La storia di James Araújo inizia a Bahia e Bahia è anche dove inizia la storia del Brasile stesso. È il 22 aprile 1500, quando Pedro Álvares Cabral mette piede sulla costa meridionale di quella che oggi chiamiamo Bahia – precisamente a Santa Cruz de Cabrália, a pochi chilometri da Porto Seguro – sta innescando un processo che trasformerà quella terra in un crocevia di mondi: europei, africani, indigeni. Salvador de Bahia diventa il cuore pulsante dell’impero portoghese in Sud America, centro amministrativo e religioso fino al 1763. Ma è soprattutto porto di arrivo di migliaia di africani strappati alla loro terra, portatori di una cultura che plasmerà l’identità brasiliana. Per questo motivo il 20 novembre, il Brasile celebra il Dia da Consciência Negra. La giornata commemora Zumbi dos Palmares, leader del più grande quilombo – comunità di schiavi fuggitivi – della storia brasiliana, e chiede riconoscimento per quella che è più della metà della popolazione del paese. È un atto politico che dice: questa storia esiste, conta, plasma il presente.
A Roma, dentro SpinTime, James Araújo porta questo spirito. Alle 18:30 del 20 novembre apre un dibattito sulla Coscienza Nera. Poi, alle 19:30, una dimostrazione culturale afro trasforma lo spazio. Alle 20:00, la chitarra di James e la sua band chiudono la serata. Ma quello che accade è molto di più di un evento culturale: è una negoziazione di spazio, un’affermazione di presenza.
James ha undici anni quando una chitarra gli finisce tra le mani. È uno di quegli incontri che ridefiniscono una traiettoria. Da quel momento, il suo percorso è chiaro: portare la musica brasiliana nel mondo, farne veicolo di comprensione. Ma non la musica delle cartoline turistiche, quella addomesticata per il consumo globale. Quella vera, stratificata, complessa.
“La musica brasiliana è un organismo vivente,” dice James. “Non è solo samba o bossa nova, etichette che il mercato ci appiccica addosso. È maracatu, forró, chorinho, afoxé. Ogni ritmo porta con sé una storia di resistenza, di adattamento. La creatività nata dalla necessità di sopravvivere mantenendo la propria dignità. Quando suono, non riproduco note: riattivo memorie collettive.”
La complessità della musica brasiliana – quella stratificazione di influenze africane, europee, indigene che si intrecciano in poliritmi – diventa metafora. Dice: la convivenza non è tolleranza passiva, è generazione continua di novità.
C’è un momento, durante la serata a SpinTime, in cui qualcosa cambia.
James sta suonando e i confini tra palco e pubblico si dissolvono. I corpi iniziano a muoversi seguendo ritmi che sembrano conoscere da sempre, anche se è la prima volta che li ascoltano. È questa la potenza della musica afro-brasiliana: bypassa le barriere cognitive, parla direttamente all’istinto, alla memoria che tutti condividiamo prima delle parole.
“Portare questa musica in Italia è aprire una finestra,” dice James durante una pausa. “Molti conoscono il Brasile solo attraverso stereotipi o cartoline. Ma qui la gente ha fame di autenticità, di storie vere. E quando le corde della mia chitarra iniziano a vibrare, vedo nei volti quella scintilla di riconoscimento: la musica non ha bisogno di traduzione.”
Durante l’esibizione, lo spazio si trasforma. Persone che pochi minuti prima erano estranee ora condividono un movimento, un respiro. La musica opera quella che potremmo chiamare una riconfigurazione temporanea dello spazio sociale: le gerarchie si appiattiscono, le identità diventano fluide, quello che conta è solo il momento condiviso.
In un’epoca di muri – fisici e simbolici – eventi come quello del 20 novembre assumono un valore che trascende l’intrattenimento. Sono laboratori di futuro, sperimentazioni di convivenza. Quando culture diverse si incontrano non in contesti istituzionali freddi ma attraverso il calore della musica, del cibo, delle storie personali, accade una trasformazione.
L’educazione alla diversità non passa solo attraverso libri e conferenze. Passa attraverso il corpo che balla al ritmo di un tamburo africano rielaborato in Brasile e suonato a Roma. Passa attraverso lo sguardo che si incrocia con quello di uno sconosciuto e vi riconosce un’umanità comune. Passa attraverso la risata condivisa, il momento di grazia in cui ci si dimentica delle etichette e si esiste semplicemente come esseri in relazione.
Da Bahia a Roma, attraverso l’oceano e i secoli, il messaggio continua a viaggiare. La resistenza è anche bellezza. La lotta è anche celebrazione. E la coscienza della propria identità è il primo passo verso il riconoscimento dell’altro. Balliamo ancora una volta al ritmo del Brasile domenica 7 in Redazione.