Lo scorso 4 ottobre Seun Kuti ha pubblicato il suo nuovo disco “Heavier Yet (Lays The Crownless Head)” per la Record Kicks, storica casa discografica indipendente milanese che annovera in catalogo, tra gli altri, i Calibro 35. Il disco esce sei anni dopo la nomina al Grammy per l’album “Black Times” e si propone come l’opera della maturità artistica. Alla produzione c’è un nome di prim’ordine, quale Lenny Kravitz, a cui segue quello, un po’ meno noto al grande pubblico, di Sodi Marciszewer , ingegnere del suono già a seguito del padre di Seun, Fela. L’esperienza di Lenny e Sodi alla produzione permette al talentuoso Seun, polistrumentista, di creare un prodotto che riesce a inserirsi nel panorama musicale contemporaneo mantenendo, però, salde le radici dell’Afrobeat, un genere che possiamo identificare, grosso modo, con il funk di matrice africana, nato dall’incontro tra la tradizionale musica nigeriana “Yoruba” e il funk (ma anche jazz e soul) statunitense. “Heavier Yet (Lays The Crownless Head)” contiene sei tracce, i cui testi ruotano attorno a concetti chiave come resistenza, resilienza e rivoluzione. Il brano “Dey” (“essere”, nel senso di vivere, o “essere nell’atto di fare qualcosa” in pidgin nigeriano) vede, per di più, la partecipazione dell’icona reggae Damian Marley, che, assieme a Seun, ci invita ad accettare e supportare ciò che siamo. “Emi Aluta” (“Lo spirito della lotta”) omaggia, invece, i grandi rivoluzionari e figura alla voce anche la cantante rapper zambiana Sampa The Great. “T.O.P.”, brano di apertura, critica il malsano sistema valoriale della società globalizzata, dove è premiato il valore dato dai soldi e dal successo, mentre in “Love and Revolution”, Seun professa il suo amore per la moglie e dichiara che il “true love” può ispirare le persone a rendere questo un mondo migliore. Infine, la traccia “Stand Well Well” risente un poco dell’influenza “pop” di Lenny Kravitz mentre “Move” si presenta come un classico pezzo Afrobeat.
Appare chiaro, allora, che Seun usa le sue canzoni e, per esteso la musica, come uno strumento al servizio del cambiamento e miglioramento sociale. In ciò il musicista continua la sfida di Fela, impegnandosi altresì in iniziative politiche come #EndSARS, il movimento sociale che protesta contro le violenze della polizia nigeriana e la guida del M.O.P. (Moviment of the People), movimento politico fondato dal padre nel 1979. A un primo ascolto frettoloso il disco rivela un volume generale basso, che non lascia davvero decollare il potenziale del groove, ma ad un orecchio più attento “Heavier Yet” si conferma un album Afrobeat in toto, dai ritmi funky ai testi ideologicamente schierati. La conferma arriva durante il concerto, quale quello del 29 ottobre all’Alcatraz di Milano in occasione del JAZZMI, dove Seun accompagnato dalla band “Egypt 80” performa come un vero frontman, destreggiandosi tra il suo sassofono, le tastiere e il microfono, supportato anche da due danzatrici indomite. Dal vivo, tutto il potenziale ritmico e le esplosioni dei fiati non lasciano scampo, ogni spettatore e spettatrice si ritrova così a ballare e si lascia coinvolgere da Seun, che tra una risata e l’altra, richiama la nostra attenzione a tematiche che troppo spesso consideriamo superate.
Prima del concerto abbiamo avuto l’occasione di incontrare Seun Kuti nella sua stanza d’albergo, dove abbiamo scambiato due chiacchiere sul suo nuovo album, il tour e il ruolo della musica nella lotta politica.
Hai spesso affermato, come tuo padre, che “la musica è un’arma”, uno strumento di lotta e conoscenza. L’Afrobeat porta un messaggio di emancipazione e di lotta per i diritti della comunità nera, ma molti ascoltatori si concentrano solo sul ritmo. Puoi spiegarci meglio cosa intendi con “la musica è un’arma”? Pensi che l’Afrobeat possa ancora fare la differenza nel mondo di oggi?
