Cominciamo dalla fine del viaggio. Locale “Lo de MoLiNa”, ristorante e centro culturale nel cuore di Montevideo che già nel nome ammicca alla storia dell’organizzazione politica simbolo della costruzione del moderno Uruguay: il Movimiento de Liberación Nacional-Tupamaros (MLN).
Heber Bousses affonda tre cubetti di ghiaccio nel bicchiere: «È importante che siate qui per conoscere con i vostri occhi la nostra storia», dà un sorso prima di riprendere, «c’è la Storia e ci sono le storiette. E la Storia è fatta delle storiette delle tante persone che hanno lottato per questo Paese. Voglio che conosciate i nomi delle persone che non passano alla Storia, perché un Mujica, un Orsi non diventano quello che sono in base alle loro caratteristiche personali, ma perché tante persone hanno lottato e lavorato affinché loro diventassero ministri, presidenti, punti di riferimento».

Bousses, Dirigente del MPP, il Movimiento de Participación Popular erede dell’ MLN e principale forza politica del Frente Amplio [lo schieramento politico che raggruppa tutti i principali partiti e organizzazioni della sinistra uruguayana, NdR], fa una pausa che sembra conclusiva, poi aggiunge quello che suona come un monito: «Chiunque dica che è lì per le sue caratteristiche personali, mandatelo via, perché è pericoloso».
È un monito che non risparmia nessuno in Uruguay, tanto che alcuni tupamaros della “vecchia guardia”, quelli che con Mujica scontarono oltre un decennio nelle carceri durante la dittatura militare, lo rivolgono contro lo stesso “Pepe” che «è diventato per la gente un punto di riferimento importante. Questo significa che la gente ti adora e non ti critica, e che quindi non puoi fare autocritica», come ci dice Augusto “Tito” Gregori, già Coordinatore del servizio di intelligence uruguayano dal 2010 al 2013. E aggiunge: «Così perdiamo la discussione politica», quel dialogo mai interrotto tra le strutture politiche e la popolazione, e tra le diverse organizzazioni riunite dal 1971 nel Frente Amplio, che è l’eredità più duratura della “rivoluzione gentile” con cui l’Uruguay si è risollevato dal regime militare che lo ha governato dal 1973 al 1985.

C’è una definizione con cui Heber ha riassunto il carattere di questa longeva trasformazione politica di cui è stato capace l’Uruguay: «Un aborto spontaneo, un paradosso, una satira». Rispetto ad una storia solitamente raccontata e promossa come traiettoria personale, suona stonato l’impegno di un piccolo Paese del Sud America a voler parlare con una voce corale, risultato di una sintesi politica mai definitiva.
Sono i giorni finali del carnevale in Uruguay. L’associazione dei familiari dei desaparecidos ha organizzato una serata di spettacoli di murghe al velodromo di Montevideo: sul palco si alternano gruppi dai vestiti variopinti che cantano e recitano brani che passano dalla memoria delle persone scomparse per mano della dittatura politico-militare, alla satira di attualità che si abbatte ugualmente sui costi antropologici della tecnologia, sul dirigismo del Frente Amplio, sull’inefficienza dell’Intendente di Montevideo nella raccolta dei rifiuti, tra le risate e gli applausi scroscianti di migliaia di spettatori, dirigenti politici e deputati eletti compresi.


Non c’è un’ immagine più rappresentativa, tra le immagini raccolte nei giorni in Uruguay, per rendere l’idea di una coscienza politica collettiva sedimentata che costituisce un linguaggio comune di base comprensibile a gran parte della popolazione, che ne intende e ne difende le regole perché se ne sente parte. «La politica qui è come il calcio, è sentita e partecipata», commenta Heber accennando anche all’impianto costituzionale del Paese, che prevede l’obbligo di voto: «il voto obbligatorio comporta il dover in ogni caso scegliere tra un’opzione e l’altra, e quindi avere sufficienti informazioni sulle questioni politiche per potersi esprimere».
Di fronte a questa caratteristica popolare, «il merito più grande del Frente è aver vinto la battaglia culturale, aver conquistato l’egemonia», evidenzia il Dirigente del MPP. In effetti, girando per Montevideo e i suoi dintorni saltano agli occhi i muri pieni di scritte e disegni realizzati dai militanti delle organizzazioni della sinistra unita, ma anche di bandiere cubane, venezuelane e palestinesi: tutto ammicca ad un dialogo costante che la rappresentanza politica cerca con la popolazione.

