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La lotta sul salario minimo parte dal basso

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In Italia il dibattito sul salario minimo è aperto ormai da parecchio tempo. Se da una parte i partiti di destra si sono sempre dichiarati contrari all’introduzione di un minimo salariale per legge, dall’altra, invece, i partiti di centro-sinistra ne hanno fatto una battaglia di bandiera. Nonostante ciò, la sinistra, in particolare la sinistra al governo, non è mai stata in grado di raggiungere un accordo definitivo o di varare un provvedimento sul tema. 

Negli ultimi mesi la questione dei salari ha alimentato numerose discussioni, sia tra i banchi del Parlamento che nei Consigli comunali. Mentre Governo e Parlamento si dimostrano  ancora una volta incapaci di agire, nei singoli comuni, dove il trampolino di lancio sono raccolte firme, petizioni e mobilitazioni dal basso, vengono prese decisioni concrete. La lotta per il salario minimo è trainata dall’attivismo locale e la speranza è che l’esempio dei comuni si diffonda fino a farla diventare una lotta nazionale.

Il salario minimo a Livorno

È partito dai lavoratori per portare una voce dentro il Consiglio comunale di Livorno. Dopo aver condotto la raccolta firme insieme ad Unione Popolare, per una proposta di legge nazionale che avrebbe garantito a tutti i lavoratori un salario di almeno 10 euro l’ora, Potere al popolo entra in contatto con alcuni dipendenti del museo comunale, gestito in subappalto. Si rende conto che molti di quei dipendenti sono coperti da un contratto nazionale che definisce le loro attività come “multiservizi”, con una paga sui 7 euro lordi l’ora. Eppure, quasi tutti svolgono lavori che non rientrano in questa categoria, come la guida museale, che dovrebbe ricevere una retribuzione maggiore secondo i contratti nazionali. 

Così, dopo essersi assicurati di poter agire autonomamente rispetto a dipendenti e appalti comunali, lo scorso 11 dicembre la consigliera Aurora Trotta di Potere al Popolo, agganciandosi ad una mozione del M5S, ha presentato un emendamento, approvato da tutte le forze partitiche ad eccezione delle destre: garantire un salario minimo di 9 euro l’ora e, per ogni appalto futuro, rendere obbligatoria la presenza nel bando di una clausola che preveda la tutela di questo diritto per tutti i lavoratori impiegati, in modo da poter sorvegliare l’applicazione della nuova riforma. Nel concreto, per le fasce di lavoratori più svantaggiate di Livorno questo vorrà dire un aumento del 30/40% nelle buste paga, cercando di arginare il problema dei contratti stipulati che non rispettano l’effettiva mansione.

Adesso l’amministrazione livornese dovrà rendere concreto questo provvedimento. Verrà discusso in commissione bilancio un atto che chiederà di trovare il modo per stanziare fondi a garanzia del salario minimo. Nonostante ad oggi risulti difficile imporre il nuovo standard salariale alle aziende – molte delle quali insediate precedentemente e con clausole differenti – con i nuovi rinnovi sarà possibile provvedere a risolvere questo problema. 

Per quanto riguarda il settore privato e semi-privato, compreso il mondo delle cooperative che non operano in appalto, purtroppo la questione è totalmente diversa e il Comune non ha i margini legali per potersi muovere con azioni simili. Proprio per questo Livorno ha deciso di agire sotto altri punti di vista socio-politici. Ad esempio, nel campo della ristorazione è stato proposto ai ristoranti, collaborando con la CGIL, di applicare un bollino che certifica la tutela dei diritti fondamentali dei propri impiegati, come sicurezza sul lavoro o, appunto, un salario minimo dignitoso. Sono piccoli passi, che non vanno ad influenzare direttamente gli stipendi, ma portano il privato a doversi confrontare onestamente con il pubblico, diminuendo l’asimmetria informativa che  protegge l’immagine di una ditta a discapito del dipendente. 

«Il salario minimo è una richiesta di giustizia sociale che finalmente diventa realtà, in un’ Italia ancora molto lontana rispetto alla situazione europea» dichiara in più occasioni Trotta «e, seppur partendo da una sola città, manda un forte messaggio ad enti e cittadinanza». L’augurio è che Livorno possa essere capofila di una mobilitazione dal basso, spalleggiato da molti altri comuni italiani, che potrebbero mettere pressione al governo per sbloccare la situazione a livello nazionale.

La proposta delle opposizioni sul salario minimo

Sul piano nazionale, quella del salario minimo è una storia dalla trama tortuosa, il cui finale è ancora da scrivere. Si prevede che l’attesa sarà lunga. 

L’11 luglio 2023, i principali gruppi di opposizione hanno presentato alla Camera una proposta di legge sul salario minimo. La proposta prevedeva l’introduzione di un minimo retributivo inderogabile di 9 euro lordi all’ora, lasciando alla contrattazione collettiva la regolazione delle restanti voci retributive. Sempre nel mese di luglio, l’iter di esame parlamentare della proposta di legge è stato sospeso

La premier Giorgia Meloni ha infatti affidato al CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), organo con funzioni consultive per il Governo e il Parlamento, la redazione di un rapporto sul salario minimo entro due mesi. La discussione parlamentare si è perciò interrotta e solo il 25 ottobre il disegno di legge è stato ripreso in esame. Questa volta, però, non più presso la Camera. 

Nel suo rapporto finale, il CNEL si è detto contrario all’introduzione di una soglia minima di retribuzione oraria così com’era stata proposta dalle opposizioni. Per questo motivo la maggioranza ha riportato la discussione parlamentare in sede di Commissione Lavoro, dilatando ulteriormente i tempi.  

