Lavori in corso: La Perla

Puoi trovare questo nucleo nel numero 73 a pagina 33 del giornale.

Se c'è un inizio c'è un inizio della storia

 

In molte città italiane, piccole o grandi che siano, le nuove generazioni camminano tra strade rumorose ed edifici silenziosi, alla ricerca di spazi dove il tempo possa rallentare e dove generazioni diverse possano incontrarsi. Sale chiuse, biblioteche piccole, cortili e palestre poco accessibili: crescere, incontrarsi, creare comunità diventa una sfida quotidiana. In media solo 11 ragazzi ogni 1.000 Under 18 hanno accesso a luoghi di aggregazione, con differenze nette: appena 2,4 al Sud e 26,4 nel Nord-Est. Il fatto che gli Under 30 guadagnino tra il 25% e il 36% in meno rispetto agli Over 30 rende ancora più difficile varcare le porte della cultura, della musica, del teatro o dello sport. Questa spaccatura si avverte ed emerge in modo particolare nelle aree interne o in provincia.
A Empoli vivono quasi ottomila persone tra i 15 e i 29 anni. Dai risultati di un questionario condiviso da Scomodo a Empoli nel 2024, a cui hanno risposto 538 Under 30 di Empoli e dintorni, l’83% ha dichiarato di aver valutato l’opzione di partire dalla propria città di origine e oltre il 50% ha indicato la mancanza di stimoli culturali e politici come un fattore che spinge loro ad andarsene, seguito in percentuali più basse da ragioni economiche e da motivi di studio. Se vogliamo lavorare sul diritto a restare delle nuove generazioni, dobbiamo creare città che siano in grado di essere attrattive anche per la propria vita culturale, sociale e relazionale. 

I dati sulla mancanza di spazi  rivelano una trasformazione più profonda: la progressiva scomparsa dei cosiddetti spazi terzi, quei luoghi informali che, secondo la letteratura sociologica, permettono alle comunità di riconoscersi, costruire fiducia, mescolare età e storie diverse. Mentre altri Paesi europei hanno investito in infrastrutture culturali e sociali diffuse, l’Italia ha lasciato molte città prive di punti di riferimento in cui tessere queste relazioni per le nuove generazioni. In questo contesto, la presenza o l’assenza di uno spazio terzo può cambiare la qualità della vita civica e la possibilità stessa di costruire legami.

È qui che La Perla di Empoli si colloca in un nodo centrale per la creazione di una vita comune per le nuove generazioni. Non è un semplice edificio, ma uno spazio vivo dalla storia secolare che risponde a un bisogno antico, ma sempre attuale. Teatro, cinema, accademia: nomi diversi per un’unica energia che unisce arte, storia e vita civica. Il racconto delle sue metamorfosi non deve restare confinato alle mura empolesi: La Perla può essere osservata come modello capace di ispirare altre città italiane nella creazione di comunità e nella valorizzazione di spazi inutilizzati. 

Raccontarla significa sfogliare locandine ingiallite e fotografie consumate dal tempo, ascoltare le voci di chi l’ha vissuta fin dagli incerti inizi, sentire il brusio della platea, il sipario che si alza: collocarla nel tempo e nello spazio. Come comunità di Scomodo a Empoli, aprire uno spazio mentre ci stiamo ancora lavorando significa ascoltare le voci di nuove collettività che abitano la città e, attraverso una progettualità che parte dal basso e che costruisce insieme passo per passo, permettere alle comunità della città di riconoscersi e vivere insieme. La potenzialità della Perla sta qui: essere uno spazio generazionale e intergenerazionale capace di trasformarsi senza mai smettere di appartenere a Empoli e a chi la attraversa. Mostra come la cultura possa creare legami, rigenerare luoghi e immaginare nuovi futuri, partendo da una realtà locale ma con potenziale respiro nazionale.

Il pezzo che segue attraversa la storia della Perla — dal Seicento a oggi — per raccontare non solo l’evoluzione di un edificio, ma anche il valore sociale e simbolico di uno spazio che continua ad evolversi, generando comunità, identità e partecipazione in una città di provincia come quella di Empoli.

