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 La società dei poeti estinti

Dallo slam poetry a Instagram: la poesia tra rivoluzione e marketing

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All’inizio del Novecento nella poesia vi è stata la cosiddetta “rivoluzione del verso libero”, le cui origini rimangono piuttosto oscure. Sul fenomeno si interrogò il critico letterario Gianfranco Contini, il quale notò una vera e propria crisi di competenza metrica tra gli italiani dotti tra Ottocento e Novecento. Se, da un lato, alla fine del diciannovesimo secolo un numero non indifferente di persone che avevano conseguito gli studi classici era in grado di scrivere, quasi d’istinto, in versi e metri regolari, tale capacità entra in crisi all’inizio del secolo successivo.

Questa rivoluzione ha permesso alla poesia di uscire dal suo status di arte riservata a un’élite e la cui fruizione era filtrata dallo studio approfondito della materia. La conseguenza più lampante di tale cambio di tendenza è che oggi l’arte poetica sia, da un lato, di gran lunga più appetibile e accessibile al pubblico generalista, ma che dall’altro, grazie anche alla digitalizzazione, ci si possa definire poeti e poetesse con estrema facilità.

Ciò è evidente nei Poetry Slam, produzioni artistiche che nascono dalla strada. Lo slam nasce nel 1984 quando Marc Smith, operaio e poeta, organizza una serie di incontri di lettura a voce alta al Get Me High Lounge, jazz club di Chicago, con l’intento di coinvolgere il pubblico. Il poetry slam consiste infatti in competizioni in cui i poeti recitano i loro versi, in modo da creare un legame tra scrittura e performance che viene valutato da una giuria estratta a sorte dal pubblico. 

Il successo di questo nuovo tipo di poesia non è altro che il frutto delle interazioni tra l’autore e il suo pubblico, il cui ruolo è cambiato radicalmente rispetto al passato. Nell’ultimo decennio tali interazioni si sono, tuttavia, spostate dalla dimensione fisica a quella virtuale.

Un articolo de Il Post ha fatto notare come, nonostante i libri di poesia vendano pochissime copie, negli Stati Uniti alcuni poeti stanno avendo un successo piuttosto inusuale: si tratta dei cosiddetti Instapoets, poeti 2.0 che pubblicano i loro versi sui social network, in particolare su piattaforme come Instagram e Tumblr.
Non si tratta, però, solo di autori solitari. L’Instapoetry sta, infatti, generando interi movimenti poetici online, come il Movimento per l’Emancipazione della Poesia: nato nel 2010 e di orientamento apartitico, esso si propone come “rete alternativa di creazione e diffusione di poesia contemporanea”, sia sul web che nelle strade. Un completo cambio di paradigma rispetto alla stessa forma letteraria per come era intesa nel secolo scorso.

La poesia ai tempi dei social

 

Così come il Novecento ha assistito alla rivoluzione del verso libero, il nuovo millennio è testimone di un cambio di tendenza nella fruizione della letteratura:  i social stanno, infatti, contribuendo al fenomeno già assodato del self-publishing, che consiste nelle pubblicazioni editoriali che saltano il passaggio, fino a poco tempo fa ritenuto necessario, della casa editrice. Come fa presente l’articolo Self Publishing, la letteratura ai tempi dell’Ikea, articolo pubblicato nel marzo 2022 su Scomodo, “l’autore vende un prodotto soltanto suo ed entra in rapporto diretto con i suoi lettori, andando a farsi carico non solo della gestione del lavoro intellettuale, ma anche della trasformazione di quel lavoro nella merce libro e della sua promozione e distribuzione”. 

Ciò non si applica, tuttavia, esclusivamente alla narrativa – la cui piattaforma privilegiata rimane Wattpad – ma anche alla poesia. Ed è in questo contesto che nascono gli Instapoets

Il primo caso di questa nuova tendenza è stato quello di Rupi Kaur, poetessa e illustratrice indiana naturalizzata canadese, considerata dalla rivista Rolling Stone la più influente Instapoet contemporanea e la cui popolarità è stata paragonata a quella di una popstar.
Kaur inizia a condividere i suoi lavori nel 2013 prima su Tumblr e, in un secondo momento, su Instagram, il tutto accompagnato da semplici illustrazioni da lei stessa realizzate. Sale poi alla ribalta con Milk and Honey (2014) – raccolta di poesie, prosa e illustrazioni – che rimarrà in vetta alla classifica del New York Bestseller List per oltre un anno. Da quel momento pubblicherà altre due opere: The Sun and Her Flowers (2017) e Home Body (2020). 

Contraddistinta da uno stile semplice e lineare che trae ispirazione dall’alfabeto gurmukhi – uno dei due alfabeti con cui viene scritto il punjabi, lingua di origine dell’autrice – Kaur tratta tematiche quali la femminilità, l’amore, la perdita, la migrazione e l’abuso sessuale coadiuvando versi e disegni minimalisti senza ricorrere a figure retoriche o metriche. 