A fine novembre il testo iniziale della proposta di legge è stato interamente sostituito tramite l’approvazione in Commissione dell’emendamento presentato dal deputato di Fratelli d’Italia Walter Rizzetto.  Con esso sono state affidate al Governo due deleghe in materia di «retribuzione dei lavoratori e di contrattazione collettiva» e di «procedure di controllo e informazione». 

Ciò ha comportato una radicale diminuzione del ruolo del Parlamento nell’elaborazione della legge e, questione che più di tutte ha innescato il dissenso delle opposizioni, l’eliminazione del minimo salariale legale previsto nella proposta iniziale. Tutti i leader dell’opposizione hanno fortemente criticato la modalità in cui è stata depotenziata la legge. Particolarmente scenografica è stato il discorso di Giuseppe Conte, che in Parlamento ha ritirato la propria firma dalla legge e ha strappato i fogli della proposta di legge dichiarando «state facendo carta straccia del salario minimo legale».

Questa lunga storia si è interrotta, per il momento, il 6 dicembre 2023 con l’approvazione da parte della Camera del provvedimento finale, in attesa di esame da parte del Senato.   

Le questioni su cui si è dibattuto e ancora si dibatte sono prima di tutto di tipo tecnico-giuridico. La realizzazione di un sistema di minimo salariale andrebbe ad integrarsi con il sistema di regolazione retributiva vigente in Italia: la contrattazione collettiva. I contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL) sono accordi stipulati tra le associazioni dei datori di lavoro o i singoli datori e le organizzazioni sindacali che rappresentano i lavoratori dipendenti di un determinato settore. Questi contratti servono a determinare il contenuto dei contratti di lavoro (tra cui la retribuzione e le ore lavorative) e, per legge, si applicano a tutti i lavoratori di tale settore seppur non iscritti al sindacato. Quest’ultimo punto non ha però trovato applicazione, motivo per cui i contratti collettivi nazionali non hanno efficacia generalizzata.

Il già citato CNEL funge da archivio nazionale di tutti contratti collettivi esistenti. Nel rapporto redatto su richiesta della premier Giorgia Meloni, il CNEL sostiene che la questione del «lavoro povero» non sia risolvibile attraverso l’innalzamento dei salari e che sarebbe più utile armonizzare e rafforzare il sistema della contrattazione collettiva nazionale. 

L’opinione del CNEL ha preso forma concreta nelle linee guida che il Governo dovrà rispettare nell’esercizio della delega di cui sopra. In primis, non si parla più di salario minimo ma di «trattamento economico complessivo minimo»: ovvero i contratti maggiormente applicati per ogni categoria di lavoratori divengono il parametro delle condizioni economiche minime da riconoscere a tale categoria dei lavoratori. 

Perciò si può affermare che alla richiesta di introdurre un salario minimo legale è stato risposto di no. La risposta è stata abilmente data in modo velato: la proposta di legge delle opposizioni, infatti, non è stata bocciata ma sottratta e capovolta dalla maggioranza. Questo “no” è stato motivato dalla presunta inutilità del salario minimo a fronte della già esistente contrattazione collettiva. Aurora Trotta non è d’accordo. «Io penso che la normativa in materia di minimo salariale sia altra cosa rispetto alla contrattazione collettiva. Penso, anzi, che servirebbe a darle forza. Se, in sede di contrattazione, i sindacati potessero appellarsi ad una normativa esistente, questa gli darebbe più supporto poiché  sarebbe una base dalla quale salire. La contrattazione serve ad alzare la posta e per questo un minimo salariale può dare la spinta ai sindacati per tutelare i lavoratori in maniera maggiore».

Partire dal basso

La discussione sul salario minimo ha radici teoriche profonde. Una delle riflessioni fondamentali riguarda come il proprio stipendio possa rappresentare, o meno, il valore del proprio lavoro e se questa rappresentazione sia possibile. Il giornalista Alessandro Sahebi in un post su Instagram problematizza questo rapporto. Accettare l’equazione salario-valore del lavoro, sottolinea Sahebi, legittimerebbe le disuguaglianze presenti in un mercato del lavoro pieno di problemi, in cui le persone spesso non hanno la possibilità di rifiutare un lavoro sottopagato o umiliante. Un mercato, inoltre, in cui sono presenti molte attività di cura non riconosciute come lavoro e quindi non retribuite.

In diversi Paesi europei e in altre parti del mondo, è attualmente in vigore un salario minimo nazionale, stabilito da intervento governativo o delle parti sociali. Negli ultimi anni, vari partiti politici, inclusi quelli facenti parte della attuale coalizione di governo, hanno avanzato proposte legislative volte a introdurre un salario minimo legale nel Paese.

Adesso, in Italia, la battaglia del salario minimo parte dalle situazioni locali, anche grazie all’attivismo dal basso. Oltre a Livorno, in altri comuni e in altre città si stanno attivando alcuni pezzi di società e di politica per ottenere un salario minimo. A Firenze, a inizio febbraio, è stato approvato un ordine del giorno per l’introduzione di un salario minimo, sempre di 9 euro l’ora, per gli appalti del Comune.  A Milano, il movimento “Adesso!” ha proposto l’implementazione di un salario minimo esclusivamente per la città. Questa proposta si ispira al concetto di “London living wage”, un meccanismo attraverso il quale la capitale inglese ha introdotto un compenso minimo superiore a quello nazionale

 

di Anna Bonzanino (Anna Bonzanino),Angelica Ricci (Angelica Ricci)

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