La grande ambizione: un dialogo con Andrea Segre

In vista dell'uscita dell'ultimo film di Andrea Segre, "Berlinguer - La grande ambizione", abbiamo parlato con il regista di che cosa significa fare un film oggi su una figura come quella storico leader del Partito Comunista Italiano (PCI), dal 1973 al 1978. Nella nostra conversazione abbiamo parlato del salto generazionale che c’è stato nel nostro modo di vivere la dimensione politica e discusso dei sogni e delle ambizioni di ieri – non poi così distanti da quelle di oggi. Qui, il video dell'intervista

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Siamo dietro la piazza in cui ci sono stati nell’84 i funerali di Berlinguer. I giornali dicono di un milione e mezzo di persone che arrivano questi funerali, oggi è una piazza vuota. Cosa significa mettere in scena degli spazi che attraversiamo tutti i giorni? 

 

Questa piazza è la piazza dei funerali di Berlinguer ma è anche la piazza di tantissimi altri comizi, di Berlinguer e non solo. Questa piazza è stata molto piena anche in altri momenti della storia, forse il giorno del suo funerale è stato il giorno in cui lo è stata di più.

Ho voluto parlare di questo pezzo d’Italia, della gente d’Italia che il cinema italiano non aveva ancora mai raccontato, nonostante sia un pezzo enorme della vita di milioni di persone, al di là delle posizioni politiche che uno può avere di simpatia o meno rispetto a questa storia. 

È stato importante dar conto di come milioni di persone si siano riconosciute in quella storia e abbiano dedicato la propria vita a quel sogno che era il sogno di provare a costruire una società socialista. Una società in cui ci fossero meno diseguaglianze, o non ce ne fossero proprio. Una società socialista, ma dentro una democrazia, a differenza di quello che invece era stato fatto a est, dove c’era quello che chiamavano il socialismo reale, che implicava un regime molto poco democratico e sicuramente illiberale. 

 

E perché allora parlare di Berlinguer e di quel momento storico proprio ora? Perchè hai fatto questo film adesso? 

Prima di tutto, come ho detto prima, perché  il cinema italiano non l’aveva ancora mai fatto. E poi perché è un pezzo di storia che credo sia importante restituire, sia restituendone la memoria sia restituendone quegli aspetti di connessione con l’attualità di oggi. Quando abbiamo studiato per mesi e mesi le parole di quella politica la cosa che ci ha colpito è quanto parlassero ancora al mondo di oggi. Milioni di persone si uniscono intorno al sogno di superare delle diseguaglianze, questo non può dialogare con un mondo in cui siamo tutti consapevoli che queste disuguaglianze sono enormi. 

È difficile trovare qualcuno che ti dice sono pronto per lottare contro le disuguaglianze ma è facilissimo trovare qualcuno che ti dice si lo so, il mondo è ingiusto. Oggi abbiamo questa consapevolezza, che pochissime persone hanno tantissima ricchezza, e ci siamo quasi un po’ rassegnati a questa cosa. Come si fa a cambiare questa cosa? 

Vedendo il materiale storico dei comizi di Berlinguer vedi i volti della classe operaia, vedi il popolo che scende in piazza nella convinzione che insieme si possa superare una condizione di subalternità. E questo è un pezzo di storia che quantomeno ti fa riflettere sulla possibilità di avere un sogno, che oggi sembra così inarrivabile.

Nel tuo film hai scelto di utilizzare anche materiale di repertorio storico. Perchè?

Abbiamo scelto di correre il rischio, di credere nella forza creativa dell’incontro tra la messa in scena e il repertorio. Non è tantissimo materiale, in un film di due ore sono dieci/dodici minuti di repertorio: materiali che arrivano dagli archivi più disparati, da quelli classici del movimento operaio come quello dell’Aamod o da quelli televisivi come Rai o Luce o quelli internazionali come la BBC o la televisione del mondo dell’est come bulgare o russe o anche archivi personali, degli home movies, delle persone che oggi filmano con i cellulari e al tempo filmavano con le cineprese. 

