A Hebron, in Cisgiordania, ci sono occhi ovunque. Una rete di telecamere a circuito chiuso – sui tetti, per le strade, ai posti di blocco – sorveglia costantemente le decine di migliaia di palestinesi che vivono in città. È un sistema capillare di controllo e repressione, alimentato da tecnologie all’avanguardia, ulteriormente potenziate dall’impiego dell’intelligenza artificiale, utile per tracciare e schedare i palestinesi online e offline. L’Ong Amnesty International lo ha definito “apartheid automatizzato”.
«Non siamo solo controllati. Siamo spiati». A dirlo è Issa Amro, attivista palestinese e fondatore di Youth Against Settlements, un’associazione non violenta contro gli insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania.
Le telecamere, dice Issa a Scomodo, servono solo a monitorare i palestinesi, non la violenza dei coloni e dei soldati israeliani: «In tutto il mondo, l’intelligenza artificiale è usata per rendere la vita più facile alle persone. Israele la usa per rendercela più difficile».
Issa Amro è stato premiato nel 2024 con il Right Livelihood Award – noto come il “Nobel alternativo” – per la sua «resistenza non violenta all’occupazione illegale di Israele». Quando Issa è tornato dalla Svezia, dove era andato a ritirare il premio, a Hebron i soldati l’hanno fermato al posto di blocco per interrogarlo: «Manchi da una settimana, dove sei stato?»
«Contano quante volte entri e quante volte esci. Non sappiamo quali e quanti dati raccolgono. Non abbiamo alcun modo legale per fermarli, per protestare o per capire esattamente cosa fanno con i nostri dati» spiega Issa, «ci usano come cavie per le loro tecnologie, senza il nostro consenso».
Che la Palestina sia un laboratorio per sperimentare metodi altamente tecnologici di controllo e repressione – e che, in questo sistema, i palestinesi siano le cavie – è la tesi principale di “Laboratorio Palestina”, libro-inchiesta del giornalista Antony Loewenstein. Per Israele, i Territori occupati palestinesi sarebbero un banco di prova per armi e tecnologie di sorveglianza, destinate a essere esportate in tutto il mondo. Le tecnologie impiegate da Israele in Cisgiordania e a Gaza sarebbero diventate un modello per quelle nazioni che già mirano a reprimere minoranze sgradite, come l’India di Modi nella disputa del Kashmir con il Pakistan, o la Cina nei confronti degli Uiguri nella provincia dello Xinjiang. Il controllo israeliano sui Territori occupati palestinesi è un intreccio di avanguardia militare, tecnologia dall’alto valore aggiunto e coesione tra servizi interni e segreti di Tel Aviv. Non c’è nessun posto in Cisgiordania dove gli effetti di questo sistema siano evidenti come a Hebron.
L’apartheid “smart”
A Hebron, Israele ha installato una smart city, un sistema «progettato per aiutare gli osservatori del Comando di Hebron a localizzare eventi insoliti nella città e a gestirli end-to-end, nel più breve tempo possibile e minimizzando i danni» si legge sul sito dell’esercito israeliano. Lo scopo dichiarato dall’esercito sarebbe quello di mantenere un’occupazione “senza attriti”. In teoria, i soldati avrebbero delegato alle macchine il compito di identificare i palestinesi, riducendo il bisogno di perquisizioni, violazioni di domicilio e altre interazioni potenzialmente traumatiche.
La realtà della “smart city” è che a Hebron ci sono strade con telecamere di sorveglianza ogni 100 metri. Persino i coloni israeliani, che continuano a espandersi illegalmente nei Territori palestinesi con la protezione e il beneplacito dell’esercito, si dotano di sistemi di sorveglianza analoghi per monitorare i palestinesi. Solo a maggio 2025, il governo israeliano ha approvato 22 nuovi insediamenti nella Cisgiordania occupata. Mentre i cittadini israeliani possono reclamare il territorio come proprio, i palestinesi della Cisgiordania non riescono nemmeno a spostarsi per andare a lavoro, fare la spesa o tornare a casa senza essere bloccati ai checkpoint, dotati di telecamere e tecnologie di riconoscimento facciale.
«È una smart city per loro, non per noi» sottolinea Issa Amro. «Io mi sento osservato tutto il tempo, a casa mia, nel mio cortile, per strada, mentre vado a scuola, mentre vado a lavoro, mentre vado ovunque».
n rapporto dell’associazione 7amleh parla di donne palestinesi che temono di essere spiate anche nell’intimità domestica, tanto da non togliersi il velo nemmeno in casa. Non c’è un posto sicuro, né dentro, né fuori.
