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Fallimenti europei

L'unione degli interessi particolari

L’Europa è al centro di un ciclone elettorale e mediatico da anni e vive una crisi perenne in molti dei suoi paesi membri, Italia compresa. Tra euroscettici ed europeisti convinti si ingaggia una battaglia feroce. Tuttavia, in pochissimi sembrano aver compreso il ruolo dell’Unione. Un’Unione principalmente a sfondo economico, risorsa per chi la sfrutta per i propri interessi e fonte di vessazioni continue per chi non lo fa. All’interno della quale i cittadini hanno un ruolo periferico.

Fare i conti con l’Europa

Fallimenti europei - Tsipras Merkel

Chi meglio incarna gli interessi del proprio Paese in Europa ha la meglio. Una resa dei conti che sembra non finire mai

La critica che sicuramente corrisponde più a una realtà di fatto è rivolta a un’Unione Europa di matrice esclusivamente economica.

L’economia è storicamente il simbolo del latinorum della classe dirigente: un mezzo per allontanare la “gente comune”, che di familiarità con certi termini e numeri ne ha poca, dalla cosa pubblica. Tale sospetto si è rafforzato fino a diventare quasi una certezza con la tremenda crisi economica del 2008, che ha scosso le fondamenta, già fragili, della società occidentale. Da allora, i termini economici e la non realizzabilità di determinati progetti secondo i parametri della stessa Unione hanno inasprito il sentimento di trovarsi in una battaglia di campo, dove una “casta di burocrati” che di economia capivano qualcosa, aveva sottratto il potere sovrano al popolo in virtù di questa conoscenza. 

In questo contesto, l’Unione Europea non ha potuto assumere altro ruolo se non quello del Re Giovanni che ordinasse ai vari sceriffi nazionali di vessare il popolo. Volenti o nolenti, i governi l’hanno fatto a colpi di tasse, spending review e pareggio di bilancio (con il famigerato “fiscal compact”: a quanto pare, se tradotto in inglese, qualsiasi concetto risulta più attraente o, all’opposto, più tragico). Anch’esse parole volatili, difficili da comprendere ma la cui sola pronuncia è bastata per scatenare una tempesta di euroscetticismo. Portando ad essere popolari proposte spesso classiste in modo becero, ma che diventavano parole d’ordine solo perché chi le pronunciava proponeva (o meglio, prometteva a vuoto) di abbattere l’Unione Europea dei vincoli economici.

Perché, effettivamente, in questa immensa foresta di Sherwood, era ovvio che chi sapesse fare gli interessi del proprio Paese nella maniera più efficace avrebbe fatto da padrone e, conseguentemente, avrebbe attirato su di sé gli odi di chiunque fosse governato da chi non aveva potuto (o voluto) fare altrettanto.

Una realtà complessa appare semplice solo se la si semplifica, spesso in maniera fuorviante. E la semplificazione più diffusa è quella che vede contrapposti due eserciti: europeisti ed euroscettici. Guardando alla condizione economica dell’UE, però, appare evidente come questa divisione netta sia farlocca, valida solo per una battaglia elettorale. Perché, di fatto, la divisione è un’altra: chi sfrutta i vantaggi possibili offerti dall’Europa per gli scopi del proprio Paese e chi non ha idea di cosa farsene.

Ovviamente c’è una grande differenza tra chi, in un contesto europeo, fa i propri interessi nazionali in maniera intelligente e chi in maniera poco lungimirante. E vi sono due illustri esempi di questa distinzione: la conversione della lira italiana nella moneta unica europea, anche nota col nome di “euro”, e l’ormai perenne crisi economica in Grecia.

Gli amichevoli duellanti: Prodi e Kohl sulla conversione alla moneta unica

Sull’euro sono state dette fin troppe baggianate, non ultima quella che il “potere di acquisto delle famiglie” (divertente come in Italia la reazione di una famiglia a una qualsivoglia disgrazia sia l’unico parametro valido) si sia “dimezzato” a causa della moneta unica. In una materia come l’economia, che pretende così ferocemente di essere scienza matematica e infallibile, tali semplificazioni rischiano di essere fuorvianti, semplicemente perché non vere. O quanto meno non del tutto.

E tuttavia è uno di quei segretissimi eventi sopra citati a dare forza ad affermazioni di questo genere: la conversione della lira nella moneta unica europea vide fronteggiarsi due protagonisti, in teoria, disposti a battersi sul ring dell’UE per gli interessi del proprio Paese: Helmut Kohl, cancelliere tedesco dal 1982 al 1998, e Romano Prodi, presidente del Consiglio italiano dal 1996 al 1998 (e nuovamente dal 2006 al 2008). 

Diversamente dagli Stati Nazionali, in cui la democrazia rappresentativa si è formata in seguito alla necessità di risolvere i conflitti tra le diverse parti sociali (aristocratici e mercanti prima, mercanti e classe operaia poi), l’Unione Europea si è evoluta a partire da ben altri presupposti: la sua prima formazione risale infatti alla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), creata con il Trattato di Parigi nel 1951, un’istituzione economica – o meglio, un cartello – il cui unico obiettivo (oltre a scongiurare una nuova contesa tra Francia e Germania nelle zone di confine) consisteva nella creazione di un mercato comune dell’acciaio e del carbone, stabilizzando i prezzi e limitando la concorrenza tra i paesi membri. 

