La precarietà al Nord-Ovest: tre facce di una condizione generazionale

Un viaggio tra Chatillon, Ivrea e Milano per raccontare come la precarietà si declina diversamente nelle realtà del Nord-Ovest: dall'isolamento montano alla nostalgia post-industriale, fino all'insostenibilità economica della metropoli

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Dietro i numeri della crescita economica spesso legata al Nord-Ovest si radica una realtà giovanile ancora molto frammentata, dove la precarietà assume volti diversi con specificità a seconda del territorio. Per comprenderla, abbiamo attraversato tre luoghi simbolici: Chatillon, piccolo centro valdostano di 850 persone tra i 15 e i 34 anni; Ivrea, media città piemontese in transizione post-industriale con 2.300 under 35; Milano, metropoli da 463.213 giovani abitanti che attrae e respinge con la stessa intensità.

Tre focus group, tre generazioni che condividono l’età ma non le prospettive, accomunate da un denominatore: il senso di precarietà che attraversa le loro vite, declinandosi in forme inaspettate.

Chatillon: quando la precarietà è solitudine

«Il desiderio più diffuso tra le persone giovani è un luogo di ritrovo e di socialità che in questo momento sentono mancare». È Matteo a parlare durante il focus group di Chatillon. 

In Valle d’Aosta, a Chatillon, la precarietà non ha il volto che ci si aspetterebbe. Qui le offerte di lavoro, nonostante spesso fortemente influenzate e dipendenti dai picchi stagionali legati al turismo, sembrano esserci.  Ma è l’isolamento e la precarietà emotiva a pesare maggiormente sulle persone più giovani. «La precarietà lavorativa non è la forma di precarietà che pesa maggiormente sulle persone giovani di Chatillon», dice una partecipante durante il focus group. È lei a sintetizzare un sentimento condiviso: «la vera precarietà qui è l’isolamento». Il paese è «vissuto come uno spazio ristretto e insufficiente al proprio bisogno di socialità». L’assenza di punti di aggregazione si trasforma in un confronto quotidiano con «lo spettro della solitudine», dove le poche relazioni diventano vitali e la loro perdita devastante.

Un’indagine comunale del 2024 su 86 giovani tra i 15 e i 25 anni ha confermato questa diagnosi: quasi 3 rispondenti su 10 chiedono uno spazio dedicato alle persone più giovani mentre il 18,6% vorrebbe gruppi per esperienze all’estero, il 17,4% attività sportive non competitive. La dimensione relazionale tra persone residenti in quel luogo sembra essere, dalle discussioni emerse durante il focus group, un tema molto sentito. 

La contraddizione di Chatillon è evidente: gli Under 30 dichiarano che «la vivibilità del posto si sta riducendo, soprattutto per le e i giovani». I trasporti insufficienti – con la recente soppressione del servizio ferroviario – isolano ulteriormente chi non ha la patente, mentre l’economia turistica legata allo sci genera un’altra forma di precarietà: quella abitativa, con gli appartamenti affittati a breve termine che riducono l’offerta per i residenti.

Ma c’è una preoccupazione più profonda che emerge dalle voci raccolte: il cambiamento climatico. In un territorio fortemente connesso a un tessuto lavorativo dipendente dal meteo stagionale, con un turismo basato principalmente sullo scii, le politiche rivolte al tessuto economico e sociale del territorio vengono descritte come «miopi e incerte», con il timore che il territorio non si stia preparando in modo adeguato e rispondente alla crescente riduzione della neve. «Ci pensiamo sempre come in grado di governare tutto. Poi strutturi un’intera economia su qualcosa che, senza che tu possa farci niente, ti può essere tolta da un momento all’altro», si ascolta durante il focus group.

In questa precarietà esistenziale, però, si apre una breccia che sembra liberare dalle catene dell’immobilismo le persone che intervengono. Questa precarietà, infatti, raccontata da alcuni partecipanti del focus group, viene percepita come una «libertà maggiore, che è desiderabile nel momento in cui consente di andare via dal paese». Il sentimento di precarietà, soprattutto connesso al cambiamento climatico, infatti, sembra aprire alla possibilità di muoversi, andarsene, trasferirsi. Come se in un territorio in cui – almeno sulla carta – sembri non mancare nulla, non ci fosse mai davvero la spinta per andarsene, cambiare e trasformarsi.  In una «claustrofobia sociale», quello che viene aperta è la possibilità dell’altrove. 