Il dialogo alla base di tutto
Rincon del Cerro, una zona rurale a mezz’ora dall’area più densamente costruita della capitale. A guardarla, sembra ostinatamente decisa a resistere contro chi la vorrebbe inserire nei libri di storia. Eppure in una delle case del circondario, sommersa dalla piante, sono custoditi gli scatti di Jose Mujica che cammina a braccetto con “Evo” Morales, l’originale di una vecchia fotografia del “Pepe” con Raul Sendic entrambi in piedi davanti all’obiettivo, addirittura una copia degli ultimi diari del “Che” in Bolivia che il Presidente boliviano aveva regalato al suo amico Presidente dell’Uruguay.
Lucia Topolansky custodisce generosamente queste pagine di storia insieme ad una serie sterminata di uova di gallina fresche e alla pentola che la nonna di Mujica, suo compagno di una vita, aveva portato con sé quando era emigrata dalla Liguria.

È lei a raccontarci la genesi del percorso politico che ha portato alla definizione dell’esperienza del MPP e del Frente Amplio dopo la dittatura: «Quando siamo usciti dal carcere nell’ ‘85 abbiamo iniziato ad ascoltare la gente: ci siamo inventati dei momenti, le mateadas, in giro per il Paese per conoscere com’era diventato il mondo in quei 12 anni in cui eravamo stati imprigionati. Dicevamo alle persone che per noi quel dialogo era necessario per continuare a camminare».
Di lì a un anno il Movimiento de Liberación Nacional-Tupamaros formalizzò la sua richiesta di aderire al Frente Amplio, che era nato nel 1971 aggregando socialisti, comunisti, democristiani e alcuni elementi più progressisti dei due storici partiti uruguayani, blancos e colorados. Questa rafforzata coalizione ambiva ora a rappresentare una forza politica in grado di traghettare l’Uruguay oltre il tragico capitolo della sua storia appena conclusa, verso un nuovo avvenire- come non si stancava mai di ripetere Mujica nei suoi discorsi.
Secondo Lucia, il dialogo tra rappresentanza e “base” popolare, insieme alla capacità di accordarsi su un programma comune e di unirsi nella diversità, è ciò che ha tenuto il Frente insieme fino ad oggi. Ma tutto questo è stato possibile in virtù di «un DNA uruguayano di socialdemocrazia che proviene dalle conquiste delle riforme dei primi del ‘900, come l’introduzione del suffragio universale, l’educazione pubblica, la giornata lavorativa di 8 ore, e che costituì sempre un limite culturale alle tendenze autoritarie e alle privatizzazioni neoliberiste», aggiunge l’ex senatrice e Vicepresidente dell’Uruguay.
Lo spirito tupamaro continua a soffiare forte in lei, quello spirito che più di una volta aveva portato “Pepe” a indicare all’origine dei gruppi di resistenza armata tupamaros l’intenzione di difendere la cultura democratica del Paese dalle prime avvisaglie di quello che sarebbe diventato il regime militare.
La prospettiva di governo del Frente, perciò, affonda già in un humus democratico, a cui si propone di dare voce: «Bisogna concepire la partecipazione e il conflitto come parte di una dinamica di confronto continua e mai risolta. Stare con la gente per strada ti educa, perché ti obbliga alle domande e allo scambio, e così ti insegna il miglior esercizio di democrazia possibile», conclude Lucia.
È questa capacità di apprendimento e di ascolto continua che tiene vivo il progetto dell’unità della sinistra in Uruguay: «Oggi c’è una deriva elettoralistica che investe i gruppi che fanno parte del Frente Amplio, e questa deriva è una tendenza centrifuga», aveva detto Augusto Gregori poche ore prima del nostro incontro con Lucia Topolansky, «quello che tiene unita questa esperienza da tanti anni è la base, che crede ancora nel progetto politico». Prima di andarcene, Lucia ci tiene a dirci un’ultima cosa: «Mi sono candidata al Senato perché il movimento di cui facevo parte lo voleva, e sono stata Vicepresidente per lo stesso motivo. Ora sono tornata alla militanza di base perché quella è la condizione di esistenza, siamo tutte e tutti militanti», proprio come “Pepe”, che nel suo discorso di fine mandato presidenziale disse le famose parole “No me voy, estoy llegando [Non vado via, sto tornando, ndr]”. Una frase scolpita sul retro delle magliette indossate dai militanti del MPP il giorno del suo funerale, in un saluto che non ne vuole proprio sapere di essere l’ultimo.