Ed è questa la forza dei versi di Rupi Kaur: la vita della poetessa non è altro che una storia di rivalsa e la sua poetica risponde a un desiderio intrinseco di rivendicare la propria voce all’interno di una società sessista e razzista. In un’intervista rilasciata nel 2017 al The Guardian, l’autrice dichiara: “Non rientro negli standard di età, etnia e classe sociale di una poetessa bestseller“, aggiungendo come “per le donne del sud dell’Asia bisognerebbe essere quiete e prive di opinione“. La stessa Rupi Kaur ha ammesso di credere che il suo libro d’esordio non sarebbe mai stato pubblicato se non fosse stato per i social media.

Sebbene le sia stato conferito il merito di aver influenzato la scena letteraria contemporanea portandola a una maggiore democratizzazione, i suoi lavori sono andati incontro a recensioni piuttosto tiepide da parte della critica specializzata.

Diverso è per la scrittrice inglese di origini nigeriane Yrsa Daley-Ward, la cui opera prima Bone (2017), raccolta autobiografica nata proprio da Instagram, è stata acclamata sia dalla critica che dal pubblico.

Oltre all’aver trovato la loro fortuna sui social, c’è un altro comune denominatore tra Kaur e Daley-Ward: sono entrambe donne e immigrate di seconda generazione.

La commercializzazione della femminilità 

 

La poesia social nasce anche dal bisogno di dare voce a categorie storicamente marginalizzate. Se da un lato ciò può essere interpretato come inclusività della cultura, dall’altro si rischia di cadere nella mediocrità al fine di incontrare i gusti di un pubblico sempre più ampio e variegato. Una caratteristica comune tra i vari Instapoets è, infatti, l’estrema semplicità stilistica e l’utilizzo di temi ricorrenti, dando ai loro versi l’impressione di essere potenzialmente scritti da chiunque, elidendo l’autorialità.

È il caso di Giorgia Soleri, modella e influencer che ha recentemente debuttato in qualità di autrice con La Signorina Nessuno (2022). Dall’opera di Kaur, Soleri riprende l’unione tra prosa e poesia, entrambe accompagnate da illustrazioni, oltre alla divisione tematica di ogni capitolo. 

Se da un lato Milk and Honey poteva risultare innovativa per l’epoca, contribuendo a spianare la strada a un’intera generazione di poeti social, i versi di Giorgia Soleri mancano di originalità il che è, effettivamente, un limite stesso dell’Instapoetry. Tematiche quali l’amore tossico, la rinascita e il sesso sono trattate in maniera banale senza alcuna ricercatezza metrica e formale, composte da un lessico limitato accompagnato da espressioni colloquiali – “Diventiamo/tu Berlino Est/ io Berlino Ovest/ tiralo giù ‘sto muro” – che stonano completamente con il contesto. In questo modo un qualsiasi pensiero, quasi mai in rima ed espresso in versi liberi, si può trasformare all’occorrenza in poesia. Il risultato è un prodotto finalizzato a esaudire i desideri di più utenti possibili facendo ricorso a espressioni già sperimentate, con il rischio di svilire interi movimenti come quello femminista.

Ne è l’esempio Francesco Sole – nome d’arte di Gabriele Dotti – autore, presentatore e influencer con più di 1 milione di follower su Instagram, dove condivide le foto dei suoi versi scritti sui post-it. Ha esordito come autore nel 2018 con la pubblicazione della raccolta di poesie #TiAmo, a cui sono seguite altre sette opere.

L’autoconsapevolezza, la femminilità e l’inseguimento della felicità sono il filo conduttore che lega tutte le poesie di Francesco Sole, il quale potrebbe diventare tranquillamente il nuovo volto dei Baci Perugina. Perché i versi di Sole non sono altro che la continua rielaborazione del concetto “ama e amati”, perfetto per delle caption su Instagram ma che con la poesia c’entrano ben poco. Frasi come “Se non mi chiami/ Capirò…/Se non mi scrivi/ Capirò…/Se ti dimentico/ Capirai” non sono altro che pensieri adolescenziali – il target per eccellenza di Sole – che, con la scusa di andare a capo, vengono venduti come poesie in una completa degenerazione del concetto di Instapoetry.

Se la maggior parte dei versi di Sole sono innocui, altri come “Le donne vere/ Si lasciano/ Corteggiare/ Solo da chi hanno/ Già scelto!” risultano problematici, soprattutto se a leggerli è un pubblico di giovanissimi. Prima di tutto, il concetto di “donna vera” risulta piuttosto debole, dato che non esiste una sola definizione di femminilità. In secondo luogo, la convinzione secondo cui una donna si faccia corteggiare solo da chi ha già scelto parte dal presupposto che sia l’uomo a fare il primo passo, corteggiando l’amata in pieno stile Chanson de Geste.

Per un personaggio pubblico che dice di voler abbattere gli stereotipi e dare voce alle donne, versi di questo tipo non fanno altro che accrescerli.

Se da un lato una digitalizzazione della poesia risulta inevitabile e, in una certa misura, auspicabile, in quanto portatrice di un nuovo pubblico, dall’altro non va persa l’autorialità e l’esperienza: la poesia in senso tradizionale non è qualcosa che si improvvisa, ma richiede pratica e anni di studio. Il poeta dovrebbe essere colui (o colei) dotato di una sensibilità tale da tradurre la realtà che lo circonda in una forma completamente inedita.

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