 

Ivrea: la nostalgia come forma di precarietà

A cinquanta chilometri di distanza, Ivrea racconta un’altra storia. Qui la precarietà ha il sapore della nostalgia, del potenziale inespresso, di un futuro che sembra aver tradito il passato. È per questo che, durante il focus group, una partecipante denuncia «un diffuso sentimento di mancato rispetto del valore che l’eredità olivettiana rappresenta per la città».

La città che è stata simbolo dell’innovazione italiana con Olivetti oggi conta 6.568 residenti in meno rispetto a dieci anni fa – il 28% della popolazione attuale – con un esodo che ha colpito soprattutto le persone tra i 20 e i 50 anni.

«Ivrea viene descritta come una città in cui quasi tutta l’offerta culturale è rivolta alla popolazione anziana», dice un partecipante al focus group. È una precarietà del riconoscimento, quella che emerge dalle sue parole, che fanno eco a quelle degli altri: la sensazione di essere invisibili in una città che ha le potenzialità per essere viva ma sceglie l’inerzia.

La dismissione industriale degli ultimi anni – con la chiusura di Telis, OliIt, Omnia, Phonemedia, Wirelab e Agile – ha lasciato ferite profonde nel tessuto occupazionale. Ma per i giovani il problema non è tanto la mancanza di lavoro quanto la sua qualità: «anche con un lavoro stabile la sensazione di precarietà può essere causata dall’insoddisfazione per il proprio lavoro e quindi dall’impressione di star sprecando il proprio tempo». 

Due ventenni partecipanti al focus group vivono la frustrazione di studi universitari che sembrano scollegati dal mercato del lavoro locale. «Per molte delle persone presenti appena uscite da un percorso universitario, il proprio senso di precarietà è imputabile anche all’insoddisfazione per degli studi fatti che hanno poca attinenza con il mercato del lavoro».

Ma è la dimensione simbolica a rendere unica la precarietà eporediese. Le ex strutture Olivetti, «luoghi importanti per la città che potrebbero ospitare moltissime attività e punti d’incontro», sono invece «spazi trascurati e poco sfruttati per disinteresse e incapacità di programmazione». È come se la città avesse perso la capacità di immaginare il proprio futuro, intrappolata in una nostalgia che paralizza invece di ispirare.

In questo contesto, la precarietà assume anche una dimensione sociale specifica. «Nel contesto di una media città in cui ci si conosce quasi tutti e c’è tutto sommato un buon tenore di vita, non raggiungere delle condizioni stabili di lavoro e quindi non sentirsi realizzati è umiliante perché si vive sempre il confronto con i propri coetanei». L’effetto piccola città amplifica il senso di fallimento personale, trasformando la precarietà lavorativa in stigma sociale.

Eppure, anche qui emerge una consapevolezza: Ivrea «avrebbe il potenziale e la popolazione sufficiente per essere più attiva», ma è bloccata da «una generale chiusura e diffidenza che impedisce l’aggregazione». È una precarietà che nasce dall’interno, dall’incapacità di attivare le risorse disponibili.

Milano: quando il successo genera precarietà

Milano rappresenta il paradosso del Nord-Ovest: la città del successo che genera le sue forme specifiche di precarietà. Con un tasso di entrate lavorative del 24,3% ogni 100 abitanti – superiore alla media lombarda (17,1%) e nazionale (14,7%) – è oggi la città più produttiva d’Italia e quindi sulla carta la città delle opportunità. Invece, per i partecipanti al focus group, tutti tra i 22 e i 33 anni, «la precarietà è una condizione negativa in cui ci sentiamo immersi in quasi tutti gli aspetti della propria vita».

Il paradosso milanese ha il volto di una vita quotidiana economicamente insostenibile. Con un costo mensile stimato di 1.175 euro per un giovane lavoratore – superiore del 37% rispetto alle altre grandi città italiane – e stipendi medi di 7,73 euro l’ora per i lavoratori under 30 a basso reddito, l’equazione non torna. Il risultato è che il 20% dei profili junior rifiuta offerte di lavoro a Milano, anche con smart working garantito. Questo perché nonostante la produttività della città, le offerte di lavoro per gli Under 30 non sono alti abbastanza da garantire una qualità della vita accettabile. 