Perché questo fosse possibile però, era necessario che si mantenessero dei rapporti di cambio stabili tra i regimi monetari dei paesi membri dell’Unione. Finchè tali rapporti erano legati al dollaro statunitense (il cosiddetto sistema dei cambi fissi), l’allineamento delle valute europee fu automatico. Tuttavia, quando nel 1971 tale sistema fu abolito, i rapporti di cambio europei impazzirono; da qui l’esigenza di una moneta comune che fosse in grado di stabilizzare nuovamente il cartello europeo. Negli anni ’70 fu la volta del “serpente monetario europeo”, sostituito nel 1989 dallo SME (Sistema Monetario Europeo), che stabiliva i rapporti di cambio tra le valute dei singoli paesi in riferimento all’ECU (European Currency Unit), un’unità di conto il cui valore dipendeva dalla media del valore di tutti i regimi monetari appartenenti allo SME. 

I Trattati di Maastricht del ’92-’93, con i quali si unirono i vari Stati Europei sotto un’unica moneta, furono una diretta conseguenza di quest’ultimo sistema monetario. Infatti, tra i diversi criteri da rispettare per poter aderire ai Trattati, uno in particolare imponeva che prima dell’ingresso nell’Unione Monetaria i paesi candidati dovessero trascorrere un biennio senza svalutare la propria moneta rispetto all’ECU.

 

Prodi e Kohl, entrambi leader nel loro ultimo anno alla guida del Paese, si ritrovarono, nel 1998, a prendere una decisione fondamentale per i futuri delle proprie patrie: bisognava infatti decidere il coefficiente da adottare per il calcolo della conversione della lira e del marco con l’euro. Più semplicemente: quante lire e quanti marchi dovesse valere 1 euro.

Come è noto, il risultato fu:

  • 1 euro = 1,95583 marchi;
  • 1 euro = 1936,27 lire.

Alla base di tale risultato ci fu una decisione preliminare: infatti era necessario stabilire, prima di passare ai due cambi con l’euro stesso (calcolati non con una media ponderata tra i dodici stati ma singolarmente), quale fosse il coefficiente da applicare tra le due monete stesse. Ovvero: 1 marco = 990 lire (di qui: 990 x 1,95583 = 1936,27). Questo cambio è fondamentale per le sue radici: Il cambio, secondo lo stesso Romano Prodi, venne deciso in una telefonata “molto amichevole” tra lui e Helmut Kohl. 

E’ in questa occasione che nasce un dubbio: se è vero l’assunto che l’europeista D.O.C. “usi” l’Europa per i fini della propria nazione, quanto fu europeista Prodi e quanto lo fu Kohl? Il primo, convinto di essere nel giusto (e con lui Carlo Azeglio Ciampi, allora ministro del Tesoro e futuro Presidente della Repubblica), decise di svalutare la lira, passando da un cambio marco-lira di circa 1:785 (valore del 1992) a 1:990 (valore finale del 1998). L’operazione italiana di perdita di valore della lira era legata a un processo detto “svalutazione competitiva”, quello di diminuire il valore della lira nei confronti del marco per rendere più convenienti determinati prodotti italiani agli acquirenti tedeschi: un’operazione commerciale che riguardava solo ed esclusivamente alcuni settori dell’export italiano, una fetta minima dell’economia italiana.

La svalutazione competitiva, in un mercato unico con più valute come quello europeo dall’adesione a Schengen a quella alla zona euro dei Paesi interessati, è sicuramente un grande aiuto a quei settori che ne possano beneficiare. Sul breve periodo. L’Italia ne fece un mezzo importantissimo, nonché un uso smodato dal 1994 al 1998 stesso: ovvero, da subito prima dell’entrata in vigore a pieno regime della zona Schengen alla stabilizzazione del cambio, in vista della conversione nella moneta unica.

Tutto ciò avveniva nel primo decennio a vedere la Germania unificata dopo il 1945, nel quale il Cancelliere si trovava a dover unificare anche due tipi di marco: con una massa monetaria in circolazione, a tutti gli effetti, di due Stati. Nel Paese più popoloso d’Europa.

Su questo sfondo, nel 1998 Prodi e Ciampi pensarono di massimizzare i profitti con un’ulteriore svalutazione: Prodi ha raccontato infatti di aver proposto a Kohl un cambio 1.000 lire = 1 marco. La trattativa verrà chiusa proprio a 990 lire per un marco. Per Kohl, ovviamente, il prezzo era più che accettabile: la chiusura perfetta di un decennio in preparazione al dominio tedesco in Europa, nonostante un’inflazione altissima.

In Italia invece il potere di acquisto iniziò a risentire di una scelta che, col senno di poi, appare scellerata: convertire la lira in euro in un momento di valore minimo, oltretutto voluto col solo obiettivo di rendere alcuni propri listini competitivi nell’export italo-tedesco. Competitività che poi si sarebbe completamente annullata con l’entrata in vigore dell’euro.

Risulta fin troppo facile capire chi, tra i due protagonisti, avesse interpretato meglio il proprio ruolo di difensore degli interessi della propria nazione.

Storia di un naufragio: la crisi greca

L’Unione Europea, come già detto, è fondata esclusivamente su un sistema monetario unificato che possa garantire il libero mercato, ma manca di una qualsivoglia identità politica che sia in grado di tutelare adeguatamente il benessere di tutti gli Stati membri. 

