«Mi sento violato» dice Justin Bieber nel 2012 sul palco degli American Music Awards, dopo aver ricevuto diversi baci sul collo da parte dell’attrice Jenny McCarthy. Dopo l’evento McCarthy scherza sull’accaduto tra le risate dei presenti, ammettendo anche di aver palpeggiato il giovane cantante.
Quello degli American Music Awards è un video tornato virale nelle ultime settimane e che ha fatto molto discutere, insieme a tanti altri filmati dal contenuto simile e altrettanto visti e commentati. Ciò che accomuna questi video è che, guardati ad anni di distanza, rendono palese come Justin Bieber sia stato sessualizzato sotto gli occhi di tutti, a partire da quando era ancora minorenne.
Il motivo per cui questo materiale è tornato virale in questo periodo è l’accostamento della figura di Justin Bieber al recente “caso Diddy”, destinato a essere uno dei casi giudiziari più scandalosi degli ultimi anni, anche per via dei grossi nomi che vi circolano attorno.
Diddy, o Puff Daddy, pseudonimi di Sean John Love Combs, è un rapper e produttore discografico americano, considerato un magnate dell’industria rap e hip-hop. Diddy è stato arrestato il 16 settembre al Park Hyatt Hotel di Manhattan. È accusato di traffico sessuale e associazione a delinquere. Le indagini erano in corso da tempo, in particolare l’interesse mediatico è iniziato quando, a novembre dello scorso anno, Cassandra “Cassie” Ventura, ex fidanzata di Diddy, ha accusato il rapper di violenze e abusi nei suoi confronti. Nei mesi successivi, si sono susseguite numerose denunce da parte di diverse donne – tanto da indicare il caso come un nuovo “Me Too” – che hanno accusato Combs di averle drogate e costrette ad avere rapporti sessuali non consensienti. Combs, attualmente in carcere, si è dichiarato non colpevole e da un anno continua a negare le accuse, che nel frattempo aumentano. Dopo l’arresto, infatti, Diddy ha ricevuto decine di nuove denunce per violenza sessuale, da parte di uomini, donne e varie persone minorenni.
Ad aver suscitato particolare scalpore non sono solo le denunce, ma anche i racconti relativi ai cosiddetti White Parties organizzati da Combs. «Chi è andato ai party di Diddy? Una domanda migliore sarebbe, chi non è andato ai party di Diddy?» scrive Olivia Craighead su The Cut. Segue una lista dei nomi tra i più celebri dello star system americano: «Leonardo di Caprio, Sarah Jessica Parker, Martha Stewart, Jamie Foxx, Russell Simmons, Jennifer Lopez, Jay-Z, Vera Wang, Russell Brand, Chevy Chade, Kim Kardashian, Paris Hilton, LL Cool J, Aretha Franklin». Nelle ultime settimane sono emersi sempre più dettagli, in particolare riguardo ai controversi “Freak Offs”, ovvero delle feste definite come degli “horror shows” dal New York Times, che sembra durassero anche un giorno intero, durante le quali pare avvenissero delle performance sessuali coercitive di gruppo sotto ampio uso di droghe.
Al di là del caso Diddy in sé, che è in continua evoluzione, i riflettori che si sono puntati sul caso hanno fatto sì che ottenessero risalto altre vicende di personaggi più o meno legati a lui. Tra questi, anche Justin Bieber. Sono iniziati infatti a circolare online diversi video di Bieber all’inizio della sua carriera, alcuni dei quali insieme a Diddy. A tal punto che, sulla base di questi video, diversi utenti dei social hanno supposto che Bieber, al tempo minorenne, possa essere stato una vittima di una figura così influente nell’industria musicale come Combs. Al di là della veridicità o meno di questa ipotesi – sulla quale Bieber non si è mai espresso – l’ampia visualizzazione dei video in compagnia di Diddy ha dato il via alla condivisione in massa di altri video riguardanti Justin Bieber e che hanno messo in luce il trattamento da lui subito all’inizio della sua carriera, rispetto a cui oggi sembra esserci una diversa sensibilità, soprattutto da parte dei più giovani.
Justin Bieber ha subito un’esposizione mediatica molto pesante dal momento dell’inizio della sua carriera, come è normale che succeda a chi entra nello star system americano. Bieber è solo un esempio. Come lui, tantissime altre child star hanno dovuto sottostare alla sovraesposizione della propria immagine. Tra i casi più famosi, basti pensare a Miley Cyrus, Demi Lovato, Zac Efron. Tornando al caso esemplare di Justin Bieber, visti oggi, quei video hanno provocato una risposta forte da parte del pubblico, coralmente disgustato da interviste e domande inopportune nei confronti di un ragazzino. È indubbio che la nostra generazione ha una sensibilità più attenta verso temi quali la sessualizzazione e l’esposizione del proprio corpo, ma viene da chiedersi quanto il fatto che Bieber fosse famoso – e maschio – abbia fatto sì che diverse persone si siano sentite legittimate ad assumere comportamenti molesti nei suoi confronti.
