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La nuova promessa della letteratura anglo-americana contemporanea: Nana Kwame Adjei-Brenyah

Martina Testa, editor e traduttrice letteraria, ha portato in Italia le opere di Nana Kwame Adjei-Brenyah. Scomodo ha dialogato con lei sull’uscita di Catene di gloria, il mestiere dell’editor e il campo della traduzione letteraria.

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La copertina del libro è inconfondibile: una donna con un’ascia in mano e lo sguardo fiero; colori vivaci e caratteri che fanno pensare alla copertina di un comic book. Aprendolo salta subito all’occhio la citazione di Kendrick Lamar “I hope the Universe love you today”. 

Catene di gloria (titolo originale Chain-gang all-stars) è il primo romanzo di Nana Kwame Adjei Brenyah, scrittore afroamericano nominato tra i “5 Under 35” dalla National Book Foundation nel 2018. Il romanzo è edito in Italia da SUR ed è uscito nelle nostre librerie lo scorso 10 novembre. 

 

Scomodo ha intervistato Martina Testa, che ha scoperto e tradotto in italiano le opere dell’autore. 

Per lei è stata una scommessa fin dall’inizio: l’opera prima dell’autore è infatti una raccolta di racconti, Friday Black, che negli Stati Uniti è un best seller, vincitore di diversi premi. «Scegliere di pubblicare racconti è sempre una sfida, ma in questa c’era qualcosa di diverso», spiega Martina Testa. «Adjei-Brenyah racconta gli eccessi dell’America contemporanea iper consumista e iper capitalista, intrisa di razzismo e sessismo, e lo fa trasportando questa visione sulla pagina con delle tinte che vanno dall’horror al fantastico». 

Quando ha letto per la prima volta il manoscritto in inglese del romanzo Catene di gloria Martina Testa ha notato lo stesso talento promettente dei racconti e non ci ha pensato due volte: ha fatto un’offerta per acquisire i diritti di traduzione italiani, e la trattativa per la casa editrice SUR è andata a buon fine. 

 

In Catene di gloria Nana Kwame Adjei-Brenyah coniuga l’elemento della denuncia sociale alla cultura odierna dell‘entertainment, creando un universo distopico in cui i detenuti e le detenute delle carceri americane si sfidano in duelli mortali, dove a sopravvivere è solo una persona. 

I combattimenti avvengono sotto gli occhi di un pubblico che fa il tifo dagli spalti, come si faceva con i giochi dei gladiatori nell’antica Roma, con l’aggiunta della tecnologia moderna. Qui la modalità di visione è infatti doppia: ad assistere ai duelli ci sono anche milioni di persone a casa che guardano in diretta streaming. 

Fuori dall’arena, nei momenti di vita quotidiana in carcere, i combattenti e le combattenti sono obbligati a indossare “bracciali silenziatori”, che danno fortissime scosse elettriche se si prova a parlare, forzando chi li indossa al silenzio costante. 

Già da questo dettaglio appare chiara la metafora: ai detenuti viene negata la parola così da impedirgli di raccontare le atrocità che subiscono ogni giorno e sono simbolo di un silenzio che aleggia da sempre intorno alla comunità afroamericana negli Stati Uniti. 

«Questo romanzo è figlio del post-modernismo ed è portatore di una riflessione ereditata dalla protesta del movimento Black Lives Matter, nata a seguito dell’uccisione di George Floyd da parte di un agente della polizia americano in Minnesota», spiega Martina Testa. 

L’universo descritto da Adjei-Brenyah sembra essere diventato cieco alla violenza, e per molti versi somiglia al nostro. Costantemente bombardati da informazioni diverse, ci siamo allenati all’insensibilità per poter sopravvivere: diventa normale l’alternanza tra pubblicità e notizie di cronaca nera sui social, tra grandi ricchezze e indescrivibile povertà.

