La terra sotto i piedi: una conversazione con NZIRIA

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Quando chiedo a NZIRIA dove debba portarci l’ascolto del suo nuovo disco, risponde senza pensarci troppo: «Nel cratere del Vesuvio, probabilmente». Poi ride, corregge appena il tiro: «A fare un giro tra i quartieri, sicuramente». Ci incontriamo a Roma poche ore prima del suo live a Videocittà – il primo nella capitale con cui porta dal vivo SYYSMA, uscito a fine giugno – e mi colpisce che la prima immagine evocata sia quella di una discesa. Non un panorama, non un belvedere: un cratere. È coerente, a pensarci, con un progetto che ha sempre lavorato per sprofondamento, scavando dentro una tradizione fino a trovarne il nucleo incandescente.

In napoletano la ‘nziria è il capriccio ostinato e fine a se stesso dei bambini, quella forma di volontà pura che non ha bisogno di giustificarsi e che crescendo impariamo a reprimere. La sua storia con Napoli comincia nel ricordo: nasce tra evocazioni e parole dette a Ravenna da famiglia napoletana, tra i dischi dei nonni e la lingua imparata in casa. Dal 2022, anno dell’esordio XXYBRID, NZIRIA ha inventato una lingua che prima non esisteva e l’ha chiamata Hard Neomelodic: il canto neomelodico, con la sua passionalità codificata e il suo tormento obbligatorio, innestato sulle casse dritte della gabber, sulla trance, sull’italodance dei primi Duemila. Due mondi che sembravano incompatibili e che invece – è questa l’intuizione – condividono la stessa febbre, la stessa fisicità viscerale.

«A me piace associare agli album una sorta di energia naturale», mi spiega. «Ci senti del fuoco; oppure elettricità, acqua, aria». XXYBRID era un disco aereo, etereo, sognante – una Napoli immaginata a distanza, ricostruita per via familiare più che vissuta. «Venendo da quel percorso avevo bisogno di portare quel sogno in una dimensione molto più terrena e concreta. Questo disco è molto più materico, più grezzo, e credo si senta anche dal punto di vista sonoro». Al centro, stavolta e ancora più di prima, c’è la voce: «alla fine è il mio strumento principale, volevo che fosse un disco più presente». È una parabola quasi elementare, nel senso letterale del termine: dall’aria alla terra. E la terra, a Napoli, non è mai una metafora rassicurante.

SYYSMA nasce infatti da un tremore reale. «Questo disco l’ho scritto interamente a Napoli e ho avvertito vari episodi di bradisismo», racconta. «La cosa interessante è che a un certo punto la terra ha iniziato a mancarmi sotto i piedi anche da un punto di vista personale: ho dovuto fare i conti con cambiamenti che non mi aspettavo di vivere, e ho trovato una connessione con questa cosa».
Il sisma diventa così il principio ordinatore di tutto – il titolo, l’art direction, la fotografia, persino i suoni. NZIRIA rivendica con una certa fierezza un’idea che oggi suona quasi anacronistica: «Sono ancora dell’idea di dover fare il concept album. Non mi piace buttare fuori un singolo e basta. Per me comporre un album è ogni volta dover raccontare qualcosa, far fare un viaggio a chi ascolta: deve esserci coerenza, un percorso attraverso i brani». Nel tempo una società che corre rapida e non ha tempo per la pausa ha di certo perso l’educazione all’ascolto integrale, quella disciplina lieve che consiste nel rispettare l’ordine in cui un disco è stato pensato. Sentirla difendere da un artistǝ cresciutǝ dentro la club culture, dove il brano spesso e volentieri vive smembrato nei set, ha qualcosa di paradossale e insieme di esatto.

Anche perché il dancefloor, per NZIRIA, non è il contrario dell’intimità ma il suo luogo di verifica. Il processo creativo, mi dice, tiene insieme «abbandono e calcolo: avviene in parte in maniera impulsiva e spontanea – inizio a suonare, quello che succede succede, è un po’ la magia – e poi però comincio a prendere decisioni più concrete, mirate». Angelico, uno dei momenti più scoperti del disco, appartiene alla seconda categoria: «Avevo composto la melodia e poi ho cercato di capire dove volessi arrivare. Volevo un pezzo che facesse emozionare le persone su un dancefloor, che potesse essere usato anche in un DJ set – perché io sono anche DJ, mi piace avere quella sensibilità. Una traccia molto emotiva, un break vero e proprio tra due tracce più dure, che però portasse la gente ad abbracciarsi». C’è tutta una teoria degli affetti condensata in questa frase: l’idea che la commozione collettiva vada progettata come si progetta un drop, che la vulnerabilità in pista sia una questione di architettura oltre che di coraggio.