In un filmato dei BRIT Awards del 2011, James Corden, che presenta la serata, va al tavolo di Justin Bieber. Dopo un paio di domande gli chiede di inclinarsi verso di lui, poi gli annusa il collo. «Che buon odore che hai, quanti anni hai?» «Ehm… grazie» risponde con visibile imbarazzo il cantante. «Quanti anni hai?» «Sedici, diciassette tra due settimane» «Non ricordo di aver mai avuto un odore così buono a sedici anni». «Wow, guarda che occhi» continua Corden, davanti a un imbarazzato Justin Bieber, che sgrana gli occhi e alza le sopracciglia sorpreso, poi si scosta di scatto quando Corden cerca di accarezzargli il viso.
Durante il programma The Talk, l’attrice Leah Remini chiede a Justin Bieber: «Preferiresti essere costretto a stare nudo sul palco per la durata di un’intera canzone, oppure bere una tazza di vermi frullati? Rispondi, Justin Bieber!». Bieber non risponde, il sorriso diventa serio, si guarda intorno, guarda gli altri ospiti. «Ho delle fan bambine, non posso…» cerca di giustificarsi forzando un sorriso. «Ok, immagina non ci fossero leggi! Immagina non fosse strano in quel senso», «Non lo farei in ogni caso». Il video è del 2011, Justin Bieber aveva 17 anni.
Tra i contenuti virali c’è anche una registrazione. «Mi sento molto a disagio ora. Perché vuoi parlare di sesso con un ragazzo di 15 anni? È un po’ strano, parliamo dell’album» risponde Justin Bieber nel 2009 a un’intervistatrice in radio, tra le risate degli altri conduttori.
Internet è pieno di altri contenuti di questo tipo, ricchi di commenti indiscreti, molestie pubbliche e altre forme di sessualizzazione nei confronti di Justin Bieber e di altri personaggi famosi della sua generazione. Guardandoli adesso, quello che sembra essere mancato da parte dei media è una qualche forma di tutela verso celebrità diventate famose da giovanissime, e che sono state oggetto di una spropositata attenzione mediatica, da cui sono scaturite e sono state normalizzate anche forme di violenza più o meno evidenti nei loro confronti.
Lo spettacolo è industria
Lo scopo di questo articolo non è trattare il caso P. Diddy in un’ottica scandalistica, bensì evidenziare alcuni aspetti caratteristici dell’industria dello spettacolo che come è accaduto in questo caso si manifestano all’interno di scenari di violenza e coercizione.
Visti i recenti sviluppi della vicenda, il processo giudiziario è passato in secondo piano lasciando ampio spazio a un vastissimo ventaglio di speculazioni. Come spesso accade quando fatti di cronaca coinvolgono personaggi famosi la vicenda si è trasformata in un processo mediatico. Tipicamente i processi mediatici consistono in una caccia alle streghe che implicitamente si traduce nell’idea che mettere al rogo i colpevoli equivalga a estirpare il problema. In realtà non è così semplice, il caso Puff Diddy è solo il sintomo più evidente di un sistema, quello dell’industria dello spettacolo, che riproduce i medesimi schemi oppressivi prodotti dalla società dei consumi.
Il caso Diddy mette in luce le fragilità di un’epoca storica e di una società in cui il potere è assoggettamento dell’Altro, dove l’essere è sostituito dall’apparire e il corpo svuotato di Sé si esaurisce nella proiezione della sua immagine. I costi in un’industria come quella dello spettacolo, dove l’individuo si fa immagine e il lavoratore è esso stesso il prodotto del suo lavoro, non sono da intendersi in meri termini economici ma in una dimensione in cui la perdita è l’identità stessa del soggetto.
Succede con una certa frequenza che siano proprio i protagonisti di questo universo a esserne le prime vittime, è infatti lunga la lista di artisti e artiste che hanno parlato della propria salute mentale e di come la macchina dello show business e le costanti pressioni mediatiche abbiano rappresentato un fattore incidente sull’emergere di tali problematiche. Il discorso si fa maggiormente delicato se consideriamo che questo meccanismo opera indistintamente che si tratti di adulti o di bambini.
Emma Stone, Cara Delevingne, Gwyneth Paltrow, Justin Bieber e Natalie Portman sono solo alcune delle personalità dello spettacolo che hanno parlato pubblicamente della propria salute mentale. In particolare gli ultimi due, Bieber e la Portman, entrambi enfant prodige saliti alla ribalta in età giovanissima, hanno messo in luce come le forti pressioni subite in età evolutiva abbiano avuto pesanti risvolti sul proprio benessere psicologico. Se Bieber ha sottolineato con maggiore enfasi le difficoltà nella gestione della sua immagine la Portman si è esposta in modo più intimo denunciando l’oggettificazione e la sessualizzazione del suo corpo avvenuta durante e successivamente le riprese del celebre Leon di Luc Besson.