In effetti, pensandoci bene, nei periodi di “stabilità e di “crescita” – termini ripetutamente abusati dalle nostre classi dirigenti – non sono mai stati contemplati interventi “pubblici” che potessero regolare a livello europeo il mercato e il sistema finanziario, abbracciando in toto quelle teorie neoliberiste secondo cui questi due settori sarebbero in grado di autoregolarsi “naturalmente”, mantenendo uno stato di equilibrio perpetuo e imperturbabile. In realtà l’unico frutto che ciò ha dato è stata l’applicazione di un modello di darwinismo sociale, una legge del più forte che ha mostrato il proprio lato peggiore proprio nel momento in cui la prevaricazione sull’altro è diventata una questione di sopravvivenza. Ne è un esempio lampante la gestione da parte dell’UE della crisi greca, scoppiata nel 2009 dopo che il governo di centro-sinistra di Papandreou è stato costretto a rivedere al rialzo le previsioni relative al debito pubblico del paese, provocando un crollo dell’economia greca e caos generale all’interno della comunità internazionale. Gravata da 350 miliardi di euro di debito e impossibilitata ad accedere ai mercati – causa la bancarotta della Borsa di Atene – la Grecia non ha potuto fare altro che chiedere un aiuto internazionale. E l’Europa ha dovuto rispondere alla richiesta di soccorso, espletando la sua funzione di “salvagente economico” degli Stati Membri per evitare che, come le tessere di un domino, il crollo economico di uno dei Paesi potesse provocare la caduta di tutti gli altri, uno ad uno. Ma la totale assenza di un progetto politico coeso e la lungimiranza zero dei tecnocrati di Bruxelles ha fatto sì che i due piani di aiuti da 110 miliardi, nel 2010, e da 130 miliardi, nel 2011, abbiano sofferto della “sindrome del tptt” (troppo poco troppo tardi) producendo risultati per nulla o poco efficaci. Per di più, dal momento che il sostegno da parte dell’UE non è venuto senza un ingente prezzo da pagare per la Grecia: gli aiuti economici sono infatti stati accompagnati dalla pretesa che il paese applicasse pesanti politiche di austerità, che comprendessero, tra gli altri provvedimenti, tagli alle pensioni, un aumento delle tasse e riforme strutturali. Scordatasi completamente della crisi umanitaria – così è stata definita giustamente da Tsipras nel 2015 – che si è manifestata all’interno dei propri confini, l’Europa si è invece preoccupata esclusivamente di far tornare i conti, a volte addirittura imponendosi al di sopra della sovranità nazionale dei governi statali. Ancora una volta la crisi greca ci è d’aiuto nel chiarimento di quest’aspetto: dal 2011 infatti, allo scopo di fronteggiare tale crisi, è stata istituita la cosiddetta Troika, un organo costituito da BCE (Banca Centrale Europea), FMI (Fondo Monetario Internazionale) e Commissione europea, incaricato della gestione del piano di salvataggi e delle trattative sulle norme d’austerity da applicare negli Stati a rischio di insolvenza sovrana, primo tra tutti il paese ellenico. Ma spesso tali trattative hanno assunto la forma di vere e proprie imposizioni dall’alto da parte dell’Unione Europea, che si è trovata così a bypassare la sovranità nazionale dei governi e talvolta addirittura a limitare la democraticità dei processi decisionali. Si veda ad esempio il tentativo di mettere a referendum il secondo piano di salvataggi elaborato dall’UE, a cui è seguita la minaccia dell’Europa di sospendere qualsiasi tipo di aiuto, costringendo l’allora Primo Ministro a dare le dimissioni. E non è un caso che l’agito di tale istituzione sia finito sotto l’occhio del Parlamento Europeo, che nel 2014 ha avviato un’indagine proprio sui programmi d’austerity imposti da quest’organo nel corso degli anni, giustificati da frasi tautologiche, una tra tutte la celebre “ce lo chiede l’Europa”, diventate oramai troppo poco credibili anche agli occhi degli stessi addetti ai lavori.

Soprattutto perché, se alla Grecia vanno amputati degli arti, l’Europa è piena di squali pronti a smembrarli: le privatizzazioni delle partecipate greche hanno visto contendenti come Deutsche Bank e France Terminal Link per il porto di Tessalonica, mentre le italianissime Ferrovie dello Stato e Snam puntano rispettivamente ai trasporti greci di Trainose e alla compagnia del gas Depa.

Oggi, così come allora, è chiaro che a trarre giovamento dalle cure europee sono un ristretto manipolo di individui, intenti ancora una volta a fare solamente i propri interessi. O, nel migliore dei casi, gli interessi del proprio Paese.

Quindi?

Storie come quella italiana e quella greca, che vedranno per le loro colpe (che nel caso italiano, sia chiaro, vanno ben oltre quella pur importante di Romano Prodi al tempo della conversione) una permanenza più o meno traumatica nell’UE, dimostrano ancora una volta qualcosa di imprescindibile: l’UE nasce per poter regolare i conti interni all’Europa, e chi meglio gioca per gli interessi del proprio Paese sicuramente avrà maggiori vantaggi. Non una politica economica comune, dunque, ma parametri e standard unificati per separare leader europei da fanalini di coda. Anche nel suo unico aspetto realmente fondante, l’Unione non ha trovato il modo di ridurre le diseguaglianze, ma ne ha create di nuove.

L'Europa dei confini

Fallimenti europei

L’Europa, volente o nolente, ha dei confini esterni. Che non sa come gestire

Prima questione: le migrazioni

La questione dei migranti in Europa va affrontata con attenzione poiché presenta diverse sfaccettature in base al punto di vista scelto per analizzarla.