Una comunità spirituale
«Il Frente è una comunità spirituale», aveva detto Heber mentre mandavamo giù gli ultimi sorsi di birra prima di rincasare. Dobbiamo aspettare tutta la notte e parte della mattina per capire il senso profondo di questa affermazione.
Fernando Pereira Kosec viene dal sindacato dei lavoratori. La sua visione politica viene definita in Uruguay come “democrata-cristiana”, una visione distante dal materialismo cui si rifà l’MPP, l’organizzazione elettoralmente maggioritaria all’interno del Frente Amplio. Eppure, Fernando è dal 2021 Presidente del raggruppamento delle sinistre, eletto in quanto rappresenta una tendenza maggioritaria tra le componenti del Frente. Un esempio vivente di quella convergenza verso il centro di cui con tanta passione parlava il “Pepe” (come ad esempio la serie di interviste rilasciate a Maria Ester Gilio a partire dal 2005).
Abituati come siamo alle coalizioni all’italiana, che stemperano visioni convintamente progressiste verso una mediazione di convenienza, rischiamo di perdere il senso politico dell’esperienza uruguayana. Come spiega Fernando: «La differenza tra il Frente e la coalizione di Boric in Cile, di Petro in Colombia e di tanti altri campi larghi di sinistra è che il Frente è radicato in una struttura di confronto tra organizzazioni politiche che non ha una mira esclusivamente elettorale, ma di programma politico». In altre parole, «l’unità politica non è un fattore tattico, ma strategico», aggiunge Fernando mentre alle sue spalle l’asado continua a fumare.
La caratteristica principale del Frente Amplio è la condivisione sistematica del potere decisionale tra la base e il settore, i partiti, i movimenti e le liste elettorali. Ogni ambito di discussione, ogni commissione, ogni assemblea, è rappresentata al 50% da persone individuate nella base, parola che indica le aggruppazioni territoriali, dove “militano” gli attivisti del Frente, che non si identificano per la loro adesione ad un partito o ad una lista. Per la formazione di un comité di base sono necessarie 50 persone, non necessariamente iscritte ad una delle forze politiche del Frente. Il comité rappresenta uno spazio di ascolto, partecipazione e organizzazione territoriale dei quartieri in cui si trovano. Proprio in questi comité sono elette le persone che rappresenteranno la base nei vari organi interni, dalle strutture territoriali, come i coordinamenti regionali e dipartimentali, fino alle commissioni centrali.
La concertazione del processo decisionale costringe la rappresentanza istituzionale ad un lavoro difficile di interpretazione delle istanze profonde della base: «Per noi è faticoso il meccanismo del Frente Amplio», ci aveva confessato Heber la sera prima parlando dell’MPP, «immaginate di rappresentare elettoralmente più della metà della popolazione [votante, NdR] e avere un peso decisionale non proporzionale, o almeno proporzionale solo nella parte delle forze politiche. Siamo noi quelli che poi devono andare in Parlamento e difendere le proposte emerse dal confronto, anche se alle volte la base che porta avanti certe idee non si rende conto che c’è differenza tra la politica come ce la immaginiamo e governare veramente il Paese».
Poi il Dirigente aveva aggiunto: «Detto ciò rimaniamo convinti promotori del Frente, perché rappresenta l’anima profondamente uruguaiana del confronto, della convergenza e perché sappiamo che se uscissimo dal Frente passeremmo da essere la “prima” forza del Paese ad essere l’ultima, perché tradiremmo quella postura del dialogo che è profondamente uruguayana e profondamente frenteamplista. Tradiremmo la gente».
Anche la preferenza ad un candidato piuttosto che all’altro, in occasione degli appuntamenti elettorali, emerge dal confronto e dalla presenza sul territorio, da ciò che la persona rappresenta e da come porta avanti le battaglie.