È un complesso di eterogeneo di archivi che entra e dialoga con la messa in scena, tentando di costruire un dialogo che rafforzi la messa in scena. Perché tu Elio Germano, Andrea Pennacchi, Paolo Calabresi, che da attori lavorano sulla loro interpretazione, e li vedi guardare in faccia i volti veri dell’epoca che li ascoltano, li guardano e riempiono le piazze. Il film è pieno di persone di quel mondo che entrano in interazione con la messa in scena.

Ma questo repertorio non è sufficiente. Non basta la realtà per fare il cinema.

Io come tutte le persone della mia generazione quando usciamo per strada non vediamo le sedi di partito. Sono delle istituzioni territoriali in parte decadute. Tu nel film hai fatto vedere molto bene il radicamento invece del PCI nelle province italiane. Come cali questo film in un momento storico in cui i partiti hanno perso la loro presa reale sul Paese? 

Il fatto che il Partito sia entrato in crisi fa parte di uno sviluppo storico. Quello che ci dobbiamo chiedere è che cosa lo ha sostituito. Un tempo il Partito era il corpo intermedio che faceva dialogare il popolo con l’istituzione. Oggi quali sono questi corpi intermedi? Perchè se non abbiamo questi corpi intermedi non abbiamo un modo per agire la democrazia. Non possiamo ricostruire i partiti com’erano ma non possiamo fare a meno dei corpi intermedi, altrimenti la democrazia si svuota completamente. 

Hai dato molto spazio al ruolo che ha il comizio in Berlinguer. Quanto della sua figura è associata alla sua capacità di parlare in pubblico? 

I discorsi di Berlinguer erano diversi dagli altri. Intanto, erano molto poco urlati. Non erano fatti di slogan, parole d’ordine e convocazioni della massa ad un’azione, cosa che invece c’era in tanti altri partiti di tutto l’arco istituzionale. Questa tendenza era forte, ed è un po’ la tendenza che è rimasta nel politico di oggi, che ancor di più con i social usa quelle tipologie di retorica che colpiscono immediatamente. 

Berlinguer parlava davanti a quattrocento, cinquecento, seicento mila persone. È arrivato a parlare davanti a novecentomila persone. Soltanto nei concerti rock si arrivava a una quantità di gente così che guardava un palco. Quelle di Berlinguer erano le adunate politiche più grandi che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto all’interno di una democrazia. 

Preparava ore e ore di discorso spesso da solo con decine e decine di fogli di carta scritti a mano con la sua Bic nera. Scriveva parole chiave in fogli che preparava con molta attenzione, cercando di trovare un punto di incontro tra la competenza, con tutto quello che aveva studiato dei territori in cui andava a parlare, e l’ascolto. I suoi discorsi non avevano l’obiettivo di colpire ma quello di far capire e lasciare spazio all’ascolto. Quello che fa impressione delle adunate di Berlinguer sono i grandi momenti di silenzio. Era in grado di far stare zitte ottocentomila persone ad ascoltare dei ragionamenti. 

Aveva evidentemente un talento, quasi artistico, come quello che ha Van Gogh nel dipingere. Van Gogh non è chi è solo perché ha saputo usare bene i colori, ma perché ha qualcosa in più. Quel qualcosa in più di Berlinguer era la capacità di trovare delle parole che mettessero insieme la ragione e il sogno. Se mi spieghi qualcosa ma non mi fai sognare c’è il rischio che rimanga disilluso. Se mi fai sognare ma non mi spieghi nulla, il mio sogno si consuma rapidamente. Il talento è trovare le parole giuste per mettere insieme queste due sfere. 

Pensi che il cinema sia in grado di tenere insieme ragione e sogno? 

Dipende da chi fa il cinema. 

E tu pensi di esserne capace? 

Ah beh, questo non posso dirtelo io.

di Cecilia Pellizzari (Cecilia Pellizzari)

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