Tra le leggi che regolano e amministrano l’immigrazione clandestina da Paesi Terzi verso l’Europa, la più importante è certamente la cosiddetta ‘Convenzione di Dublino’.

Questa però negli ultimi anni è stata contestata da molti in Europa; viene infatti giudicata obsoleta ed inefficace ad affrontare i recenti flussi migratori.

Maggiormente criticato è il principio chiave secondo cui il primo paese in cui un rifugiato viene identificato è anche quello responsabile di esaminare la sua richiesta di asilo.

E’ evidente infatti che con gli attuali tassi di immigrazione un regolamento del genere va a sovraccaricare quei paesi come l’Italia, la Grecia e la Bulgaria dove si concentrano quindi maggiormente gli arrivi essendo ai “confini” dell’Ue. Questi stati non sono però messi in condizione di gestire un così alto arrivo di migranti e di conseguenza si allungano le pratiche per i diritti di asilo e peggiorano le condizioni dei rifugiati, costretti spesso a sopravvivere in strutture straripanti e fatiscenti.

 

Contro l’ingiustizia e l’inefficacia di un sistema simile, si è fortemente battuta Cecilia Wikström, che ha presentato all’Europarlamento una proposta di revisione: dopo moltissime discussioni, nel 2016 il Parlamento Europeo ha varato un nuovo regolamento di Dublino, approvato dalle più disparate forze politiche.

Tra le tante novità, questa revisione prevede la redistribuzione dei migranti tra gli stati membri in base a delle quote calcolate considerando PIL e tasso di disoccupazione.

Tuttavia questo nuovo regolamento, approvato come già detto dal Parlamento nel 2016, non ha valore se non è ratificato anche dal Consiglio degli stati membri. Ed è proprio qui che la proposta si è arenata: nel Consiglio sono presenti alcuni stati con politiche nazionaliste e conservatrici, come Austria, Ungheria e Polonia, che si sono opposti a tale revisione e ne hanno bloccato la discussione nel Consiglio da ormai due anni.

 

L’evidente difficoltà dell’Europa nel gestire la questione dei migranti e nel raggiungere una efficace politica comune su tale tema – dovuta in parte ad un mancanza di coraggio da parte degli altri membri del Consiglio nel contrastare quella minoranza contraria alla revisione – ha costretto l’Italia a porsi al di sopra della politica dell’Unione.

 

Infatti all’inizio del 2017 è stato approvato il decreto legge Minniti, presentato dall’allora Ministro degli Interni, appunto Marco Minniti. L’obiettivo di questo decreto è quello di intervenire con forza sulla questione dei migranti, andando direttamente a limitare le partenze dalla Libia. Alla base del decreto Minniti ci sono state lunghe trattative con le milizie libiche, affinché queste impedissero ai migranti di imbarcarsi per l’Italia.

Le diverse criticità che un simile provvedimento presenta hanno però presto attirato le attenzioni dei media.

L’opinione pubblica si è suddivisa tra chi riteneva giusta e necessaria un’azione del genere, e chi invece vi si è violentemente accanito contro , giudicandola crudele e inefficace. Tra le maggiori critiche mosse a Minniti ci sono la mancanza di un rigido controllo dello stato italiano sulle milizie libiche e il fatto di non conoscere la sorte delle persone a cui viene impedito di partire. Quello che lamentano è l’immoralità e la disumanità di un decreto simile; infatti lo Stato non ha strumenti – e probabilmente preferisce non averli – per sapere in che condizioni siano detenuti i migranti e quali atrocità possano subire da parte delle milizie.

Inoltre ancora oggi non si sanno i nomi delle persone con le quali il ministro ha trattato e neanche cosa abbia concesso in cambio del loro aiuto.

Elemento curioso e molto dibattuto è che un simile decreto provenga da un membro del PD, storicamente più attento dei suoi avversari nei confronti di coloro che non hanno la cittadinanza italiana.

A livello europeo ci si rende conto di come un decreto del genere sia stato emanato per colmare la mancanza di una politica comune sui migranti che fosse efficace, come si accennava inizialmente. Quindi, poiché nel Consiglio degli Stati Membri non sono riusciti a dare una risposta valida, l’Italia il problema ha provato a risolverlo in maniera autonoma.

E’ ovvio però che una soluzione del genere non può essere permanente e che presto si rivelerà inefficace; infatti anche se effettivamente nel 2017, rispetto all’anno precedente, in Italia c’è stato un calo delle immigrazioni, è molto probabile che ciò non indichi un’interruzione del flusso migratorio ma solamente un suo spostamento. Già nel 2017 sono aumentati in maniera esponenziale gli immigrati sbarcati in Spagna attraversando il canale di Gibilterra; abbiamo quindi semplicemente lasciato il nostro problema ad altri.

 

Il punto è che questa generale “mala gestione” del fenomeno migratorio, che si è cercato di scaricare nelle mani di pochi membri, ha finito poi per riecheggiare contro l’intera struttura dell’Europa stessa. Sotto la spinta di queste pressioni migratorie, vari paesi dell’Area di Schengen (cioè quei paesi che hanno sottoscritto il trattato di Schengen) hanno introdotto controlli e barriere così da arginare il problema a quei paesi che le barriere non le possono mettere, ad esempio a causa del mare, o che si oppongono a provvedimenti simili. Da evidenziare che questi muri spesso sono stati introdotti anche al confine con altri stati europei, andando ad interrompere il trattato di Schengen.

