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La tassa di essere donna

Il dibattito sull’aliquota applicata agli assorbenti si protrae ormai da anni e torna attuale grazie alla legge di bilancio 2024, stipulata dal governo Meloni. La legge prevede che gli assorbenti, e con loro altri prodotti igienici dell’universo femminile, tornino ad essere tassati come beni di lusso.

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Parlare di tampon tax significa parlare di una tassa di genere e discutere di come la disparità tra sessi non sia sempre manifesta, ma spesso sotterranea.

Il dibattito sull’aliquota applicata agli assorbenti si protrae ormai da anni – sempre alimentato dai vari tagli e aumenti dell’IVA di questi prodotti – e ad oggi torna attuale grazie alla legge di bilancio 2024, stipulata dal governo Meloni. La legge prevede che gli assorbenti, e con loro altri prodotti igienici dell’universo femminile, tornino ad essere tassati come beni di lusso (ossia al 10%), al pari di vino e tartufi. Questa risoluzione appare come una presa di coscienza politica mancata e risulta necessario chiedersi in che modo la tassazione su questi prodotti colpisce la popolazione femminile.

Secondo le stime dell’Association Reproductive Health, per una donna in età fertile i costi annui per l’acquisto di assorbenti si aggirano intorno ai 93 euro (considerando un’aliquota al 10%). Se poi si contempla il fatto che una donna, in media, abbia le mestruazioni per 40 anni, queste spese si alzano a 3700 euro per tutti gli anni di ciclo. Questi numeri potrebbero non colpire, ma è necessario ricordare che sono spese di cui solo una parte della popolazione si fa carico e alle quali non si può rinunciare. I tamponi, infatti, rientrano nella categoria dei beni “anelastici”, ossia quei beni spesso ritenuti di prima necessità, e la cui domanda sul mercato si mantiene costante a prescindere dalle variazioni di prezzo. Proprio per questo motivo è necessario che, su beni così fondamentali, il prezzo rimanga sostenibile per le consumatrici. Eppure l’aumento dell’IVA sembra farne una questione di “scelte”.

Eppure, il costo della vita per una donna non deriva solo dall’abbondanza del proprio flusso. Sembra infatti che sulle spalle delle acquirenti gravi un’altra tassa, la “pink tax”. Con questa espressione si indica il sovrapprezzo a cui sono soggetti gran parte dei prodotti del mondo femminile. Basti pensare allo  shampoo, avente gli stessi ingredienti, arriva a costare il 48% in più di quello destinato agli uomini. Lo stesso discorso vale per lamette, giocattoli, creme e qualsiasi altro prodotto che possa diversificarsi, esteticamente, in base ai generi. Un’assurdità , la quale però dilaga a livello mondiale e a cui siamo avvezze.

La “tassa sul tampone”

Il dibattito su questa tassa persiste dal 1973, anno della sua introduzione, con un’aliquota al 12%. Nel corso dei decenni questa imposta è costantemente lievitata, fino a stabilizzarsi al 22% e arrivare al 2021 pressoché inviolata. Eppure le occasioni per invertire la rotta non sono mancate. Risulta emblematica una normativa emanata nel 2007 dall’Unione Europea, la quale consente agli Stati membri di ridurre la tampon tax al minimo previsto per i beni di prima necessità. Questa proposta è il chiaro sintomo che l’esigenza di prodotti igienici femminili a basso prezzo non sia un capriccio tutto nostrano, ma un bisogno comune a tutta la popolazione femminile. L’ Italia, a differenza del resto d’Europa, che prima di noi ha accolto i campanelli d’allarme delle cittadine, ha iniziato a mobilitare attivamente le proprie risorse solo nel 2022,con il governo Draghi, abbassando l’IVA al 10%. Sicuramente un traguardo, ma ancora ben lontano dal tanto agognato 4%, tassa imposta per i beni essenziali. La vera speranza di una vittoria si è intravista l’anno seguente (2023), quando il governo Meloni ha deciso di portare l’aliquota al 5%. Mai nella storia del nostro paese si era arrivati così vicini ai costi rivendicati dalle donne e dalle organizzazioni femministe, battutesi per la causa. 

A soli 12 mesi di distanza però, il governo lancia una nuova legge di bilancio e in essa scompare lo slancio dell’anno precedente: l’IVA torna al 10%. La presidente ha spiegato i motivi di questa retromarcia affermando che il taglio “non ha funzionato”, in quanto i prezzi di questi prodotti non sono effettivamente scesi. Eppure viene da chiedersi: in che modo tassare un bene già soggetto al rincaro dei prezzi, causa inflazione, può condurre a costi sostenibili per i consumatori? Il pericolo che, con questa legge, il prezzo di mercato e l’imposta aumentino di pari passo sui beni per l’igiene femminile è concreto. Questa eventualità porterebbe a un aumento dei prezzi insostenibile e aggraverebbe una condizione di disparità già sufficientemente sofferta da parte delle donne.

Iniziative dal basso

La Coop ha deciso di scendere in campo e opporsi all’innalzamento dei prezzi. La sua campagna,“Close the gap”, ha alle spalle una storia quadriennale e anche quest’anno, in seguito alla deliberazione del governo, è stata riaperta la sottoscrizione alla petizione “Il ciclo è ancora un lusso”. Questa iniziativa nasce nel 2019, dal collettivo Onde Rosa, e trova nella Coop uno dei suoi principali sostenitori. L’obiettivo è  raggiungere un milione di firme e chiedere un definitivo abbassamento dell’IVA al 5%. A partire da gennaio 2024 l’iniziativa ha raccolto più di 703 mila firme e continua a essere sottoscrivibile sulla piattaforma Change.org .

Inoltre la cooperativa estende il proprio appoggio alla causa con azioni concrete. Risulta degno di nota il suo proposito di neutralizzare l’aumento dell’IVA sui propri prodotti a marchio, da gennaio a maggio 2024, con una tassazione simulata al 5%. L’operazione rientra all’interno di una vasta gamma di iniziative tese a raggiungere la parità di genere e  dimostra che anche le leggi economiche possono essere lo specchio della società che le promulga.

Proposte di questo tipo fanno parte di una lunga lista di iniziative partite dal basso.  Queste possono essere il motore di una reazione a catena emulativa e mettere in contatto realtà diverse fra loro, aventi il fine comune di continuare a riappropriarsi dei propri diritti e farsi portavoce di rivendicazioni sociali. La tampon tax non è che l’ennesima, mascherata, discriminazione e non si può che continuare ad alimentare il dibattito e partecipare attivamente al cambiamento. In nome di una società in cui il gap possa essere chiuso, non solo a parole. 

di Giorgia Rossi (Giorgia Rossi)

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