La musica è sempre stata un’arma, un’arma per la gente, per i lavoratori. La musica è sempre stata una fonte di ispirazione per l’umanità. Quindi sì, la musica è un’arma, ma non è la lotta. La musica è un’arma da usare nella lotta, una lotta di classe, nella lotta definitiva per la liberazione, che avverrà nel nostro tempo.
Penso che stiamo tornando agli anni ’30, ai “ruggenti anni ’30”, un periodo di grandi trasformazioni. C’è stata la Grande Depressione, poi il movimento operaio, la seconda guerra mondiale… un tempo in cui i lavoratori hanno cambiato il mondo. Forse siamo vicini a un periodo simile.
La musica è sicuramente ancora un’arma, ma non è la battaglia.
In un mondo “bianco”, ottenere visibilità nell’industria musicale può essere difficile per gli artisti africani. Quali consigli daresti ai musicisti africani?
Oh, è molto semplice: parla di vestiti europei, di auto europee, tratta le donne nere male nei video e sei a posto. E incontrare Puff Daddy, devi conoscere Diddy!
[grasse risate]
Parliamo del tuo nuovo album, Heavier Yet (Lays the Crownless Head): è una citazione? Puoi raccontarci la storia dietro al titolo?
Sì, il titolo è una mia citazione originale, ma è una risposta a una frase shakespeariana da Enrico IV. Il re Enrico, che è il re e possiede tutto, si lamenta di quanto sia difficile esserlo. Alla fine dice “uneasy is the head that wears a crown” (ndr. “inquieta è la testa che porta una corona”, spesso parafrasata in “Heavy is the head that wears the crown”).
Oggi nel mondo tutti i ricchi che prendono decisioni difficili e rendono la nostra vita un inferno vogliono farci credere che prendere queste decisioni sia un fardello. Come Netanyahu, che dice “non voglio uccidere questi bambini”, dice “inquieta è la testa”… ma il prezzo lo paghiamo noi. Siamo noi i genitori di quei bambini, i mariti delle donne maltrattate, i lavoratori che perdono il lavoro. Noi siamo quelli che devono adattarsi.
Hai collaborato con artisti come Damian Marley e Sampa The Great, insieme alla tua band Egypt 80 per questo album. Com’è stato lavorare con loro?
Sono due artisti diversi, quindi per me è stata un’esperienza doppia.
Damian è come un fratello; credo sia l’artista più simile a me, perché abbiamo entrambi un padre e un fratello famoso. È come un copia e incolla. Amo la sua visione.
La visione artistica è potente, e anche il messaggio lo è. Ma raramente incontri artisti con una visione chiara, non solo per la musica o un album, ma per l’arte in sé. Come mio padre: non era solo musica, era ciò che doveva indossare, il palco, i colori. C’era una visione, e penso che anche Sampa abbia questa visione. Lo rispetto molto in un artista.
E com’è gestire una band così numerosa, specialmente in tour? È difficile?
No, non per me. Il lavoro non è tutto su di me. Il mio compito è salire sul palco e fare la mia parte. Devo dare credito al team: il mio manager, il leader della band, gli agenti… tanti ci aiutano a far funzionare la band.
Anche i membri della band fanno molto. Non c’è nessun lavoro al mondo dove “fare il minimo” basti. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, i lavoratori italiani inventarono lo “sciopero bianco”. Andavano a lavorare, ma facevano esattamente quello che era scritto nel contratto, nulla di più. Era interessante perché l’azienda non andava avanti se facevano solo ciò che era nel contratto. La band fa questo e anche di più. Non è solo merito mio.
In una recente intervista, hai detto che il tema centrale del tuo nuovo album si riassume in due parole: solidarietà e liberazione. Come sono collegati questi concetti per te? Possono esistere l’uno senza l’altro?
Una frase: coscienza di classe.
A proposito di coscienza di classe, hai rivitalizzato il Movement of the People (M.O.P.), fondato da tuo padre. Quali sono gli obiettivi del movimento? È difficile per te guidare sia un movimento politico che una band Afrobeat?
Beh, sai, gestire un’organizzazione politica è più difficile che dirigere una band. Come diceva Lenin, “la più alta forma di organizzazione umana è il partito politico”. È difficile organizzare le persone. Non puoi fare una rivoluzione per conto del popolo, devi essere con il popolo.