Seconda questione: cos'è Schengen e che conseguenze ha

Firmato il 19 giugno 1995, oggigiorno vi aderiscono 26 paesi, di cui 22 Stati membri, e ciò che fin dall’inizio propone è l’abbattimento dei confini interni all’Ue.

Con tale trattato ogni cittadino membro dell’unione Europea o appartenente a paesi terzi, potrà muoversi liberamente tra le frontiere delle nazioni che hanno acconsentito, senza essere sottoposto a controlli doganali.

Le regole di Schengen prevedono eccezionalmente controlli ai confini in caso di urgenza, per un periodo da 2 a 6 mesi, e una sospensione fino a 2 anni del Trattato per motivi di ordine pubblico. Nell’estate 2015 diversi membri di Schengen, come Danimarca e Svezia, soggetti a crescenti pressioni migratorie da stati membri confinanti, sono ricorsi alla reintroduzione di controlli, muri e barriere, in un apparentemente incessabile effetto domino.

 

Questa intensificazione delle pressioni migratorie in Europa ha molteplici origini. I rifugiati richiedenti asilo sono aumentati a causa dell’avvio e continuazione di conflitti e persecuzioni, i migranti economici, a loro volta, sono aumentati in conformità ad un aumento del divario fra la ricchezza dei paesi sviluppati e la povertà di molti paesi in via di sviluppo.

Soprattutto per l’ultimo caso, l’abolizione dei confini interni di un’area, richiede la convergenza degli standard di vita che nei diversi sistemi sociali europei si caratterizzano per fonti di finanziamento, incidenza del settore non profit ed il welfare, ovvero quei servizi di “assistenza sociale” che lo stato fornisce al cittadino. E’ importante far notare come i paesi che hanno reintrodotto i controlli siano alcuni dei più agiati sotto questo punto di vista.

Il Trattato di Schengen per funzionare efficacemente richiede maggiore integrazione politica e il rafforzamento della frontiera esterna dell’UE, delegata invece a controlli nazionali frammentari; Manca inoltre un regime europeo del diritto di asilo.

Terza questione: i confini esterni e l'esercito europeo

Oltre a tenere conto dei flussi migratori diretti verso di essa, l’Europa è consapevole di dover agire all’attivo, andando a contrastare le cause del fenomeno e cercando di ristabilire la pace, in quelle zone massacrate negli ultimi anni da conflitti armati gravemente patiti dai civili costretti a fuggire; a trovare una soluzione, se stabilita una linea politica estera condivisa, potrebbe essere l’esercito europeo.

La prima volta che si parlò di una forza armata europea fu nel 1950, ma venne cestinata dalla Francia dopo solo quattro anni. Il compito della difesa militare, nel frattempo, fu assorbito dalla NATO.

Le cose potrebbero cambiare con l’uscita del Regno Unito dall’UE, che ha infatti portato all’autoesclusione di uno dei Paesi che più ha lottato in sede comunitaria per il mantenimento della sovranità militare in ambito nazionale.

Oltre a ciò l’elezione di Donald Trump ha rappresentato un’ulteriore spinta per la creazione di una struttura militare congiunta fra gli Stati europei, viste anche le decisioni prese dal Tycoon rispetto alla NATO, ed i costi di mantenimento di quest’ultima che l’Europa dovrebbe affrontare. Questi due eventi, vanno poi immessi in un contesto geopolitico internazionale dove è presente anche la potenza militare russa di Vladimir Putin, che da tempo infrange regolarmente lo spazio aereo e le acque territoriali degli Stati membri.



E’ da queste premesse che deriva l’annuncio da parte di Federica Mogherini della nascita di una prima struttura militare europea, chiamata gergalmente Pesco, con sede a Bruxelles, il cui compito sarà quello di coordinare le missioni di addestramento e di consulenza che l’Unione Europea già attua, ma senza un sistema centralizzato di comando.

I passi avanti nell’ottica di una cooperazione militare e di un coordinamento della politica estera tra gli stati membri potrebbero avere dei risvolti positivi in termini di policy, inoltre, permettere all’Unione maggiore autonomia decisionale rispetto alle scelte di politica estera statunitense.

Il quadro attuale vede già dall’anno scorso 23 paesi, tra cui Italia, Germania, Spagna e la Francia di Macron, all’intero fila di questa cooperazione. L’ultima di questa lista si è tuttavia trovata, di recente, a sostenere i bombardamenti americani contro posizioni strategiche Siriane, attaccando a sua volta senza consultare il resto dell’Europa, e di conseguenza attuando una politica di sovranazionalità, in contrasto con i valori e principi che contraddistinguono un’unione militare.

Sbloccare la questione dopo sessant’anni e riuscire finalmente a metterla su carta, porta un momentaneo sospiro di sollievo, momentaneo perchè, come per ogni progetto, la sua realizzazione è sempre più impegnativa della programmazione. In particolare nel trovare una linea di politica militare estera, considerando le divergenze politiche tra i vari stati membro e i casi in cui essi sono già andati ad attuare politiche sovranazionali.

E’ evidente che siamo ancora distanti da una vera Europa unita, ma si spera che questi problemi che si affacciano all’europa facciano sì che i pesi siano equamente distribuiti, in modo che almeno all’interno dell’Europa ci sia un clima di effettiva e reale collaborazione al fine di poter rivestire come Unione Europea il nostro reale ruolo all’interno della politica mondiale.