Questa struttura diffusa, spiega Fernando, consente al Frente di fare un lavoro di raccordo politico tra le istanze basato sul livello territoriale e trasmesso fino agli organi di sintesi centrale: «Nel 2019, quando abbiamo perso le elezioni nazionali, ci siamo incontrati in 300 località sparse per tutto il Paese, riunendo oltre 2mila organizzazioni. Il nostro attuale Governo agisce in base ad un programma elaborato da 2500 rappresentanti di base che si sono confrontati per tre anni». Quando Fernando si interrompe per dare un morso al pezzo di carne appena servito, Heber interviene puntualizzando: «Il programma politico è frutto del confronto egualitario tra rappresentanti delle forze politiche, rappresentanti della base e “assessori”, le persone tecniche che possono aiutarci nell’affrontare un tema con tutte le informazioni del caso, perché vogliamo essere formati e avere un programma che possa essere davvero utile per governare».
Anche la funzione di leadership segue questa forma organizzativa che potremmo definire “ecosistemica”, usando le parole dell’ultimo saggio sui modelli di organizzazione politica di Nunes “Nè verticale, nè orizzontale”. Quando Fernando dice che «il Frente non ha leader, ma un sistema di rappresentanza» risuonano le parole pronunciate da Heber la sera prima: «Siamo tutti compagni, che interpretano funzioni diverse» e quando questa o quella persona viene scelta per guidare una fase del percorso politico dell’organizzazione, lo fa sulla base di una «partecipazione popolare diffusa che mira a far sentire la gente parte della decisione politica», conclude il presidente del Frente.
Certo, non è tutto rosa e fiori. Fernando ribadisce quello che aveva sottolineato Lucia Topolansky: il problema di una diminuzione nella partecipazione popolare alla politica, che anche in un Paese che vive la politica con tanto afflato come l’Uruguay trova le sue manifestazioni. «Oggi il Frente deve cambiare radicalmente nelle sue forme organizzative per incoraggiare la partecipazione popolare», conclude Fernando.
Siempre con la gente
Sul muro fuori dalla sede del gruppo di base dell’MPP nel quartiere del Cerro c’è una frase dipinta con la vernice rossa: «Siempre con la gente». Marco, responsabile di zona del gruppo di base, ci racconta la storia del barrio, nato intorno ai frigorificos che attiravano forza lavoro composta soprattutto da popolazione immigrata dall’Europa e che chiusero negli anni ‘70 del Novecento, costringendo gli abitanti a cercare dall’altra parte del ponte che collega le due sponde della capitale. Mentre parla è costretto a interrompersi perché una signora chiede di lui affacciata al cancello esterno.

«Se ci sono problemi da risolvere per questa o quella famiglia del quartiere abbiamo compagni del partito nelle istituzioni da chiamare», spiega Marco, «ma sappiamo che questo non è del tutto giusto, perché non tutti hanno la fortuna di poter ricorrere a conoscenze personali». Per questo motivo il gruppo di base lavora in maniera radicata nel quartiere, dedicandosi ad attività che vanno dall’assistenza alimentare attraverso le ollas populares all’animazione territoriale per i più giovani: «In questo comitato vengono i vecinos che hanno bisogno di aiuto, che vogliono dare una mano o che vogliono anche solo chiacchierare», dice Mercedes, una delle militanti del comitato di base. «Qualche tempo fa abbiamo fatto una raccolta fondi per un vecino al quale era andato a fuoco il tetto, non aveva i soldi per poterselo riparare né la capacità tecnica, abbiamo raccolto soldi, materiali e insieme a lui l’abbiamo riparato. Il Frente Amplio è anche questo, è comunità, non potrebbe mai esistere senza il territorio».
Un esempio eminente della scelta di radicarsi nel territorio è il lavoro portato avanti negli asentamientos, insediamenti autocostruiti abitati in prevalenza da persone che non riescono a far fronte in altro modo alle necessità alloggiative. Solo nella zona del Cerro ce ne sono 70.
Fabiana vive dal 2020 nell’asentamiento di “Nuevo Comienzo”, tra le prime persone a stabilire su questo terreno dipartimentale la propria casa, costruita mattone dopo mattone con le proprie mani. Da allora si è sparsa la voce, e oggi il numero di persone che vivono nell’insediamento è salito a oltre 450.