 

Il romanzo, ci costringe a fare i conti con queste differenze, con questo distacco, e porta inevitabilmente il lettore a commuoversi. La posizione politicamente radicale dell’autore non fa fatica a trasparire, ma non viene proposta al lettore come si potrebbe fare in un saggio o in un trattato, piuttosto scivola invisibile ma costante tra le pagine e solo alla fine ci si rende conto di cosa ha lasciato. 

«È un romanzo che non annoia: ci sono colpi di scena, azione, e non mancano le influenze pop. Ma è anche una storia d’amore e libertà. L’ho scelto per questo motivo, è una lettura avvincente con al fondo un’altrettanto potente riflessione sociale e politica», riflette Martina Testa. 

 

L’augurio della casa editrice SUR è che questo libro vada in mano ad un pubblico aperto e curioso, che abbia voglia di interrogarsi sulla società contemporanea, metterla in discussione e criticarne i capisaldi, come fa l’autore. 

Il mestiere del traduttore e dell’editor 

Martina Testa ha intrapreso la strada della traduzione letteraria alla fine del suo percorso universitario, in una fase antecedente all’epoca dei social media. «Ho studiato Lettere Antiche alla fine degli anni novanta; ero convinta di voler fare l’insegnante, poi ho cambiato idea», ci racconta. «Mi sono imbattuta nella traduzione un po’ per caso, come spesso succede. Insieme ad un amico, Christian Raimo, ho conosciuto un gruppo di giovani editor romani che stavano mettendo su una rivista letteraria, in cui volevano pubblicare autori italiani e stranieri. Diventammo amici. Io mi proposi di tradurre un paio di racconti, e andò bene», ci dice. 

Martina Testa è principalmente conosciuta come traduttrice letteraria, oltre che editor. 

«Il primo libro che ho tradotto è stata la raccolta di saggi di David Foster Wallace, che uscì in italiano con il titolo Tennis, TV, trigonometria, tornado, insieme a Christian Raimo. Eravamo fan dell’autore, e avevamo già letto il libro per intero prima di tradurlo». 

Martina Testa spiega come il profilo del traduttore letterario si sia nel tempo professionalizzato. «Se si pensa agli anni sessanta a tradurre erano per lo più le mogli degli editori come Mondadori e Feltrinelli, signore borghesi molto colte, che non avendo necessità di lavorare, quasi come hobby, si dedicavano alla traduzione, soprattutto di letteratura inglese e anglo-americana». Negli anni la voglia da parte dei lettori di leggere autori stranieri in traduzione è aumentata notevolmente, per questo motivo è diventato necessario per le case editrici assumere una figura professionale. Alla fine degli anni novanta per poter lavorare come traduttore letterario bastavano bravura, capacità linguistica in entrambe le lingue (la source language, lingua d’origine, e la target language, lingua d’arrivo) e una certa propensione alla scrittura e alla lettura, oggi la situazione è decisamente diversa. Le università offrono corsi di laurea triennale e magistrale, e sono molte le scuole che erogano corsi privati, anche online, (a volte molto costosi) utili per arricchire il proprio curriculum e migliorare le proprie tecniche. 

«La mia storia come traduttrice ed editor ha avuto inizio grazie all’incontro con una rivista letteraria fondata da giovani, oggi invece ci sono anche corsi di laurea dedicati alla traduzione. Quando, nel 2000, sono entrata in Minimum Fax l’ambiente non era ancora così professionale: non c’era un responsabile marketing, la nostra collocazione nel mercato non era studiata e seguita da nessuno, tutto era nato per passione; in più intorno a noi c’era una società che leggeva, non avevamo la concorrenza dei tanti altri media che ci sono oggi», conclude. 

 

Nana Kwame Adjei-Brenyah sarà a Roma il 9 dicembre per presentare il suo romanzo Catene di gloria a Più libri più liberi (ore 14.30, in sala Sirio). 

di Ludovica Di Sarro (Ludovica Di Sarro)

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