Ventotene

Ovvero, conclusioni amare

“Altiero Spinelli, nel suo Manifesto di Ventotene, sosteneva che una riforma della società dovesse passare da una rivoluzione europea. E che questa dovesse essere necessariamente socialista”. A parlare è Samuel, 21 anni. Studia a Bologna per la magistrale, ma è di Caltagirone, in provincia di Catania. Nel suo paese ha fatto la maturità classica, a Catania la triennale. E di un’Europa di diseguaglianze non ne vuole sentir parlare. “Mio padre è meccanico, mia madre è insegnante precaria. Hanno passato la vita a lavorare per altri. Hanno fatto in modo che suo figlio potesse diventare dottore”.

 

Samuel è uno degli otto tutor che ha seguito i lavori degli ultimi 42 ragazzi che hanno lavorato alla stesura del “Trattato dei Giovani Europei”, documento finale del lavoro di 135 ragazzi iniziato a maggio 2017, concluso il 12 maggio 2018 e consegnato a Vito Borelli, vicedirettore della Commissione Europea in Italia. Per cinque giorni, i 42 hanno lavorato nella scuola intitolata proprio ad Altiero Spinelli a Ventotene, in un’iniziativa promossa da La Nuova Europa (in particolare da Roberto Sommella, Raffaella Rizzo e Anna Angelucci).

Fatta eccezione per i tutor, l’età dei ragazzi oscillava tra i 16 e i 18 anni. Menti in teoria ancora in erba, pronte a dare il proprio contributo a un’Europa diversa, ideale e soprattutto giusta, in un’iniziativa che si poneva come obiettivo quello di uscire dallo steccato.

E tuttavia, nonostante i presupposti da cui si partiva, i cinque gruppi di lavoro (“Comunicazione tra le forze europee”, “Coscienza ecologica”, “Frontiere libere e protette” e, rullo di tamburi, “Pace”) si sono trovati di fronte a un lavoro ostico e, pur con accanto tutor ad indirizzarli, si sono ritrovati a scrivere un trattato con un difetto, per quanto ampiamente giustificabile, che rischia di inficiare la validità di questo e probabilmente altri futuri lavori.

 

42 “europeisti” di massimo diciott’anni probabilmente hanno un’idea molto chiara di come funzioni l’Europa, quale siano le dinamiche interne e lo esprimono a chiare lettere. E’ facile quindi capire perché le discussioni preliminare, pur accesissime, non tentassero di ribaltare la prospettiva e gli assiomi dell’UE odierna, ma cercassero di aggiustarli e di correggerne il tiro. Sorgono spontanee due domande. Il trattato, anche se consegnato nelle mani di un esponente europeo di medio-alto rango, quante possibilità ha realmente di fare breccia nei cuori di chi siede nella cabina di comando dell’Unione Europea? E soprattutto, che speranze ci sono di vedere un’Europa “aliena” se, parlando di pace, la maggior preoccupazione è stata quella di formare un esercito unico europeo (procedimento in atto dal 1948 e bloccato, almeno, dal 1953) e di trovare la giusta forma da dargli o sulla maggioranza necessaria in Parlamento Europeo per un qualsiasi provvedimento?

 

Un discorso del genere vale per una piccola manifestazione come vale su grande scala: l’Europa si crogiola su quanto è già stato acquisito e non su quanto questi siano solo i primi passi. Se l’obiettivo è l’Europa dello stesso Altiero Spinelli citato da Samuel, il primo passo è anche quello più arduo: va cambiata la prospettiva. In parte perché non esiste una lingua comune se non quella dell’economia austera, in parte perché i suoi esponenti non sembrano volere alcun cambio di marcia, in Europa non si è formata una dialettica democratica che porti 42 ragazzi dai 16 ai 18 anni a poter avere una visione d’insieme. Senza neanche uscire dal proprio steccato nazionale: così come gli esponenti europei di spicco lavorano incessantemente per portare a Bruxelles e Strasburgo istanze tedesche, francesi, italiane e via dicendo, i ragazzi di quegli stessi Paesi guardano solo agli interessi immediati per gli Stati Membri. Così 70 anni di “pace” diventano “utili”, da difendere all’interno dei confini europei solo perché portano prosperità economica.

 

Il Ventotene Europa Festival del 2018, nonostante l’impegno costante degli organizzatori e di quello dei ragazzi durante la manifestazione per costruire una coscienza europea, lascia delle certezze ben precise: i giovani europei si aggrappano a valori che memoria e cultura offrono, ma si va poco lontano senza un lavoro serio sulla loro formazione come cittadini europei. Cittadini di un’Europa dei popoli, giusta ed egualitaria. Che non esisterà mai, se ci si continua a complimentare a vicenda sulle effimere “vittorie” che, più che una cultura, costituiscono un minimo indispensabile da cui partire. E alle volte da cambiare radicalmente.



Rivoluzione necessaria

Fallimenti europei

Funzione e funzionamento dell’Europa oggi, e perché deve assolutamente cambiare

Come l’Unione Europea funzioni rimane un mistero agli occhi di buona parte dei 500 milioni di abitanti che la compongono. L’obiettivo di questo primo articolo è dunque quello di scoprire, effettivamente, quali sono le linee generali del funzionamento, mettendo però in luce le criticità del sistema attuale.