ATTO I

Senza spazi per vivere. O subito o mai più

Questa storia inizia 335 anni fa. Empoli continuava a essere soggiogata da Firenze, nonostante la dinastia medicea fosse prossima all’estinzione. In questo mortificante stato di sudditanza sfigurava di fronte agli altri centri minori della Toscana. La cinta muraria, rinforzata nel Cinquecento, l’aveva convertita in una sorta di cittadella militare. Le mura l’avevano difesa da minacce forestiere ma, allo stesso tempo, le avevano imposto una forzata clausura, diametralmente opposta rispetto alla vocazione mercantile e fluviale delle sue origini. Fu proprio in quel contesto, a pochi passi dal cuore della città, dove le strade erano ancora di terra battuta e il cigolare dei carretti si intrecciava al lento zoccolio dei cavalli, che due fratellastri di una ricca famiglia empolese sentirono la necessità di rimediare a questo intollerabile isolamento. Lo fecero attraverso un ambizioso atto di autodeterminazione. 

Si chiamavano Pietro e Ippolito Neri. Del primo resta poco o nulla di considerevole negli obliosi resoconti del tempo, mentre del secondo, dottore e poeta, le cronache tramandano il nervoso temperamento, che spesso sfociava in sanguinosi duelli, e le modeste opere letterarie, orientate verso il gusto della Firenze di Cosimo III. 

Entrambi i fratelli Neri amavano la letteratura e il teatro e desideravano un luogo, a Empoli, dove dar sfogo alle proprie passioni e accogliere i concittadini a loro affini. Fu così che, proprio in quel periodo animato da una febbre edilizia, si originò il primo teatro empolese, frutto della tanto semplice quanto efficace pulsione della necessità. Tuttavia, il termine teatro avrebbe potuto apparire piuttosto lusinghiero. Il Teatro dei fratelli Neri era uno “stallone” (così loro stessi lo definivano) attiguo al palazzo di famiglia, niente di più di uno spazioso ambiente adibito a stanza delle commedie con annesso casinò da gioco. Delle opere teatrali e dei drammi musicali di Neri lì rappresentati non è rimasta una singola sillaba. Sono sopravvissute invece le norme dell’Accademia sorta in seno a quel primitivo teatro. Fu scelto il nome Accademia degli Impazienti, perfettamente in linea con i bizzarri battesimi delle altre Accademie del tempo (gli Umidi, gli Infuocati, gli Intronati…) e con lo spirito smanioso dei fondatori. Gli Impazienti avevano come stemma un cervo inseguito da un cane e come motto la massima latina aut cito aut numquam “o subito o mai più”.

Nonostante al principio vi fossero rappresentate opere dei commediografi locali e sulle scene figurassero attori improvvisati, esservi ammessi era un privilegio mondano non da poco: bisognava sborsare ingenti cifre per assicurarsi uno dei palchetti. Erano banditi coloro che svolgevano mestieri manuali e, naturalmente, le donne. Insomma, si trattava di un ritrovo esclusivo per gli uomini dell’aristocrazia locale, i quali, oltre a godersi i melodrammi, giocavano nelle stanze attigue a carte e a biliardo. Fu certamente il senso di insoddisfazione degli esclusi che portò alla postilla settecentesca di Accademia dei Gelosi Impazienti: a quanto pare, alcuni dei non-ammessi erano riusciti ad intrufolarsi nella prestigiosa associazione, la quale riuscì a resistere, tra mille tribolazioni, fino al secondo dopoguerra, quando infine fu sciolta. D’altronde, Ippolito Neri nel frattempo era morto, e il fratello – ormai vecchio e privo dell’entusiasmo gemellare – si era risolto a vendere il teatro. Fu la prima mutazione del suo camaleontico destino.