Nella produzione intensiva di immagini con le quali foraggiare un pubblico svuotato di spirito critico il soggetto dello spettacolo è un soggetto spersonalizzato, un involucro, l’imballaggio contenente un prodotto da proporre alle masse. Ma come è semplice teorizzare il surplus produttivo è destinato allo spreco, nella società dei consumi ciò che eccede semplicemente viene gettato via. Qui il paragone tra l’industria dello spettacolo e l’industria delle merci sorge spontaneo, questa macchina tritacarne oltre a produrre introiti sembra non avere funzione di preservazione nei confronti dei soggetti che la animano, ma se questo meccanismo non tutela nemmeno i minori che ne fanno parte esattamente dove si trova il limite nell’industria dello show business?
Sembra che non ci sia una coscienza collettiva rispetto ai meccanismi di potere che governano l’industria dello spettacolo e di come questi non abbiano funzioni al di fuori della conservazione del potere. Nel suo saggio La Società dello spettacolo il filosofo Guy Debord scrive che lo spettacolo è nello stesso tempo il risultato e il progetto del modo di produzione esistente, evidenziando come questa industria abbia assunto connotati totalizzanti sia da un punto di vista produttivo che da un punto di vista culturale. La domanda da porsi a questo punto è la seguente: qual è la posizione del soggetto in un’industria dove egli stesso si è fatto prodotto? Sempre secondo Debord lo spettacolo è l’affermazione dell’apparenza e l’affermazione di ogni vita umana, cioè sociale, come semplice apparenza. La posizione radicale di Debord presuppone che nella “società dello spettacolo” ogni cosa sia diventata intrattenimento, ogni individuo un tassello del meccanismo produttivo, ogni soggettività una maschera. Per dirla con Pirandello: la società è una trappola, sei costretto ad indossare una maschera, semplicemente non è possibile essere sé stessi.
Questo processo di mistificazione è particolarmente evidente nel mondo dello spettacolo dove il soggetto evapora nella proiezione della propria immagine, dove l’apparenza si sostituisce alla presenza.
Sul concetto di apparenza troviamo vari esempi nel mondo dell’arte, uno di questi è lo Steiner di Fellini. L’elegante casa di Steiner è il fulcro della dolce vita dei ricchi intellettuali che animano i salotti romani, dove avvolte da una torbida coltre di noia borghese vecchie contesse discutono svogliatamente di scrittori francesi. Steiner è un uomo invidiabile, colto, ricco, con una moglie bella e intelligente e degli splendidi figli animati da un’autentica ammirazione nei confronti del padre. L’enfasi di Steiner è tutta rivolta all’ordine incantato dell’opera d’arte e Marcello Rubini, affascinato dall’estetica di quel mondo brama di poterne fare parte, brama la vita apparentemente invidiabile di Steiner e sarebbe disposto a tutto pur di averla. Il personaggio Steiner ha però la forza di andare oltre l’estetica, il suo tormento è la vacuità di quell’ambiente intrinsecamente reazionario ed ipocrita che nulla ha a che vedere con la bellezza estatica dell’opera d’arte. Steiner, forse uno dei personaggi più umani di Fellini, non regge il confronto con quel mondo fatto di apparenza e si spara in testa. Marcello, sconvolto dalla notizia della morte dell’amico si trova davanti a una scelta: abbassare la maschera e rimanere abbagliato dalla luce del sole, proprio come ha fatto Steiner, oppure cedere all’ingiunzione dell’apparire, vivere ostaggio di quella maschera, o meglio, divenire la maschera stessa. Per Marcello ci sono pochi dubbi e forse più consapevolmente di quanto si possa credere si abbandona a un godimento perpetuo, ad un mondo fuori limite fatto di feste e aberrazioni, dove il godimento è mortificazione dell’Altro perché l’Altro, non è altro che mortifera apparenza.
Se come ci suggerisce Debord lo spettacolo è l’affermazione dell’apparenza, il salotto di Steiner si presta come il luogo metaforico del mondo dello spettacolo, un luogo in cui un senso di vacuità attraversa le soggettività che lo animano, dove l’individuo, uomo donna o bambino che sia non ha funzione alcuna se non quella di affermare la propria apparenza. Questo vuoto esistenziale e di deprivazione del soggetto è lo spazio perfetto per la proliferazione della violenza carnale e per l’assoggettamento dell’Altro, intese in questi termini, le feste organizzate da P. Diddy non sono poi così diverse da quelle immaginate da Fellini.
