal bosco al Palazzo dei Congressi c’è poi uno stradone, la grandezza di un grande viale carreggiabile dove le macchine vanno veloci. Le artiste però iniziano a camminare in strada invitandoci a seguire, si riprendono uno spazio, un suolo che di solito è solo delle auto ma che in realtà è terra come tutta quella che la circonda: un fiume di gente cammina con calma, le macchine devono rallentare, scansarci e alla fine arriviamo davanti al Palazzo dove le colonne imponenti di colombo ci accolgono silenziose. Piano piano, compaiono delle figure, delle ombre che diventano corpi, dotati, colorati, eccentrici, vivi. Alex inizia a cantare, viene inneggiato un canto in colombiano che parla di libertà e rivolta, di felicità e appartenenza. Non capisco le parole ma capisco il messaggio, gli artisti e le artiste ballano, cantano, ci fanno volteggiare e sulle ultime parole della musica si inchinano: cala il sipario su un teatro di riappropriazione. Con la loro presenza fisica e esperienziale in questi luoghi, attraverso l’arte, dicono: ci siamo anche noi, non siamo invisibili, guardateci. 

 

Una volta finita la performance mi avvicino alle artiste fondatrici e ai membri della cooperativa per un paio di domande, per capire meglio. Parlo con Pauline, con Serena e poi con Alexandra e tutte loro mi dicono tante cose semplici ma complesse, una più vera dell’altra; cose che parlano dell’esperienza del collettivo ma soprattutto dell’esperienza di vita da cui nasce: «Noi siamo illegali qua, quello che facciamo per vivere, chi siamo non è riconosciuto da questo paese. Siamo invisibili, ma oggi vi abbiamo detto che ci siamo attraverso la legalità. L’arte, il presentarci come cooperativa ci ha permesso di ottenere l’ascolto e uno spazio per la nostra voce». Gli stessi luoghi, gli stessi corpi, gli stessi nomi ma raccontati come una storia, urlati come canto, pensati come arte. Questa performance ha permesso di accedere a un mondo che spesso è un tabù attraverso gli occhi delle stesse persone che ne sono protagoniste, un’esperienza che mostra come l’arte può non essere un semplice fine, ma un potentissimo strumento per far luce su quelle realtà che, pur essendo troppo spesso dimenticate, non smettono di esistere intorno a noi.

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