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La narrazione dei femminicidi sui quotidiani italiani è declinata al singolare maschile

A seguito della tragedia di Giulia Tramontano, barbaramente assassinata dal suo compagno, i giornali si sono prodotti in uno show focalizzato sul dolore della famiglia della vittima. La tendenza a indugiare sui particolari e a rimestare nel torbido è ormai una prassi quando si parla di femminicidio, una parola spesso usata a sproposito dalla stampa e svuotata di significato.

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Ad ogni tragedia la narrazione dei femminicidi sui quotidiani italiani si ripete, al singolare maschile: lui è la Bestia, è ossessionato, geloso, annebbiato dal sentimento. Una narrazione rassicurante perché rappresenta l’eccezione, il caso di un ‘mostro’ che ha perso la testa, una storia ‘anomala’. Non è così. É il rifiuto di riconoscere la causa del problema nel sistema patriarcale porta la stampa a favorire una narrazione spettacolarizzante, che riporta il lettore a un più rassicurante concetto di colpa individuale.

Le riflessioni che questi eventi generano possono portare ad articoli come quello scritto da Annalisa Cuzzocrea, vicedirettrice de La Stampa: «Al paese serve un’opera di educazione profonda: dobbiamo insegnare alle ragazze a salvarsi». L’articolo intendeva mettere in guardia le donne dalla violenza maschile ma fin dal titolo – poi modificato in «Uomini che uccidono le donne» – veicolava un messaggio scorretto. «Insegnare alle ragazze a salvarsi» è una frase che sottintende un concetto sbagliato, perché a dover essere rieducate non sono le donne ma gli uomini. “Capire come salvarsi” non spetta alle vittime di violenza. Spetta agli uomini non commettere violenza.

Da Chiara Ugolini «bella e impossibile, alta e bionda» (la Repubblica) fino ad Anna Borsa, uccisa perché l’ex fidanzato «non riusciva a farsene una ragione» (Corriere della Sera).

Se ogni anno centinaia di donne vengono uccise in quanto donne, c’è bisogno di un’opera di rieducazione profonda. Riconoscere il sistema in cui gli uomini crescono, in cui trovano nella donna l’oggetto del possesso, per combatterlo. Per far sì che le donne non debbano essere vittime della narrazione che degli assassini viene fatta, per le foto che rappresentano vittima e carnefice vicini e sorridenti, per le giustificazioni di un delitto che trova la sua unica motivazione in una cultura patriarcale.

L’informazione troppo spesso si limita al racconto emotivo, alla narrazione più morbosa della vicenda. È stato così anche nel caso di Giulia Tramontano. La sorella Chiara su Instagram ha dato voce al bambino mai nato. Si legge sul Corriere: «Con una lettera immaginaria scritta alla mamma Giulia da Thiago, Chiara Tramontano è tornata in una storia instagram a parlare dell’omicidio e delle accuse nei confronti del barman, che includono l’interruzione non consentita di gravidanza». Il Corriere e Il Fatto Quotidiano, tra gli altri, scelgono di riportarne le frasi più toccanti: «Io non ero una gravidanza mammina, ero una persona. Avevo braccia, gambe, testa e cuore». «Lui mi ha ammazzato. Ci ha ammazzati entrambi!». «Quello un mostro è, senza cuore. Ci ha ammazzati, mammina Giulia, senza pietà».

Come sottolineato dalla newsletter domenicale del Post, “Charlie”, la tendenza dell’informazione in Italia è quella di «privilegiare morbose e capillari raffigurazioni degli aspetti più ipotetici e macabri relativi ai protagonisti delle storie: vittime e accusati e chiunque altro. E l’esibita indignazione contro i femminicidi si sta rivelando una scusa buona per legittimare le più voyeuristiche narrazioni della cronaca nera, per permettersi bassezze narrative su cui fino a ieri ci si sarebbe sentiti costretti a qualche moderazione in più». 

Anche Il Foglio commenta affermando che «l’abuso di cronaca nera dovrebbe essere sanzionato, non in tribunale ma nelle coscienze. La cronaca è un dovere professionale dell’informazione, ma dubitiamo che il diritto di cronaca significhi infilare il naso nelle nefandezze, indugiare sui particolari raccapriccianti». Non solo, perché dai due recenti femminicidi, quello di Senago e quello di Roma, «si è scatenato uno squallido circo che purtroppo già ben conosciamo, fatto di giornali che impiegano fino a dieci pagine per raccontare il contesto, prima del fatto stesso». Una critica feroce che condanna questo tipo di giornalismo, tacciandolo di «degrado professionale e inciviltà», incolpandolo di banalizzare la parola stessa “femminicidio”.

Lo spostamento apparente di un oggetto causato da un cambiamento di posizione dell’osservatore è un effetto ottico noto come parallasse. Parallasse è anche il nome della rassegna stampa critica di Scomodo. Attraverso questo concetto vogliamo descrivere il relativismo nelle interpretazioni dei fatti che caratterizza l’industria dei media in Italia. Commistioni politiche e partigianerie, rivalità fra editori, influenze degli inserzionisti. Ogni settimana proveremo a raccontarvi la genesi di una notizia, nel contesto della crisi strutturale del giornalismo italiano.

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