La vendita inaugurò una nuova era. I neoaccademici sentirono il bisogno di ampliare la sala, così si rivolsero all’architetto neoclassico Luigi de Cambray Digny, che lo riqualificò nel 1818 nell’altisonante Imperiale e Regio Teatro dell’Accademia dei Gelosi Impazienti. Con l’ammodernamento arrivarono sedie imbottite, lampade a gas e scenografie più ricche, e il teatro divenne specchio di una città che cresceva e imparava a riconoscersi nella propria intraprendenza, troppo a lungo sopita. Nel 1894 il teatro venne ristrutturato e prese il nome di Regio e Imperiale Teatro Tommaso Salvini in onore dell’attore che vi recitò nel giorno dell’inaugurazione.

 

Mai più?

Nel corso dei primi anni del Novecento, il teatro e l’Accademia continuarono a vivere una vivace attività culturale, ma a partire dagli anni Venti la situazione cambiò radicalmente a causa dell’avvento del fascismo. Nel 1921 nacque il primo Fascio a Empoli – al quale si iscrissero esponenti di spicco dell’imprenditoria locale, artigiani, commercianti, impiegati, studenti – e nel 1923 il Partito Nazionale Fascista richiese in affitto alcune stanze del teatro per insediarvi la propria sede. L’Accademia tentò di opporsi, ma la resistenza si rivelò blanda e fu rapidamente neutralizzata. La decisione definitiva fu presa nell’assemblea del febbraio 1924: le stanze furono affittate al Fascio a un canone irrisorio, meramente simbolico. Fu un’usurpazione de facto. Lo stesso anno fu votata nel consiglio comunale, e unanimemente approvata, la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini. Nelle stanze dell’Accademia dei Gelosi Impazienti, un tempo dedite all’innocuo sollazzo degli intellettuali, vennero così predisposte le prime operazioni di repressione del dissenso empolese. 

La devastazione dello studio dell’avvocato Chianini ad opera di una squadraccia portò alla sua rinuncia dall’incarico di Console dell’Accademia, mentre il teatro subì profonde trasformazioni strutturali per adeguarsi ai progetti urbanistici voluti dal sindaco Vitruvio Cinelli, poi Podestà. L’Accademia, ormai priva del controllo diretto dei locali, sopravviveva ridotta al ruolo di istituzione proprietaria, distante dallo spessore culturale dei secoli passati. L’aggiunta del balcone destinato ai discorsi propagandistici coincise con lo sventramento urbanistico del ghetto ebraico, creando così l’isolato dell’odierna piazza del Popolo (l’allora Piazza del Littorio). Nell’esproprio furono anche rase al suolo le case della famiglia Neri. Il progetto dell’ingegnere Aldo Mari del 1932 destinò gran parte dell’edificio al Fascio, mentre il teatro stesso fu dato in gestione alla ditta Cecchi & Chambry come cinematografo. La Casa del Fascio fu inaugurata con l’apertura delle porte per mano dei Balilla di Empoli e da un’arringa sbraitata dal balcone. Gli articoli del tempo tratteggiano gli empolesi inneggianti al potere con tonanti alalà, ma è probabile che si tratti delle consuete enfasi dell’ingannevole propaganda di regime.

Ulteriori ristrutturazioni aggravarono la situazione economica del Teatro, e un tentativo di vendita dell’immobile non andò a buon fine per l’impossibilità del Fascio Locale di raccogliere la somma. Nel frattempo, l’Italia dichiarò l’inizio di una nuova avventura bellica: la notizia fu appresa dagli empolesi grazie a un gracchiante apparecchio, posto proprio sul balcone, che riproduceva la viva voce del Duce. Sul Palazzo del Littorio troneggiava inquietantemente il motto marziale “camminare costruire combattere e vincere”. Bombastiche menzogne: la guerra peggiorò ulteriormente la situazione, Mussolini venne destituito e il Partito Fascista si dissolse. L’Accademia dovette provvedere alla rimozione dei fasci littori e delle scritte propagandistiche, ripristinando facciate e vani interni. Ma con l’avvento della Repubblica Sociale Italiana, dopo l’8 settembre 1943, le camicie nere occuparono nuovamente l’edificio, pronte al riscatto repubblichino.