«Loro sanno chi viene a casa mia, chi viene nel mio quartiere, con chi ho dei rapporti» dice Issa Amro. La sorveglianza in città uccide ogni forma di vita sociale. «I posti di blocco non sono tra uno Stato e l’altro: sono tra casa tua e casa di tuo fratello» continua Issa. «I tuoi parenti, i tuoi amici, non possono venire a trovarti, non possono entrare nel tuo quartiere. Stiamo parlando di 800 famiglie palestinesi a Hebron isolate l’una dall’altra. L’obiettivo è rendere la vita ai palestinesi così difficile da spingerli ad andarsene».
Le telecamere sui tetti di Hebron non smettono mai di registrare immagini e raccogliere dati biometrici. Israele ha a disposizione un database in cui schedare ogni palestinese che vive in Cisgiordania. Questo database si chiama Wolf Pack: per ogni palestinese profilato nel sistema, fornisce dati biometrici, numeri di targa, relazioni familiari, ed eventualmente mandati d’arresto. I soldati israeliani possono accedere e contribuire al database con un’app installata sui loro cellulari, Blue Wolf, detta anche “il Facebook dei palestinesi”.
«Il soldato ci scannerizza la faccia con la fotocamera del cellulare, e improvvisamente inizia a trattarci in modo diverso, perché può vedere tutte le informazioni su di noi» dice un attivista di Youth Against Settlements intervistato da Amnesty International. Nel rapporto “Automated Apartheid”, Amnesty spiega che Blue Wolf incentiva i soldati a fotografare il maggior numero possibile di palestinesi per arricchire il database.
L’app segue logiche quasi da videogioco: genera classifiche basate sul numero di volti palestinesi caricati dai soldati, con premi e ricompense per il battaglione con le classifiche più alte.
Il sistema di riconoscimento facciale implementato nei checkpoint a Hebron, che limita enormemente gli spostamenti quotidiani dei palestinesi, si chiama Red Wolf. Quando una persona viene fermata al posto di blocco, viene valutata in base alle informazioni disponibili nei database. A seconda che abbia le autorizzazioni necessarie, o che vada interrogata o arrestata, le viene permesso o impedito di passare attraverso i tornelli del checkpoint.
«Una persona qualsiasi che vive a Tel Rumeida [uno dei quartieri storici di Hebron, ndr] è “gialla”, per esempio. Io sono schedato come “rosso”» spiega Issa Amro. «“Rosso” significa più tempo al checkpoint, più ritardi, più controlli, soldati più aggressivi. Ci classificano in base alle nostre opinioni, alla nostra storia personale, al nostro lavoro, al nostro quartiere. Io sono classificato come una minaccia all’occupazione israeliana, nonostante mi occupi di difesa dei diritti umani».
Se nel database non esiste un profilo biometrico sulla persona che sta passando nel checkpoint, viene iscritta automaticamente a Red Wolf, a sua insaputa e senza il suo consenso. Red Wolf si aggiorna ogni volta che qualcuno passa davanti a una telecamera collegata al database.
A Hebron, solo i palestinesi devono passare attraverso i checkpoint. Le telecamere raccolgono soltanto i loro dati. I coloni israeliani utilizzano altre strade, precluse ai palestinesi, e non vengono fermati ai posti di blocco.
Controllare i corpi
«Nei contesti coloniali e di occupazione, la sorveglianza e il controllo dei corpi è al centro» afferma a Scomodo Leila Belhadj Mohamed, giornalista ed esperta di relazioni internazionali. «Dai campi di concentramento fino alle piantagioni degli schiavisti, il fattore chiave è il controllo e la sorveglianza continua del gruppo etnico-sociale sottostante al potere». Oggi, l’utilizzo di tecnologie sofisticate e dell’intelligenza artificiale in contesti simili «è la conseguenza naturale dell’evoluzione di questi sistemi di oppressione». In Israele, spiega Leila Belhadj Mohamed, «ci sono dei finanziamenti pubblici per finanziare la ricerca e lo sviluppo di tecnologie dual use», cioè che si possano utilizzare in contesti sia civili che militari. «Non è un caso che Israele sia nota come la start-up country». In Israele, esercito, servizi di intelligence e start-up tecnologiche sono ambienti profondamente interconnessi: giovani diplomati di talento svolgono il servizio militare obbligatorio nelle unità di intelligence d’élite; poi, una volta usciti, spesso fondano una start-up nel settore della cybersecurity o dell’intelligenza artificiale, lavorando per ampliare le capacità tecnologiche e militari del proprio Paese.