 

Ad oggi, l’UE è un organismo assai lontano da quello concepito dai grandi padri fondatori dell’Europa Unita (vedasi, in particolare, Altiero Spinelli e il suo Manifesto di Ventotene). Essa si presenta infatti ai suoi abitanti, al seguito del Trattato di Maastricht del 1992, come una mera unione economica, incapace di evolversi al livello di una politica ed assai limitata nelle sue funzioni. Non si faccia però l’errore di svalutare troppo i vantaggi di un tale genere di accordo sovranazionale, capace di creare un grande mercato unico dei lavoratori e delle merci. Inoltre, un’unione di questo tipo funge da vero e proprio “salvagente economico” per i paesi membri, con tutti gli Stati (principalmente quelli facenti parte del sistema monetario unico) interessati a non vedere crollare i propri partner commerciali a causa di una bancarotta di Stato.

 

Ma questi aspetti positivi, seppur assai rilevanti, non possono in alcun modo sopperire ai grandi limiti dell’UE odierna. L’essersi costituita infatti come unione unicamente economica e non politica, priva di una Costituzione unica (una prima versione della quale venne bocciata tramite referendum da due paesi membri, Paesi Bassi e – soprattutto – Francia), rende l’Europa un organo sovranazionale incapace di invogliare gli Stati ad accostare i propri interessi particolari per ragionare sul bene comune europeo. La questione degli interessi nazionali risulta di primaria importanza nella formazione dell’Unione, poiché da essi derivano i principi alla base del trattato di Maastricht: la scelta di limitare in parte la propria sovranità nazionale, mettendo in comune con gli altri Stati alcune peculiarità statali come le frontiere deriva dal preciso intento di difendere comunque quelli che sono gli interessi della nazione. L’esempio cardine di come l’Europa venga sfruttata per i fini politici dei paesi membri risiede nella figura più controversa della scena politica europea: il Presidente della Repubblica Francese Emmanuel Macron. Questi ha infatti sfruttato l’Europa in primis come una forte arma propagandistica, come ci fa notare Francesco Maselli (classe 1991, residente a Parigi, direttore editoriale del Groupe d’Études Géopolitiques, oltre che collaboratore de Il Foglio e de L’Opinion), andando a sfruttare una grossa fetta di elettorato francese non considerata dalle altre forze politiche, ovvero la parte di popolazione che nell’UE non vede un nemico di cui liberarsi. In questo, Macron ha comunque preso in parte spunto dalla retorica della sua principale avversaria, Marine Le Pen, che vedeva nell’Europa il grande burocrate da abbattere e su cui ha incentrato parte della sua campagna elettorale, ma rovesciando questa prospettiva e facendo leva sull’ardente spirito continentale (più napoleonico che europeista) che risiede nei cuori dei francesi e proponendosi come il messia di una “Nuova Europa”. Ma arrivato al potere, l’ideatore de “la Republique en Marche” ha rivelato le sue reali intenzioni nei riguardi del futuro dell’Unione. Questa nuova Europa tanto decantata in campagna elettorale non è infatti altro che l’Unione attuale con a capo la Francia, che si vede come la promotrice di una “grande rivoluzione”. Una rivoluzione che però veda al primo posto gli interessi politici francesi, ormai scivolati nell’oblio delle vecchie potenze mondiali decadute ed incapace di imporre la propria volontà politica al resto del mondo. Solo attraverso l’Europa dunque la Francia potrebbe tornare agli antichi fasti di potenza di prima fascia, sviluppando un modus operandi simile a quello americano, basato su una valuta forte (dollaro/euro) e su un diritto extra-territoriale assai forte. Per questo, Macron durante visite di Stato all’estero non parla mai del suo paese al singolare, ma parla della pluralità dei paesi europei, aumentando così il peso specifico del suo. Tale tecnica viene addirittura utilizzata da governi euroscettici come quello austriaco, guidato da Kuntz, che come Macron all’estero parla sempre a nome dell’Europa e mai a nome del proprio paese.

 

La questione è quindi esemplificativa di quanto la funzione dell’Unione Europea oggi sia poco funzionale e sia troppo dettata dagli interessi dei paesi membri, ma non di certo meglio è stato concepito il funzionamento di questa già imperfetta unione economica.

 

Il grande limite dell’Europa risiede nella sua incapacità di far breccia nei cuori di buona parte dei suoi abitanti, che la vedono come un freddo organo burocratico capace solo di imporre solo assurdi diktat economici dall’alto e a svantaggio della popolazione. Così essa viene descritta dai partiti euroscettici, che sempre più aumentano il proprio bacino di elettori. Ma in questa descrizione fuorviante del funzionamento dell’apparato sovrastatale europeo risiede un fondo di verità. La popolazione infatti tende a credere e a dar fiducia a movimenti come Lega e Front National poiché esiste di fondo una forte dicotomia fra il peso politico specifico del singolo cittadino europeo e gli organi decisionali che guidano l’Unione. I cittadini hanno infatti unicamente modo di esprimere le proprie preferenze, attraverso il voto, su solo uno dei vari organi che compongono la struttura dell’UE: il Parlamento Europeo (come stabilito dal Trattato di Lisbona del 2007). Il Parlamento è, sulla carta, l’organo legislativo dell’Unione e rappresenta effettivamente tutti i cittadini della stessa, ma pur ricoprendo un ruolo di primaria importanza nel processo diplomatico continentale esso è di fatto secondario rispetto all’istituzione europea “sovrana”: la Commissione Europea.

 

La Commissione è il vero e proprio incubo degli Stati Membri. Composta da un commissario per ogni Stato, scelto in base alla sua “competenza generale” e al suo “impegno europeo” (quindi non legato in alcun modo alla rappresentanza nazionale e non eletto dallo Stato di appartenenza), detiene l’iniziativa legislativa nella quasi totalità dei casi. Leggasi: la stragrande maggioranze delle proposte di legge che passano per Parlamento e Consiglio Europeo arrivano da un organo non rappresentativo dei singoli Paesi.

