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La sinestesia dei vent’anni

L'esordio di Samuele Cornalba, "Bagai", racconta i desideri degli adolescenti di provincia

Questo articolo parla di:

-Io voglio altro tempo.
-Tempo per cosa?
-Boh, prima che cominci tu-tutta questa vita.

 

 

La felicità ha una sua prima volta? Forse ogni volta che inizia una vita. Qual è il primo posto in cui sei stato felice? In quale vita, nella tua vita, sei stato così felice da ricordarlo ancora? Per me è una risposta semplice: la mia gloriosa prima volta con la felicità è stata all’università. Segnava l’inizio della vita per me, forse lo pensano tutti, ma per chi come me viene dalla provincia vale un po’ di più.

A diciotto anni della provincia vuoi liberartene, vuoi superare i bulletti del liceo, le provinciali gare di bellezza, vuoi affrancarti di più dal gruppetto che si sente grande già da un po’ perché fuma, e anche da chi pensa chi sei, perché insieme al tuo nome vede la tua genealogia. Sei già stanco degli scioperi, vorresti di più delle cuffie sparate al massimo nelle orecchie. Pensi di averne abbastanza, di esserne pieno, di meritare di più. La città allora è il sogno immacolato. A diciotto anni è questo che ti aspetti: che tutto sia diverso. Anzi, migliore.

 

Bagai, il romanzo d’esordio di Samuele Cornalba, racconta l’attimo prima di questo: siamo all’ultimo anno del liceo, tra quelli che non sanno cosa vogliono fare da grandi e l’ansia di perdere tempo se li divora, e quelli che sanno già tutto (e forse te la raccontano così, che sanno già tutto, perché sennò l’ansia rosicherebbe anche loro). Siamo a Pandino, un comune nella provincia di Cremona, quella che tutti conosciamo per le idilliache ambientazioni di Call me by your name, ma di quei personaggi sono sopravvissute soltanto le Stan Smith, la musica che suona in orecchie adolescenti, un pacchetto di Chesterfield blue, «il silenzio blu che ti fa venir voglia di dire tutte le sciocchezze del mondo», la noia del ritmo troppo lento «di quei pomeriggi eterni, quando la casa si riempiva di ombre dense», il caldo che diventa pesante e il «ritmo malinconico, da domenica di fine settembre». 

C’è qualcuno che ritrova una fotografia in un vecchio rullino incastrato in una Leica di una vita passata, c’è un vecchio volume del Grande Gatsby e le sottolineature di qualcuno che è stato e non è più. Tanti fantasmi risvegliati.

Non è la provincia di un film di Guadagnino, eppure i luoghi sono gli stessi: la piazza è claustrofobica, l’aria è la più inquinata d’Europa, il ricordo è di una vecchia palude, gli adolescenti soffrono di eco-ansia.

 

Elia ha diciotto anni e non sente più niente. Vive con Carlo, suo padre, in quella casa che era stata la loro casa, fino alla morte della mamma. Teresa è morta il 5 febbraio 2007, la data che apre questo libro, e Teresa torna a vivere soltanto in quel periodo, «per il resto dell’anno Teresa non è mai esistita, non sarebbe esistita mai più». Però, come sempre, qualcosa succede: arriva Camilla con le sue domande, i suoi silenzi e le sue canzoni dei Coma Cose e così Elia torna a vivere. Con lei arrivano i libri, le giornate in libreria per l’alternanza scuola-lavoro e iniziano le prime volte: il primo bacio, le prime mani che si sfiorano, il primo amore. Quanto, tutto ciò che siamo così bravi ad analizzare da fuori, poi non basta davvero per salvarsi dall’inquietudine di chi soffre, di chi non è bravo con i sentimenti.

 

Bagai è pregno di malinconia, di solitudine, la prosa è sottile e leggera, regala sensazioni nostalgiche a chi i vent’anni li ha superati e tanta empatia a chi i vent’anni li sta vivendo, come Elia, Camilla e Andrea, con i sogni di gloria, le paure del futuro. Rendersi conto che le proprie paure non sono uniche, che possono far parte di qualcosa di più grande, che è soltanto una fase della crescita e sorpresa: ci siamo passati tutti. Ma non per questo ha meno importanza, non per questo ce ne siamo dimenticati. Bagai prende il titolo da un’espressione dialettale che significa “bambino” «Bagai è lui, bagai è Andrea, bagai sono i ragazzi di Pandino, della provincia, quelli che corrono senza direzione, che scappano da un mondo incendiato». Bagai siamo tutti, e leggere questo libro riporta i vent’anni che abbiamo avuto, che ci hanno fatto paura, mentre viviamo gli anni che allora potevamo immaginare.

 

Il ritmo del tempo scandisce la scrittura di questo romanzo, si intersecano tra loro i tempi dei personaggi, il tempo del lutto del padre Carlo, quello della zia che ha conservato tutti i ricordi, quello più lento di Andrea, immerso nelle elezioni d’istituto, quello di Camilla che è sicura di trasferirsi a Padova dopo il liceo e quello più lento di Elia, scandito dall’ansia dei vent’anni e in viaggio in macchina verso un paese sconosciuto, che si prepara finalmente a esistere.

«Sente di vivere in differita rispetto ai coetanei, ad Andrea, a Camilla. Loro che hanno scelto, che sanno già cosa fare. Alla fine di giugno, quando gli altri festeggeranno nuove vite, capirà di essere rimasto indietro, di aver sprecato i diciotto anni a quasi-esistere».

Sono passati dieci anni dalle valigie, il primo trasloco, i saluti eccetera eccetera. Dieci anni dopo so che no, non era di certo l’inizio della vita vera, ma di quella più magica, sensazionale e intensa mai vissuta prima d’allora. La Camilla della mia storia mi ha detto un giorno qualsiasi: c’est le premiere jour du rest de ta vie. Ecco la promessa che sentivo allora nel sangue: era il primo giorno di qualcosa, anche se non sapevo dire cosa. 

Ecco quello che ci regala Samuele Cornalba: un vero inizio.



di Giusy Esposito (Giusy Esposito)

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