Il 24 luglio 1944 segnò la fine del Teatro Salvini. I genieri della terza Panzer Grenadier fecero esplodere il campanile di Santo Stefano degli Agostiniani. Lo minarono perché era stato utilizzato come torre di avvistamento. Secondo alcune fonti, il crollo della torre campanaria distrusse quasi interamente il teatro. Secondo altre, fatta eccezione per l’entrata e la cabina di proiezione, il teatro ne uscì completamente illeso. Nino Bini, profondo conoscitore e studioso della storia empolese, ricorda in uno dei suoi rigorosi volumi come, terminati i bombardamenti, scherzò sul palcoscenico con il ragioniere Vincenzo Chambry (uno dei proprietari del cinema), indossando alcuni costumi che erano stati lì abbandonati da chissà quale compagnia. Un esorcismo beneaugurante per scacciare il terrore appena trascorso.

Negli anni Cinquanta il teatro rinacque come La Perla. Faceva parte di un nutrito novero di sale cinematografiche, tra le quali rientravano il Roma, l’Excelsior Giardino, il Centrale, il Vittoria, il Cristallo, l’Excelsior e l’Elios. Di tutti questi cinema oggi resiste solo l’Excelsior. La Perla, però, ha rappresentato per più di mezzo secolo un altro punto stabile dell’intrattenimento empolese, grazie a proiezioni ed eventi culturali. Radice inestirpabile di tre secoli di vicende, continua a sopravvivere come un organismo che muta la propria forma per trascendere i limiti del tempo.

Negli anni Cinquanta il teatro rinacque come La Perla. Faceva parte di un nutrito novero di sale cinematografiche, tra le quali rientravano il Roma, l’Excelsior Giardino, il Centrale, il Vittoria, il Cristallo, l’Excelsior e l’Elios.

ATTO II

Perle personali. I personaggi di questa storia

Sarà romantico e in parte pretestuoso, ma è impossibile non cedere alla metafora della pregiata concrezione che dà il nome al cinema: la perla.

Sarà romantico e in parte pretestuoso, ma è impossibile non cedere alla metafora della pregiata concrezione che dà il nome al cinema: la perla. Una sedimentazione che si trasforma in seguito alla sovrapposizione di strati di madreperla attorno a un elemento estraneo penetrato nel guscio di un mollusco. È solo attraverso questi elementi esterni, e con il continuo dialogo con l’interno che, metaforicamente e non, si crea la perla. Allo stesso modo i fotogrammi, le visioni, i vissuti e i ricordi delle persone che hanno attraversato lo spazio costituiscono il materiale esterno – ma in realtà molto interno – che ha fatto in modo che oggi La Perla sia La Perla

Nel format Lavori in corso, che abbiamo formalizzato e che portiamo avanti negli spazi che generiamo, una parte fondamentale è dedicata al continuo dialogo con le persone che hanno vissuto La Perla e che la vogliono vivere ancora oggi.