«Solo il 17% dei rispondenti riesce a risparmiare almeno 200 euro al mese, mentre il 62% spende più di quanto guadagna», rivela un’analisi di Adesso!. È una precarietà che colpisce anche chi ha lavori apparentemente stabili, creando quella durante il focus group si definisce una «solidarietà diffusa» tra chi vive condizioni simili.

Ma Milano aggiunge alla precarietà economica quella esistenziale. «Uno dei più grandi motivi di sofferenza e frustrazione è dovuto al fatto che il carattere transitorio dei luoghi, delle relazioni e delle attività che costituiscono la vita delle persone presenti disincentiva a curare questi ambiti e investirci». È la città dei rapporti volatili, dove «la relazionalità, così come in parte il lavoro, oscilla su cicli di soddisfazione e insoddisfazione che si alternano in modo estremamente rapido».

Due partecipanti raccontano di ambienti di lavoro che «esercitano una particolare pressione performativa e prestazionale» che mina l’autostima anche di chi ha percorsi solidi alle spalle. «La paura è quella di non essere abbastanza e non riuscire a mantenere un lavoro con un buono status in un ambiente competitivo come quello di Milano».

Questa pressione genera una contraddizione tutta milanese: «A Milano continua a essere molto importante l’ostentazione della propria carriera, questo atteggiamento però fa sempre più attrito con le condizioni di lavoro in netto peggioramento in città portando le persone a sentirsi ancora più insoddisfatte e messe nella posizione di dover mentire a se stesse e alle altre».

La conseguenza è viene descritta come impossibilità di sviluppare il proprio saper fare: «la programmazione a breve termine a cui costringe la precarietà impedisce di sviluppare il proprio saper fare. Non ci si riesce a prendere cura delle proprie capacità e di ciò che, se sviluppato, potrebbe costituire il proprio centro identitario».

Milano per gli Under 30 oggi sembra apparire come il grande sogno infranto della metropoli: comunicata e venduta come la città della realizzazione lavorativa e vissuta con sforzi che non pagano la qualità di vita che viene esperita. 

Tre Nord, una precarietà

Attraversando Chatillon, Ivrea e Milano emerge un quadro complesso della precarietà giovanile nel Nord-Ovest. Non è solo questione di lavoro – anzi, questa macro regione ha i tassi occupazionali più alti in Italia – ma di sostenibilità esistenziale. Che vita viene condotta con gli stipendi che si hanno? Ogni territorio declina la precarietà secondo le proprie specificità: l’isolamento relazionale in montagna, la nostalgia paralizzante nella media città post-industriale, l’insostenibilità economica nella metropoli.

Ciò che accomuna queste tre realtà è la sensazione di vivere in territori che non sono progettati per le persone più giovani, territori dove la fascia Under 30 è costretta ad arrancare o a essere semplicemente dimenticata. A Chatillon mancano spazi di aggregazione e trasporti; a Ivrea l’offerta culturale ignora le nuove generazioni; a Milano i costi escludono chi non ha redditi elevati. È una precarietà sistemica che attraversa le geografie del Nord-Ovest, assumendo volti diversi ma conservando la stessa sostanza: la difficoltà di costruire un futuro stabile e riconoscibile.

Il Nord-Ovest, motore economico del Paese, rivela così il suo paradosso: produce ricchezza ma fatica a garantire benessere alle sue giovani generazioni. La precarietà che ne emerge non è solo economica ma esistenziale, relazionale, ambientale. È la precarietà di chi vive in territori che corrono a velocità diverse, dove il successo economico non si traduce automaticamente in qualità della vita.

La sfida per il futuro del Nord-Ovest non è solo creare lavoro, ma ripensare i territori perché diventino davvero abitabili per chi li deve abitare nei prossimi decenni. Altrimenti, il rischio è che il motore economico del Paese si ritrovi senza carburante umano per continuare a funzionare.

di Sara Paolella (Sara Paolella)

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