La Commissione è inoltre l’unica istituzione continentale ad aver il potere di proporre l’adozione di atti normativi su tutto il territorio (che devono comunque essere approvati dal Parlamento Europeo e in seguito dal Consiglio dell’Unione Europea), gestire i programmi e stabilire costi e spese. Essa ha anche un ruolo determinante nell’economia dei singoli paesi membri, come si può evincere dal fatto che basti che il Presidente della Commissione (ad oggi carica ricoperta da Jean Claude Juncker) o uno dei 28 commissari che la compongono sollevi una qualsivoglia preoccupazione su determinati eventi socio-politici affinché le borse chiudano in rosso (come quando Juncker si disse preoccupato per i risultati di voto italiani poiché riteneva il paese sull’orlo dell’ingovernabilità).

 

Questo strapotere a livello economico ed esecutivo inficia sulla tenuta democratica delle istituzioni europee, anche se negli statuti costitutivi questa situazione in realtà non si sarebbe dovuta tecnicamente neanche presentare. A nominare infatti sia il Presidente che ad approvare i 28 membri della Commissione è il Parlamento stesso, che sulla carta presenta degli enormi poteri che dovrebbero permettergli di controllarne l’operato: può infatti costringere alle dimissioni la Commissione attraverso mozioni di censura o indirizzare il suo operato a livello politico attraverso l’approvazione di determinate mozioni, con cui poter spingere la Commissione verso una azione legislativa in una certa materia. Ad oggi però, la Commissione appare come una forza inarrestabile e il Parlamento sembra accontentarsi di essere il suo fido braccio destro, sempre pronto ad approvare ciò che arriva dall’ufficio di Juncker, forse immemore della funzione che in realtà esso dovrebbe svolgere. Questa questione comporta ovviamente una svalutazione del ruolo dell’Europarlamentare, visto dal popolo come un funzionario inutile il cui stipendio grava sulle loro tasche. Ma sono gli stessi parlamentari oramai ad aver accettato tale svalutazione, considerando dunque il proprio lavoro a Bruxelles totalmente inutile e presentandosi unicamente alle votazioni a Strasburgo.


Sfortunatamente non è solo la Commissione a rappresentare un problema per il funzionamento dell’attuale UE. Infatti, con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (2009) si è assistito alla nascita di una nuova istituzione europea, che dovrebbe avere il compito di indirizzare politicamente l’Unione e porre rimedio ai problemi integrativi fra i paesi membri: il Consiglio Europeo. Questo Consiglio è infatti formato dai capi di governo dei 28 paesi membri più un presidente, eletto ogni 2 anni e mezzo (la carica è oggi ricoperta dal polacco Donald Tusk). Il compito di questo organo è quello di cercare un punto di incontro fra i vari leader europei per indirizzare a livello politico i lavori delle altre istituzioni europee. Questo però sarebbe possibile unicamente all’interno di una vera e propria unione politica che veda a suo capo un’unica forza politica supportata democraticamente dalla popolazione europea. Ad oggi invece, le varie forze che guidano i paesi membri presentano un grande numero di differenze ideologiche che rende impossibile un corretto funzionamento del consiglio e di conseguenza l’impossibilità di creare una linea politica unica riguardo specifici temi. È questo infatti il caso del problema migratorio: sono oramai anni che il Consiglio non riesce ad avanzare proposte concrete per aiutare i paesi maggiormente colpiti da questo fenomeno (Italia in primis). Questo deriva dal fatto che parte delle decisioni sono prese su base unanime (come appunto nel caso della questione migratoria) e quindi ogni provvedimento viene puntualmente bloccato dai paesi guidati da partiti di estrema destra, come Polonia, Austria e Ungheria. Questi paesi infatti, ricollegandoci a quello detto in precedenza, hanno maggiormente a cuore gli interessi delle proprie nazioni e quindi non andranno mai a sostenere dei piani di smistamento dei migranti su tutto il suolo continentale, andando poi contro le loro stesse politiche anti-migratorie che gli hanno permesso in parte di raggiungere il potere nei loro paesi. Queste problematiche hanno inoltre portato i paesi che maggiormente subiscono il fenomeno, come il nostro, ad uscire dall’ottica di una risoluzione europea per ricercare delle soluzioni per difendere la propria sovranità nazionale, come dimostra il vergognoso accordo chiuso dal ministro Minniti con la Libia per trattenere i migranti.

 

La debolezza inoltre della forza politica del Consiglio Europeo comporta l’impossibilità di creare una linea di politica comune a tutti i paesi europei. Questo però non risulta essere un problema per gli stati membri, che anzi approfittano di questo vuoto di potere per perseguire i propri interessi. È questo il caso della Francia e di Macron stesso: il presidente francese ha più volte affermato in campagna elettorale la necessità dei paesi di seguire una politica estera condivisa, per poi bombardare la Siria quando invece il resto dell’Europa si era schierato contro questa possibilità.

 

Così oggi dunque si configura l’Unione Europea. Da questo quadro emerge la necessità di un radicale cambiamento, poiché continuando su questa strada l’unico futuro possibile per il nostro continente è l’oblio di oggi, che non concede alcuna base o speranza per una evoluzione politica dell’Unione. Il bivio dinanzi a noi è questo: evolversi o morire.