Le testimonianze più vetuste risalgono ai primi anni di apertura del cinema. «Noi ragazzi della generazione post-bellica», ci racconta Franco di 80 anni, «la domenica pomeriggio in bicicletta partivamo dal contado per arrivare a Empoli. Lasciate le due ruote al posteggio del Lombardi poi dal tabaccaio a comperare cinque sigarette Giubek Filtro e andavamo infine a fumarle tutte, una dietro l’altra, al cinema La Perla, dove proiettavano spesso film western». Poi, dopo essersi lasciato cullare dalla nostalgia, riesuma qualcosa di più abrasivo, appartenente alla fase teatrale del cinema: «Nel 1944 non erano rose e fiori, ma olio di ricino e manganellate. Iori Polissena, anarchico schietto e sognatore, si trovò un giorno nel loggione, e finito il primo atto dell’opera si alzò di scatto e cominciò ad inveire contro il gerarca Bocci, seduto nel palco d’onore. “Che cos’erano quei viaggetti a ufo sul treno slepinghe [wagon-lit] da Roma a Napoli? Chi ha puppato la mocca al popolo italiano in combutta con le banche?”… E noi si butta giú le panche!”; ci fu da parte del pubblico un fuggi-fuggi precipitoso». Roberto, suo coetaneo, aggiunge che «il Teatro Salvini sarebbe stato anche recuperabile, però nel Dopoguerra non c’era la sensibilità dell’arte, ma la necessità di fare servizi di pubblica utilità: dovevano fare alla svelta un cinema attivo. Io ci venivo alla fine degli anni ‘50 per vedere i film di Claudia Cardinale. I cinema empolesi erano pienissimi, fumosi, pieni di noccioline. Quello che le vendeva, dopo un film lungo, aveva i gusci intorno alle caviglie». Adriano, classe ‘34, ci dona un altro inestimabile ricordo: «il più vecchio ricordo di questo cinema? Quando era distrutto. Parecchie persone venivano a prendere la legna e i mattoni per ricostruire le case. La miseria era nera. Ricordo che da bambino mi mandarono a fare l’imbianchino, dopo la guerra: le scritte fasciste sul Palazzo Littorio le ho cancellate io».

 

La generazione nata tra il 1965 e il 1980 riporta esperienze che trascendono la natura cinematografica del luogo. Una utente anonima di 38 anni – che ha lasciato la sua testimonianza in un form che abbiamo creato per fare in modo che le persone della città potessero integrare i propri desideri per la creazione dello spazio e raccontarci le loro esperienze all’interno dello spazio – descrive la presentazione del libro di Piero Angela A cosa serve la politica?: «Non c’è tempo da perdere, devo finire il turno per arrivare puntuale al Caffè Letterario, alla presentazione del suo ultimo libro, al Cinema La Perla. Seduto ad un pianoforte ci donerà anche qualche brano jazz. Grazie per avermi donato un ricordo, un sorriso e un sabato sera di Quark con lo stupore di una bambina che ha ancora fame di conoscenza» e poi aggiunge altri dettagli relativi alla vita del cinema in quegli anni, fatta di proiezioni, presentazioni, spettacoli teatrali, assemblee studentesche: «E La Perla ad ospitare matinée di cinedibattiti dopo la proiezione di film che in pochi restavano a guardare. Chi pomiciava nel buio della sala, chi se ne andava ancor prima che iniziasse, chi dormiva e chi restava». Marco, di 35 anni, ricorda di averci visto il primo TED Talk Empoli, mentre Francesco,  di 47, ricorda invece le assemblee studentesche degli anni ‘90, l’incontro con Gino Strada al quale venne conferita la cittadinanza onoraria, il concerto di Bobo Rondelli: insomma, la vita a La Perla.

 

Un’altra persona anonima racconta come  «Il cinema La Perla rappresenta uno dei ricordi più belli della mia infanzia. Mia madre mi portava spesso lì. E quando mi ritrovavo in fila al bagarino per il biglietto, ricordo, ero contento, perché io, da bimbo, lo vedevo e lo percepivo come uno spazio immensamente grande. Era sempre pieno. A volte, è capitato di non trovare posto a sedere, e siccome mia madre in piedi tutto il tempo non ci voleva stare, mi portava via dicendo: “si va a quell’altro”, che era l’Excelsior, che a me non piaceva, perché a me piaceva La Perla, perché era grande e aveva il piano di sopra, l’unico ad averlo, e dove volevo sempre andare, anche se a mia madre scocciava, perché ci fumavano all’epoca. Oggi, grazie a chi vuole fare la differenza, sono potuto tornare dove credevo non sarei più tornato. E quindi dico grazie ai ragazzi e ragazze di Scomodo per avermi riportato, con la mente e con il cuore, a un mondo che non c’è più, e che da oggi, rinasce per un nuovo inizio». 

