La Tassa Etica: quando lo stato decide cosa è morale

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I primi di gennaio i Radicali Italiani hanno iniziato una raccolta firme per portare in Senato una proposta di legge che abolisca la cosiddetta tassa etica. Si tratta di un’ imposta tutta italiana, un unicum che non trova parallelismi diretti. Sebbene sia vero che diversi paesi applicano tasse specifiche a settori considerati dannosi a livello sociale – come alcol, tabacco e gioco d’azzardo – il loro obiettivo non è morale ma la riduzione di un danno socio-sanitario. La tassa etica, invece, nasce da un substrato culturale diverso, penalizzando chi guadagna in un modo considerato moralmente discutibile. Un’addizionale del 25% su IRPEF – imposta sul reddito delle persone fisiche – e IRES – imposta sul reddito delle società – che va a sommarsi alle tasse già dovute, si applica a redditi “derivanti da produzione, distribuzione, vendita e rappresentazione di materiale pornografico o che incita alla violenza, nonché su trasmissioni che sollecitano la credulità popolare”; come cartomanzia, esoterismo ecc.. Una misura che assorbe ambiti profondamente diversi  in un unico calderone normativo, accomunati solo da un giudizio morale.  Non è una misura recente, anzi. È stata introdotta nel 2005 dal terzo governo Berlusconi, inserita nella legge finanziaria del 2006 dall’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti. All’epoca fu ribattezzata porno tax e rispondeva a una doppia esigenza: rastrellare gettito fiscale e, contemporaneamente, ottenere legittimità presso quella parte di elettorato incline a invocare lo Stato come arbitro della moralità pubblica. Una mossa politicamente astuta, che garantiva entrate e consenso, ma il mondo digitale ha subito trasformazioni radicali in vent’anni. Questa legge, pensata per un’industria fatta di DVD e riviste, oggi si abbatte su soggetti differenti, come le creator di OnlyFans. Nel novembre 2025, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito con un interpello che la tassa etica si applica anche alle partite IVA in regime forfettario, un regime fiscale nato proprio per semplificare la vita ai piccoli lavoratori autonomi, con una tassazione piatta e omnicomprensiva. Secondo una stima di Fiscozen, in Italia operano circa 85.000 creator attivi sulla piattaforma, di cui oltre 45.000 in regime forfettario, ma il numero di persone potenzialmente coinvolte è molto più alto se si considerano altri siti come Fansly, Patreon, e l’intera filiera dell’industria per adulti.

 

Tassare per moralità

 

Non è solo un sistema di aliquote, dietro la tassa etica c’è una forma mentis che decide, in base a una morale posta dall’alto, chi merita un trattamento dignitoso e chi no. Oggi a pagarne il prezzo non sono le grandi industrie pornografiche o le multinazionali, quasi tutte per altro con sede all’estero, ma le persone comuni, lavoratrici indipendenti che usano Internet come mezzo di sopravvivenza economica. A spiegare qual è il vero impatto di questa legge è Elena – @di0nisi4ca su Instagram. Ha 21 anni, vive a Milano e come lavoro fa sia la tatuatrice, sia la sex worker. Lavora soprattutto su All Things Worn, piattaforma statunitense nata per la vendita di indumenti intimi usati e poi evoluta in sito per contenuti erotici personalizzati e su Telegram, dove i rapporti con i clienti avvengono in modo diretto, senza filtri né garanzie legali. «Io non volevo avere un tramite. Volevo essere autonoma al cento per cento e ho scelto piattaforme dove potevo gestirmi da sola, anche se questo significa lavorare senza tutele. L’ho fatto anche per non pagare questa tassa etica. Ma non è solo una questione di soldi: è la pretesa dello Stato di avere un’entrata sul mio corpo. Non hanno alcun diritto». Una scelta che, però, la espone a rischi enormi, come truffe, furti di identità, minacce o la possibilità concreta che i suoi dati personali vengano usati contro di lei. «Questo lavoro è pericoloso, online e dal vivo – dice – Le piattaforme non mi proteggono davvero, se qualcuno vuole farmi del male, può farlo». Il problema non è solo la mancanza di tutele legali, ma operare in nero per sottrarsi a una tassa considerata illegittima, che diventa l’unica forma di resistenza praticabile, a costo di esporsi a rischi ben maggiori.

Elena dice che la tassa etica è «una forma di censura, una cancellazione mascherata da legge fiscale», la definisce un prodotto diretto di quella mentalità cattolica che ancora oggi permea la cultura politico-legislativa italiana. E aggiunge: «È misogina fin nel nome – tassa etica – come se le donne che fanno sesso, e soprattutto quelle che lo mostrano, dovessero vergognarsene. È una punizione morale, non una norma economica». È una lettura che trova un preciso inquadramento teorico in Donne tutte puttane. Revenge porn e maschilità egemone di Lucia Bainotti e Silvia Semenzin. Il titolo del saggio prende il nome da un gruppo Telegram reale, creato da ragazzi per scambiarsi foto intime di donne senza il loro consenso, convinti di non stare facendo nulla di violento. Le autrici mostrano come questa logica non sia un’aberrazione isolata ma il prodotto di una maschilità egemone strutturale, in cui la donna che mostra la propria sessualità – volontariamente o no – viene automaticamente degradata, perdendo ogni diritto alla riservatezza e alla dignità. La tassa etica funziona con la stessa logica, non punisce un danno concreto, ma una visibilità sessuale femminile che lo Stato giudica moralmente intollerabile. @maitelsd lo coglie con una domanda secca: «Perché viene chiamata etica? Etica basata sulla morale di chi?». 