Fabiana si presenta come referente dell’MPP nell’asentamiento: «Sono nell’MPP da prima di essere arrivata qui, ma vivo qui perché avevo bisogno di casa». Tutto lo spazio costruito è frutto dell’autorganizzazione degli abitanti, che hanno resistito ai tentativi di sgombero da parte del precedente Governo di destra e che adesso, dopo anni di mobilitazioni, stanno vedendo i primi servizi realizzati dallo Stato: una strada, le tubature dell’acqua, l’allaccio all’elettricità.
Questi interventi sono parte di un massiccio programma nato quando “Pepe” era Presidente: il Plan Juntos.
«Il Piano è una idea di “Pepe”. I primi soldi con cui partì li mise lui stesso dal suo stipendio da Presidente e chiedendo alle sue conoscenze più ricche di contribuire», racconta Inés Sarries, Dirigente del Ministerio de Vivienda y Ordenamiento Territorial [Ministero della Casa e della Pianificazione Territoriale, NdR] incaricata del programma. «All’inizio si trattava di raccogliere soldi, materiali e tutto ciò di cui avevano bisogno le persone più povere, quella che vivevano in una situazione di precarietà assoluta», continua la Dirigente, spiegando come il programma sia andato strutturandosi nel tempo su due pilastri: «costruzione delle abitazioni e attenzione sociale», a partire da un censimento che ha permesso una più puntuale mappatura dei fattori di esclusione, «dai più basilari, come il non avere denti in bocca o il non saper scrivere, tutte cose che contribuiscono a rendere difficile trovare lavoro e all’esclusione dal sistema», dice Maria Fernanda parlando dell’approccio capillare del Piano.
Il sole proietta sulla cartina alle sue spalle le sottili ombre delle puntine che segnano le località in cui il Plan Juntos si è spinto. Sparpagliati in tutti gli angoli del Paese, gli interventi si dividono in nuove costruzioni leggere per “rialloggiare” persone in condizioni abitative su cui è particolarmente difficile intervenire e forme di urbanizzazione primaria degli insediamenti autocostruiti come l’asentamiento dove vive Fabiana.
Il tentativo è di superare l’intervento assistenzialistico, accompagnando le persone seguite in un processo di reale autonomia. Ad esempio attraverso «la partecipazione nei lavori di costruzione che «fa sentire le persone che beneficiano del programma non dei ricettori passivi di un’azione di assistenza, ma parte del processo collettivo di costruzione delle abitazioni, e anche delle comunità e di tutti quegli elementi necessari che vi girano intorno», conclude la Dirigente.

Un piccolo Paese del Sud America
C’è un passaggio dell’intervista che Cristina Guarnieri ha fatto a Mujica per il libro “La felicità al potere” che risuona mentre ci allontaniamo dalla cooperativa Molino Santa Rosa.
Interrogato sulle modalità con cui promuovere una cultura intimamente alternativa rispetto al consumismo e al capitalismo dominanti, il Presidente aveva risposto che «in Uruguay cerchiamo di elaborare l’autogestione, cercando di fare in modo, ovunque possibile, che le persone possano organizzare il proprio lavoro e portarlo avanti sotto la propria responsabilità e non perché glielo si comanda», per poi aggiungere poco dopo che «per farlo c’è bisogno di partiti che organizzino e portino avanti questa costruzione».
Riprendiamo la macchina mentre alle nostre spalle donne e uomini della cooperativa scaricano i pesanti sacchi di cereali per lo smistamento. Il Dipartimento di Canelones, in cui il Molino Santa Rosa ha la sua sede, è la più importante zona produttiva del Paese, con i suoi allevamenti e i suoi frutteti fortemente improntati all’esportazione.

Qui, negli anni ‘90, nel pieno delle riforme neoliberiste e delle politiche di facilitazione delle importazioni dall’estero volute dai partiti tradizionali che si alternavano al Governo, la storica azienda agricola che era ospitata tra le mura del Molino fu costretta a chiudere i battenti, lasciando decine di lavoratori per strada. Come racconta il libro pubblicato in occasione dei 25 anni della Cooperativa di lavoro, «l’esperienza cooperativa sorse come risposta ad una lunga storia di frustrazioni. I lavoratori e la comunità avevano vissuto da vicino le conseguenze dell’abbandono imprenditoriale [da parte dei privati, NdR] e stabilirono che, se volevano preservare il mulino, dovevano intraprendere un cammino differente. La crisi si trasformò nella condizione di possibilità per immaginare l’autogestione come alternativa».