 

La Perla, almeno fino a quando è stata chiusa, anche per la nostra generazione è stata un luogo di incontro e di ricordi. Alcuni  membri della comunità raccontano come ricordano di «Aver visto a La Perla Avatar, il mio primo film in 3D. Eravamo nel palchetto sopraelevato, tutti intenti a mettere e togliere gli occhialini. Fu la prima volta che andai al cinema da solo, con gli amici ma senza i genitori. Questo luogo ha avuto una delle mie “prime volte”» e un’altra relativa alla significatività del luogo: «Da piccola ho visto diversi film e spettacoli teatrali per bambini, era bello perché era un luogo che mi permetteva di passare il tempo con la mia famiglia. Poi il cinema ha chiuso. Passare davanti a quell’edificio abbandonato in pieno centro metteva tristezza».

 

Due risposte infine riguardano il periodo poco prima della chiusura. Lucrezia, di 38 anni, ricorda che «durante una delle sue ultime programmazioni diedero The Revenant, il film con Di Caprio disperso in mezzo ad un desolato e gelido bosco. La cosa divertente fu che, data la vecchia struttura del cinema, c’erano un sacco di correnti d’aria fredde che entravano. Ricordo benissimo un vento freddo che mi batteva sulle caviglie e sembrava quasi fosse un effetto scenico per portarti ancora più dentro al film», mentre unx ragazzx di 16 anni descrive un altro uso ancora che veniva fatto della Perla: «Anni fa facevo parte dell’orchestra dei bambini del CAM come pianista. Mi ricordo la sera in cui abbiamo suonato lì. Mi sembrava uno spazio immenso, mi sentivo quasi in suggestione a suonare davanti a così tante persone, sedute sulle tribune che occupavano tutto lo spazio davanti al palco e anche in alto. Era un posto importante, e noi bambini eravamo i protagonisti. Una volta chiuso, per anni ho visto il cinema abbandonato a se stesso, l’insegna a ornare quella che una volta era stata l’entrata di quel concerto. Ogni volta che ci passavo davanti percepivo ciò che aveva perso quel luogo: un’anima».

 

Da riti a ricordi

La Perla ha cambiato abito e funzione sociale innumerevoli volte, eppure ha sempre mantenuto una linea concreta, tangibile, per chi l’ha vissuta: insomma, quello di Via dei Neri non è mai stato “solo un cinema” (o teatro, a seconda dell’offerta). A partire dalla sua centralità, sia metaforica che geografica, per quanto riguarda il centro storico di Empoli: il punto di forza de La Perla come luogo di produzione e fruizione culturale ha sempre risieduto nella sua polivalenza, essendo attraversato fondamentalmente dalle demografiche più disparate: una rappresentazione teatrale permette di stringere l’occhio anche a un pubblico più anziano, mentre la proiezione di un film tende a riunire i più giovani. E ancora, diverse scuole empolesi vi si appoggiavano per indire le proprie assemblee studentesche, trasformando in toto lo spazio a sedere in un tripudio di ragazzi, di colori, ma soprattutto di idee.

 

La nuova configurazione della Perla, in egual modo, non sarà inscatolabile tra le mura di una definizione unica e univoca. L’idea è che non sarà più “solo qualcosa”, ma una tela bianca, che conosce di essere un momento di una storia nata molto tempo fa, dove qualsiasi avventore può lasciare la propria impronta personale. Che sia un cinema, un teatro o un luogo ricreativo: La Perla punta nuovamente a rimanere nella memoria di chi la attraversa, cosa che sarebbe stata impossibile se lasciata abbandonata a sé stessa.

 

ATTO III

Storia contemporanea. Quale presente sta vivendo la Perla

 

Se nei secoli La Perla ha cambiato nome, forma e funzione, lo ha fatto senza mai smettere di rispondere a un bisogno collettivo. Ripercorrerne la storia significa attraversare un pezzo importante della memoria collettiva di Empoli: un luogo che ha accompagnato generazioni di persone, di chi qui è nato e cresciuto e di chi è arrivato più tardi, trovando in quello spazio un riferimento culturale e sociale. Oggi quel bisogno si presenta in una forma diversa, ma altrettanto urgente: la mancanza di spazi accessibili in cui incontrarsi, partecipare e costruire legami, soprattutto per le nuove generazioni.