Affrontando il tema è impossibile, poi, non chiedersi come mai pornografia e violenza siano messe nel medesimo calderone fiscale. Da un lato, nell’ambito del sex work digitale, un atto che si configura come una performance basata sul consenso e sulla libera espressione della sessualità; dall’altro, azioni che per definizione mirano alla lesione della dignità e dell’integrità altrui. La posizione di Elena su questo punto è netta e, per certi versi, controcorrente: «Io non sono contraria al fatto che girino in qualche modo dei contenuti violenti, perché la violenza nella società è una realtà. Il fatto che sia documentata non la rende reale allo stesso modo – è un’immagine di una cosa violenta, c’è un distacco con la realtà». Non si tratta di un’apertura indiscriminata, ma di una distinzione precisa: «L’incitazione alla violenza e una critica alla violenza sono due cose assolutamente diverse. Credo che vada contestata, ma non vada cancellata, perché esiste per esprimere una cosa comunque reale: il fatto che le persone giustificano la violenza e la normalizzano. E questa cosa va affermata nella realtà, non su un video di Instagram, non in un film, non in un videogioco. Non è lì il punto». L’opinione di @maitelsd rinforza questa critica sul piano fiscale: sottolinea come l’accostamento tra pornografia e violenza nella stessa norma tributaria sia non solo paradossale, ma rivelatore: «la cosa controversa è che è una tassa che viene chiamata etica, quindi sulla morale», e aggiunge che sulle piattaforme vigono già regole ferree: «Non credo che ci sia violenza nella pornografia. Oltretutto le piattaforme hanno regole molto restrittive: il sangue no, i minorenni, ovviamente no. Se c’è la mano di una terza persona che non tagghi, ti segnalano». 

Questo accostamento tra tassa e moralità prende forma basandosi su una visione retrograda in cui il piacere sessuale è ancora percepito come qualcosa di intrinsecamente sporco o socialmente pericoloso, al pari di un’aggressione. In questo modo, la tassazione smette di essere uno strumento economico e diventa un marchio d’infamia che lo Stato appone su una categoria di lavoratrici; non perché producano un danno, ma perché incarnano una sessualità che il sistema non ha ancora imparato a riconoscere.

 

In un sistema economico sempre più esigente e segnato da una precarietà strutturale, piattaforme come OnlyFans sono diventate per molti uno strumento di sopravvivenza. La testimonianza di @maitelsd è emblematica: è entrata nel campo del sex working a causa di necessità economica, con il trasferimento a Milano e l’impossibilità di conciliare gli studi con un lavoro tradizionale. «Riesco a pagarmi l’affitto principalmente grazie a quello», confessa, «ho lezioni da tutti i giorni, dalla mattina fino alle sei di sera; è impossibile fare altro». Non è un caso isolato, come evidenzia un survey su oltre 3.000 creator la fascia d’età più rappresentata sulla piattaforma è quella tra i 18 e i 24 anni, con le giovani donne come profilo nettamente predominante. Il fenomeno si concentra dunque proprio negli anni dell’università e della maggiore vulnerabilità economica, quando gli affitti sono proibitivi e il mercato del lavoro standard non offre la flessibilità necessaria. Nonostante per alcune sia assolutamente una libera scelta, Elena sottolinea come la libertà sia sempre condizionata dal contesto sociale: «Non avendo oggettivamente risorse a livello di studi, non avendo una laurea, è stata una scelta condizionata dal fatto che dava un guadagno immediato». La sua domanda smonta il doppio standard con cui si guarda a questo lavoro: «Perché la gente lavora? Tu lavori perché ti diverti o perché hai bisogno di lavorare per vivere come ogni cristiano sulla faccia della terra?». Così il proprio corpo e la propria immagine diventano l’unico asset spendibile immediatamente, una forma di sopravvivenza in cui la flessibilità digitale sopperisce alle mancanze di un welfare inesistente e di un mercato del lavoro che non garantisce il minimo vitale. Il paradosso è che questa strategia di sopravvivenza si scontra con una tassazione punitiva. La tassa etica si abbatte direttamente sul portafoglio di chi guadagna cifre modeste, Elena indica nei 200-900 euro mensili la forchetta realistica dei guadagni, «nel mese in cui ti va da Dio» e un prelievo del 25% su queste cifre è, nelle sue parole, «una cosa invivibile». Anche secondo l’attivista Luiza Munteanu, «sulle piattaforme la maggioranza guadagna meno di 400 euro al mese», dato coerente con quanto documentato dalla ricerca accademica Easterbrook-Smith (Porn Studies, 2022). Ha dimostrato come OnlyFans funzioni strutturalmente come lavoro nella gig economy, con maggiori libertà formali, ma precarietà di fondo. La pressione finanziaria descritta da @maitelsd, per cui Only Fans rappresenta la principale fonte di reddito,  è soffocante: «Mi tocca il 30% del management, le tasse che prende la piattaforma, la tassa etica e poi i contributi per la pensione, che non vedremo comunque mai.  Insomma metà dei miei soldi». Inoltre, l’impossibilità di scaricare i costi con la partita IVA forfettaria rende il modello economico estremamente fragile e, come denuncia la campagna Stop Tassa Etica dei Radicali Italiani, trasforma una misura già iniqua in un peso insostenibile soprattutto per chi, come Elena, sceglie di lavorare fuori dalle piattaforme mainstream proprio per sottrarsi a questa logica. Finché una lavoratrice deve scegliere tra dichiarare il proprio reddito e potersi permettere l’affitto, il problema non è solo una percentuale sbagliata, ma un sistema che continua a punire chi, per sopravvivere, ha dovuto imparare a fare da sola.​​​​​​​​​​​​​​​​











di Angelica Ricci (Angelica Ricci),Giulia Camuffo (Giulia Camuffo)

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