Secondo il Ministero della Difesa israeliano, nel 2023 gli introiti dall’esportazione dell’industria bellica israeliana si aggiravano intorno ai 13 miliardi di dollari. (Nel 2023, l’export bellico dell’Italia – un Paese del G7 con una popolazione 6 volte superiore rispetto a Israele – ammontava a circa 7.5 miliardi di euro). Nel frattempo, la crescente domanda di nuove tecnologie per la sorveglianza di massa ha portato Israele a diventare una sorta di “Silicon Valley” dell’Asia occidentale. Nel 2023, infatti, più della metà delle esportazioni israeliane ricadevano nel settore high-tech, per un totale di 73.5 miliardi di dollari. La start-up country si regge su un apparato tecnologico-militare tra i più sofisticati al mondo, una volontà politica profondamente etnonazionalista e razzista nei confronti dei palestinesi, e profonde relazioni commerciali con chi voglia applicare nel proprio Paese un modello affine a quello dell’“apartheid automatizzato”. Come spiega Martin van Creveld, ,storico militare israeliano, all’interno del libro di Lowenstein Laboratorio Palestina, «l’industria della sicurezza interna di Israele ha monetizzato i suoi strumenti e la sua strategia, mostrando con esempi testati sul campo di battaglia che puntare sulla separazione dei palestinesi dagli israeliani fosse la soluzione a breve e medio termine». In sostanza, un modello replicabile.
«I prodotti che vendono, in un contesto di mercato globale, interconnesso e fortemente competitivo come il nostro, sono i prodotti che funzionano. Quelli israeliani sono prodotti già testati, quindi sicuramente funzionanti» continua Leila Belhadj Mohamed. Chi è che compra i prodotti israeliani la cui efficacia è direttamente collegata agli abusi subiti dai palestinesi? Non solo i regimi autoritari, ma anche l’Unione Europea: la battaglia dell’UE per militarizzare le frontiere e dissuadere l’arrivo dei migranti sfrutta anche tecnologie made in Israel. «L’Unione Europea ha stretto accordi con importanti società israeliane della difesa per usare i loro droni e le loro apparecchiature» scrive Antony Loewenstein, autore di Laboratorio Palestina. «E naturalmente, gli anni di esperienza in Palestina sono un chiaro punto di forza». L’UE è uno dei più grandi partner commerciali di Tel Aviv, seconda solo a Washington. Israele, inoltre, dal 2021 fa parte del principale programma europeo per l’innovazione e la ricerca, Horizon Europe, dal valore di 95 miliardi di euro. Oltre ai rapporti commerciali, ci sono quelli diplomatici: Bruxelles non ha mai riconosciuto come illegali gli insediamenti israeliani in Cisgiordania, ignorando il parere della Corte internazionale di giustizia dell’Aia, che ha dichiarato illegale l’insediamento coloniale israeliano sui Territori palestinesi occupati.
La complicità delle Big Tech
Non solo queste tecnologie vengono già dispiegate da governi sia autoritari che democratici, ma sono anche un business redditizio per le Big Tech occidentali.
La sorveglianza capillare di decine di migliaia di persone nei Territori palestinesi occupati genera quantità massicce di dati. Questi vanno poi immagazzinati, elaborati, organizzati e sfruttati per gli scopi dell’esercito e del governo israeliano. Le risorse della start-up country non basterebbero da sole. Ecco quindi che l’industria tecno-militare israeliana si appoggia alle Big Tech, le stesse i cui servizi utilizziamo tutti i giorni: Google, Amazon, Microsoft.
Nel 2021, Google e Amazon Web Services (AWS) hanno firmato un contratto da 1.2 miliardi di dollari, il cosiddetto Project Nimbus, per la fornitura di servizi cloud al governo israeliano.
Un’inchiesta di +972 Magazine – uno dei principali media indipendenti in Israele – ha rivelato che i terabyte di dati raccolti con la sorveglianza di massa della popolazione palestinese vengono archiviati sul cloud di Amazon: i soli server militari non bastavano più. +972 riporta che Amazon fornisce all’esercito israeliano uno «storage illimitato» per conservare dati su «quasi tutti» a Gaza. In particolare, sembrerebbe che l’esercito avesse bisogno di capacità di archiviazione ed elaborazione molto più estese per conservare non solo informazioni testuali o metadati, ma miliardi di file audio, il che avrebbe costretto l’esercito a rivolgersi ai servizi cloud offerti dalle Big Tech.