 

Dopo la vittoria da parte delle comunità di Scomodo di Empoli del bando del Comune per la gestione dell’ex cinema La Perla per i prossimi cinque anni, si è schiusa una nuova fase. A partire da ottobre 2025 sono iniziati gli interventi di riqualificazione sociale dello spazio e il 6 novembre La Perla ha spalancato le sue porte alla città con Lavori in Corso, una inaugurazione concepita come l’apertura di un cantiere sociale. Una riapertura volutamente non definitiva, dichiaratamente in trasformazione. Fin da subito, il foyer inferiore e superiore sono stati resi accessibili alla cittadinanza, dando il via a un percorso di riqualificazione sociale, artistica e culturale. Persone, associazioni, artisti e realtà del territorio sono state invitate a prenderne parte attivamente.

 

Da quel giorno La Perla si è trasformata in un laboratorio civico, ospitando workshop, talk pubblici, mostre, serate musicali e incontri di coprogettazione. L’obiettivo è stato sempre quello di favorire l’accesso alla produzione culturale e restituire centralità al fare insieme. Questa visione ha preso forma attraverso un calendario di iniziative inserite all’interno del programma bimestrale di Lavori in corso, costruito attorno a alcuni pilastri fondamentali: qualità artistica, accessibilità culturale e centralità della dimensione comunitaria.

L’offerta socio-culturale si è sviluppata in modo continuativo, accompagnando gli orari di apertura dello spazio e dando vita a una programmazione quotidiana e diversificata.

Al centro di questo primo periodo di attività c’è stato anche un percorso strutturato di coprogettazione con la cittadinanza attiva. Costruiamolo insieme ha coinvolto centinaia di cittadini, associazioni e collettivi del territorio, aprendo spazi di confronto su sei macro-temi: sostenibilità ambientale, salute mentale, arte e scrittura, musica e cinema, rapporti intergenerazionali, rapporti di vicinato. Ogni incontro è stato pensato come uno spazio di ascolto e restituzione, articolato attraverso momenti di conoscenza reciproca, analisi partecipata ed elaborazione condivisa di proposte, differenziate per orizzonte temporale. Un lavoro paziente e collettivo che ha messo in luce un elemento ricorrente: la necessità di costruire insieme spazi di espressione. In un territorio cittadino e nazionale in cui gli spazi dove incontrarsi si svuotano e chiudono, è una responsabilità politica ricostruire uno spazio fisico in cui stare insieme. 

 

Oggi che la saracinesca de La Perla viene tirata su tutte le mattine da persone che hanno dai 20 ai 25 anni, è necessario interrogarci rispetto a quale realtà vogliamo costruire e dobbiamo pretendere. Uno spazio che, dopo secoli di trasformazioni, dimostra ancora una volta la sua mirabile qualità: adattarsi al tempo presente. La sua riattivazione non è un’operazione episodica, ma un processo aperto che continua a generare nuove possibilità di incontro, azione e immaginazione collettiva.

 

Come recita lo striscione che campeggia nel foyer: “Immagina costruire qualcosa di grande insieme“. Perché se una Perla è per sempre, allora oggi tocca a noi.








Nucleo a cura di Omar Privitera

Con i contributi di

Omar Privitera, Aurora Liberata Pia Castaldi, Damiano Nifosì,
Marta De Zolt

Hanno collaborato

Con il supporto di

Agnese Del Colombo, Flavia Pelliccia, Laura Cerofolini

🔹 Chi siamo

Questa attività è organizzata da Fondazione Poetica, sotto la guida del prof. Mauro Magatti dell’Università Cattolica di Milano, per Unhate Foundation e ha finalità esclusivamente di ricerca sociale.

🎯 Finalità della raccolta

Vogliamo ascoltare le opinioni dei giovani sui temi della ricerca, garantendo il rispetto della tua privacy.

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Per domande o informazioni scrivi a Dario Pizzul, referente della ricerca a questo indirizzo: pizzul.dario@gmail.com