La Napoli di SYYSMA, poi, non assomiglia a nessuna delle Napoli in circolazione. «Volevo uscire dal solito cliché della Napoli pizza-sole-mare-Vesuvio, della cartolina, e raccontarne una diversa, più notturna, fredda, industriale». Il filtro, mi spiega, è l’idea della città: «io vengo da Ravenna, e il mio immaginario è quello lì: il mare c’è, però ci sono anche le fabbriche, c’è la nebbia. Mi interessava trovare quella parte lì a Napoli – parlare dei vicoli e del centro storico sarebbe stato raccontare ciò che è già stato detto». È forse la mossa più sottile del disco: guardare la città più raccontata d’Italia con gli occhi di un’altra provincia adriatica, e trovarci la nebbia dove tutti cercano il sole.

Alla domanda su com’è cambiato il rapporto con la città da quando Napoli non è più il luogo evocato per vie familiari, da visitare almeno una volta l’anno come un rito del ritorno, ma quello in cui vive, ci pensa su. «Ogni città, in qualche modo, è una persona», riflette. «Per me è come una storia d’amore: ci entri, vi annusate, vi squadrate, vi conoscete, il primo anno è bellissimo, e poi si vede come sta andando». La luna di miele, mi pare di capire, ha retto all’impatto col reale senza bisogno di rimuoverlo: «un conto è starci da turista, un conto da local. È la città più bella del mondo e al contempo una città molto difficile, piena di complessità e di contraddizioni. All’inizio pensi: ah, ok, quindi siamo anche questo. E la devi prendere così com’è». Quello che l’ha conquistatǝ è un’energia che descrive quasi in termini sismici – «c’è un fermento, un’energia costante che vibra» – e che si manifesta nei dettagli minimi: «una cosa che mi ha colpito tantissimo è vedere che la gente si bacia. Le coppie che si baciano in mezzo alla strada, davanti al belvedere, davanti al mare. È una città super romantica e mega passionale, che ha chiaramente anche il suo dark side – e fa parte della sua anima così come dell’anima del popolo napoletano, che ti chiama a sé e poi ti spinge via… è una città che ti segna, un amore tossico che ti fa toccare il cielo con un dito e può portarti all’inferno in un attimo, ma è pura potenza emozionale, e questo amore lo porto dentro con me ormai, ovunque io vada. È stato a Napoli che ho vissuto le emozioni più intense, molto più che in altre città, e trovo che queste siano le ragioni di così tanta espressione creativa, dalla musica al cinema al teatro: a un certo punto tutto questo tormento emotivo deve in un qualche modo manifestarsi ». 

Dentro il disco questo radicamento ha preso la forma di un archivio di voci. Ci sono i campionamenti di persone che NZIRIA ha conosciuto in questi anni, esponenti della comunità queer napoletana come Ciretta Cascina, venuta a mancare da poco, e Loredana Rossi; c’è Paul B. Preciado, c’è un frammento cantato da Enzo Moscato. «Il mio approccio al teatro si è consolidato proprio a Napoli, perché a Napoli il teatro è fortissimo: è lì che ho iniziato ad andarci davvero, a godermi uno spettacolo. Non l’avevo mai fatto prima». È una genealogia precisa, quella che il disco si sceglie – la femmenella , la scena trans, la drammaturgia scostumata – ed è esattamente la parte di tradizione che il neomelodico mainstream ha sempre rimosso più che rappresentato.

Perché il punto, alla fine, è questo. Il neomelodico appartiene storicamente alle classi popolari e racconta quasi sempre un tormento, mai un amore semplice; ma per decenni la sua grammatica sentimentale è stata rigidamente etero-cis. Chiedo se scrivere d’amore queer dentro quel codice sia stato un atto di aggiornamento o una vera rottura. «Penso di aver fatto entrambe le cose, in maniera consapevole e inconsapevole», ammette. «Il mio rapporto con il neomelodico è stato spontaneo, perché mi piace tantissimo: mi piace il modo in cui si canta, lo sento molto mio. Poi a un certo punto ho realizzato che erano tutti maschi etero-cis, e parlavano di gelosia tossica, di possessività della donna, di temi in cui non mi rispecchiavo e non mi rispecchio tuttora». La frizione con il genere è diventata un interrogatorio rivolto a sé: «è stato proprio con NZIRIA che ho iniziato un percorso più personale, a chiedermi: ok, ma io quindi sono una cantante neomelodica o un cantante neomelodico? Che cosa sono, chi sono, di che cosa parlo?». La risposta non ha comportato nessuna abiura della passionalità – «il neomelodico è quello: passione, visceralità, anche quell’attaccamento un po’ tossico» – ma una decisione lucida: «voglio fare questo e voglio farlo a modo mio. Sto andando contro una tradizione che non va toccata? Va bene, provo, vediamo che succede». Dentro il genere le presenze trans o queer si contano sulle dita di una mano e il progetto nasce anche da lì: «ci sono tante altre storie che non vengono raccontate, che meritano anche solo di essere viste, o che hanno bisogno di uno spazio».

Quando ci salutiamo ripenso al cratere dell’inizio, a quella discesa verso la quale viene tesa la mano. In fondo SYYSMA è questo: un disco che non teme il collasso perché l’ha già incorporato, che ha imparato dalla terra su cui è stato scritto che la stabilità non è mai garantita – non per il suolo, non per il genere musicale, non per l’identità. 

di Sara Paolella (Sara Paolella)

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