Nelle settimane successive al 7 ottobre 2023, i dipendenti di Google hanno accelerato le richieste del Ministero della Difesa israeliano per un accesso ampliato alla piattaforma Vertex AI dell’azienda, per il timore di restare indietro rispetto ad Amazon, l’altro fornitore di Project Nimbus. Attraverso il progetto, Google mette a disposizione del governo israeliano strumenti AI per il riconoscimento facciale, la categorizzazione automatica delle immagini, il tracking di oggetti e l’analisi del sentiment per interpretare il contenuto emotivo di immagini e testi – tutte tecnologie che, come abbiamo visto, possono essere utilizzate nel monitoraggio della popolazione palestinese. Un’inchiesta di The Intercept ha rivelato che, ancor prima di firmare l’accordo, Google era consapevole di non poter controllare come Israele avrebbe impiegato le sue tecnologie. Nonostante un consulente esterno avesse raccomandato di non fornire strumenti di AI e machine learning a Israele, Google è andata avanti con il contratto.
Nonostante non sia riuscita ad aggiudicarsi il Project Nimbus, Microsoft resta molto presente nelle infrastrutture tecno-militari di Israele. Oltre alla fornitura di servizi cloud, tramite Microsoft Azure, il governo israeliano acquista anche servizi, corsi e workshop targati Microsoft, che portano gli esperti dell’azienda a lavorare a stretto contatto con le unità militari e di intelligence. Microsoft, inoltre, avrebbe fornito a Israele ampio accesso al modello linguistico GPT-4 di OpenAI, il motore dietro ChatGPT. Anche l’esercito israeliano, come ha rivelato da +972 Magazine, sta costruendo un nuovo strumento AI affine a ChatGPT, allenato su milioni di conversazioni in arabo intercettate nei Territori palestinesi occupati. Questo “ChatGPT palestinese” aiuterebbe l’esercito a interrogare rapidamente l’enorme mole di dati raccolta dal sistema di sorveglianza e a trarne informazioni su persone specifiche.
«L’intelligenza artificiale amplifica il potere», ha detto una fonte dell’intelligence israeliana a +972 Magazine. «Permette di effettuare operazioni utilizzando i dati di un numero molto maggiore di persone, consentendo il controllo della popolazione. Non si tratta solo di prevenire gli attentati. Posso tracciare gli attivisti per i diritti umani. Ho più strumenti per sapere cosa fa ogni persona in Cisgiordania. Quando hai così tanti dati, puoi indirizzarli verso qualsiasi scopo tu scelga».
Non c’è motivo di pensare che le violazioni sistematiche del diritto alla privacy in nome della “sicurezza” si fermeranno al popolo palestinese. Come afferma l’associazione 7amleh, «lo sviluppo e il dispiegamento di tecnologie di sorveglianza nei Territori palestinesi occupati è dannoso per i diritti umani fondamentali in tutto il mondo. Sui mercati globali della sorveglianza e della sicurezza, i programmi di spionaggio, il monitoraggio dei social media e la sorveglianza biometrica sono presentati come soluzioni generiche all’insicurezza internazionale, provate e testate in una delle zone di conflitto più famose del mondo».
Come possiamo opporci? Centinaia di dipendenti di Google, Amazon e Microsoft si sono coalizzati nella campagna No Tech for Apartheid, contro Project Nimbus e il coinvolgimento delle Big Tech nel genocidio di Gaza. «Il mio coding ammazza i palestinesi?» si è chiesto Hasan Ibraheem, un ex ingegnere informatico di Google. In una lettera aperta ai suoi colleghi, ha scritto: «Potete provare ad autoconvincervi, come ho fatto io per qualche tempo, che il pezzo di codice che state scrivendo è così lontano dal contratto Nimbus che non state facendo alcun danno. O che il team che gestite non contribuisce a nulla che faccia parte del contratto. Ma cosa direste di un inserviente che spazza i pavimenti in una fabbrica di bombe? E della persona che pulisce i bagni della Lockheed Martin?».
Dopo aver partecipato a una protesta di No Tech for Apartheid, Hasan Ibraheem è stato licenziato da Google.