L’esperienza cooperativa attraversò un lungo processo di consolidamento, che culminò nel 2008 con l’approvazione della Legge Generale delle cooperative e con l’adozione di politiche locali e nazionali che misero a sistema, nell’organizzazione produttiva del Paese, il ruolo delle esperienze di autogestione lavorativa, la possibilità per queste di accedere a fondi pubblici e di stringere accordi in maniera privilegiata con enti pubblici.
Fu il riconoscimento dell’importante significato che realtà come il Molino Santa Rosa rappresentano per il Paese, oltre al semplice ruolo di attori di mercato. Come dice l’ex Presidente della cooperativa Carlos Rejes, oggi Deputato eletto con l’MPP, «non [si tratta, NdR] solo di macchinari e infrastruttura, ma di una parte importante della vita di chi ci lavora. È come una scuola in cui chi lavora apprende come essere socio, a diventare parte della comunità della cooperativa e ad assumersi le responsabilità di prendere decisioni che la riguardano». Questo compito trasformativo dal punto di vista sociale è, secondo Rejes, l’aspetto più importante dell’esperienza di autogestione: «siamo preparati anche alla possibilità che la cooperativa chiuda, perché nell’eventualità chi dovesse uscire da qui sarebbe pronto per presentarsi nel mercato del lavoro in condizioni radicalmente diverse da quelle in cui era entrato qui».
Dal finestrino della macchina scorrono senza soluzione di continuità i campi e gli allevamenti che circondano il rettilineo tra Canelones e Montevideo. Una vasta area con una densità di popolazione molto bassa che offre ampi margini di crescita produttiva: è forse in questi termini che va compresa l’approvazione trasversale per il recente accordo ratificato tra l’Unione Europea e il Mercosur, di cui l’Uruguay fa parte e che promette di dischiudere al Paese nuove promettenti fette di mercato.
Sebbene predomini l’ottimismo, la chiacchierata tra le spesse mura di mattoni del Molino ci ha offerto un’altra interessante prospettiva su questa nuova fase che potrebbe vivere l’Uruguay. «Dovremo capire come [l’accordo tra UE e Mercosur, NdR] andrà ad impattare sulle piccole e medie imprese e quali saranno le politiche pubbliche a riguardo», commenta Rejes, rilanciando, «Dobbiamo cercare alleanze in Europa con altre imprese cooperative ed etiche per creare un blocco distinto dalle multinazionali».
Prima di partire per l’Uruguay, un militante romano che nel tempo ha costruito una profonda connessione politica con il piccolo Paese del Sud America ci aveva detto che da lì avremmo avuto un punto di vista privilegiato su quello che avviene nel mondo latinoamericano. Secondo il Presidente del Frente Amplio, questo speciale carattere dell’Uruguay è legato alle sue ridotte dimensioni geografiche, che hanno fatto sì che il Paese si concepisse da sempre come parte della più ampia lotta dei popoli latinoamericani contro il giogo dell’imperialismo e del colonialismo. Una lotta che ha attraversato fasi di liberazione nazionale, che però devono essere concepite come il mezzo e non come il fine: con le parole di Heber, «il nostro concetto di liberazione non è limitato all’Uruguay, ma va dalla Terra del Fuoco al Rio Bravo. Per questo le nostre relazioni internazionali sono con altre organizzazioni politiche più che con i Governi dei singoli Stati».
Questa proiezione, secondo Fernando, è profondamente radicata in Uruguay. Mentre nel mondo «è cessata la cooperazione tra organizzazioni politiche, rimpiazzata da una cooperazione di convenienza tra Stati», ribadisce il Presidente del Frente Amplio, il Paese continua a coltivare un sentimento sinceramente «internazionalista, anti-imperialista radicato in una cultura democratica centenaria e che non rinuncia al valore dell’autodeterminazione dei popoli».
Il sole sta tramontando dietro l’albero sotto al quale è sepolto il corpo del “Pepe”, nel cortile della sua casa di Rincòn del Cerro, dove continua a concimare la fertile terra uruguayana.
