C’è un momento nell’intervista con gli Eugenio in Via di Gioia in cui Eugenio Cesaro, voce della band torinese, interrompe il suo ragionamento e ride di se stesso. «Sto filosofeggiando», si redarguisce, con quella spontaneità che da sempre caratterizza il gruppo. Ma forse è proprio in quel filosofare casalingo, fatto di riflessioni sui gesti piccoli e le ansie divise a metà, che risiede la forza del loro nuovo singolo. Facciamo a metà è molto più di una canzone d’amore. È un manifesto generazionale mascherato da ballata pop, un antidoto culturale all’individualismo che permea il nostro tempo, una celebrazione dell’intimità ordinaria in un’epoca che ci chiede continuamente di essere straordinari.
«La divisione dovrebbe essere quella che dà il risultato più basso di tutti in matematica», spiega «e invece no. Ci si rende conto a un certo punto che facendo quel piccolo passo indietro si apre uno spazio di dialogo, di convivenza». È una realizzazione che arriva dopo due anni di immersione nel tema dell’amore, quello che attraversa tutti i loro ultimi lavori, dal disco L’amore è tutto fino a questo singolo che ne rappresenta, forse, il tassello più intimo e microscopico. Non più l’amore come grande gesto epico, ma come negoziazione quotidiana: conti da dividere, ansie da condividere, persino multe da spartire. Lorenzo Federici – al basso – specifica che «facciamo a metà è frutto anche di una pausa. Ci siamo autoimposti di prenderci del tempo. Siamo stati lontano da Torino per registrare un disco con tutta la tranquillità di cui avevamo bisogno. Ad un certo punto abbiamo sentito la necessità di fermarci e godere dei singoli momenti quotidiani».
«Più che una conquista è quasi una resa – continua Cesaro – la felicità non è un salto verso qualcosa che poi ci riporta giù. È un accorgersi che anche qui, anche nello stare, c’è molto di più». C’è qualcosa di profondamente politico in questa affermazione, anche se non viene detto esplicitamente. In un’epoca in cui la produttività è diventata l’unica metrica del valore umano, in cui ogni momento deve essere ottimizzato, performato, condiviso sui social come prova di una vita ben vissuta, fermarsi è un atto di rottura. Lorenzo lo sottolinea di nuovo, dice «l’attuale società ci chiede sempre qualcosa in più e soprattutto lo fa cercando di evitare lo spirito di osservazione. I social ci mostrano solo storie già scritte ed editate. Sentivamo il bisogno di raccontare la realtà per come viene percepita, ovvero così imprevedibile e non sempre scenica, ma fondamentale».
Emanuele Via – al piano – aggiunge la prospettiva del vivere in band. «Siamo molto fortunati perché sappiamo cosa significa condividere. Ci interfacciamo con tantissimi artisti solisti e ci rendiamo conto che è proprio il condividere, il poterne parlare, che fa in modo che la sofferenza si dimezzi. Se sei in due si dimezza, se sei in quattro si quarteggia».
È una matematica emotiva che ribalta completamente il paradigma della società contemporanea. Mentre il neoliberismo ci ha convinto che la felicità sia una questione individuale, un traguardo da conquistare da soli attraverso la forza di volontà, gli Eugenio propongono un modello completamente diverso: la felicità come pratica collettiva, come capacità di costruire reti di sostegno reciproco. «È soprattutto nei momenti di sofferenza che essere insieme diventa necessario – continua Via – quando sei da solo, i momenti tristi sono più difficili da diluire. La gioia, se sei da solo, puoi comunque godertela. Ma i momenti difficili hanno bisogno di essere condivisi». Anche Paolo Di Gioia – batterista – accentua questo punto, dicendo che «collaborazione non è una parola di questi anni. Farcela da soli è un claim ancora troppo potente, ma noi crediamo nell’inverso e ne siamo una prova: insieme si arriva molto più lontano, se hai la mentalità giusta».
«Si critica tantissimo la società della performance – dice Via – ma poi si estremizza; adesso lascio tutto e vado a vivere in campagna, in Islanda. Non bisogna per forza scegliere una strada o l’altra. Sembra assurdo riuscire a trovare un equilibrio per godersi un po’ di lentezza e riuscire a lavorare come si deve per raggiungere la felicità». È la ricerca dell’equilibrio, quella parola che torna come un mantra nella conversazione, specialmente quando si tocca il tema di come funziona una band di quattro persone che devono continuamente negoziare decisioni, ruoli, responsabilità. «Siamo molto abituati a stare in equilibrio in quattro», dice Cesaro. «Una persona da sola a un certo punto sta ferma ed è ferma, non c’è nessuno che può spingerla e farla cadere. In quattro gli equilibri vengono costantemente messi in discussione, e questo ci ha preparato».
«Chi fa deve sbagliare e chi non fa deve criticare» puntualizza Eugenio, spiegando che se lui fa una storia su Instagram, sta parlando a nome degli altri tre. «È un esercizio faticosissimo. Ogni volta bisogna sempre lasciare le premesse oppure dire magari una cosa in meno piuttosto che una in più per evitare di parlare a sproposito». Fiume di parole inarrestabile, continua a parlare gesticolando, disegnando per aria con le dita. «Io che mi trovo a fare la storia su Instagram, so che il mio obiettivo è fare del bene, ma devo sentirmi libero di sbagliare. E allo stesso tempo tu che non hai fatto la storia, ma la stai guardando e parla a nome tuo, devi sentirti libero di poterti lamentare, di consigliarmi come l’avresti fatta tu. Io non mi sento giudicato perché tanto il mio ruolo era quello di sbagliare e tu non ti senti in colpa nel dirmi che ho sbagliato perché tanto il tuo ruolo è quello di consigliarmi. L’importante è togliere la questione personale dalle dinamiche». È una filosofia che potrebbe applicarsi a qualsiasi ambito: dal lavorativo al romantico. La grande lezione da imparare diventa capire e accettare che l’errore non è un fallimento ma una parte necessaria del processo.
Alla domanda sul se si sentano una voce generazionale, la risposta è cauta, quasi timida. «Noi raccontiamo quello che percepiamo in prima persona» – spiega Via – «che poi sia percepibile da una generazione intera è un dato, ma non possiamo avere la presunzione di provare a raccontare quello che le nuove generazioni percepiscono. Soprattutto adesso che generazioni che distano forse due, tre anni hanno già caratteristiche molto diverse». Paolo si lega alle sue parole, «noi ci sentiamo parte di questo flusso che hai raccontato, in questo flusso economico che un pochino ci fa avere più difficoltà, ma anche più stimoli per provare a restare a galla». Anche Lorenzo si collega a lui, sottolineando quanto «la situazione politico-economica ha influenzato il cambiamento. Ci sentiamo dei musicisti che provano a mandare dei messaggi ben precisi,non abbiamo la certezza che questi possano arrivare ad una generazione intera. Cerchiamo di essere noi stessi e di approcciare alla musica e ai testi nel modo più libero e autentico possibile».
Cesaro si cimenta in una risposta più filosofica: «una volta la cultura si trasmetteva in maniera verticale, dai nonni ai genitori ai figli. Poi è diventato orizzontale con la globalizzazione: io ho più cose in comune con un mio coetaneo che vive a Londra di quante ne abbia con mio padre. Adesso questa cosa ha assunto tratti ancora più estremi. È come fossero degli arcipelaghi, bolle distantissime geograficamente ma vicine per temi ed emozioni. Questa parcellizzazione totale può disorientare, dall’altra noi non essendoci mai posti il problema di raccontare qualcosa nello specifico degli altri, ma di noi, ci amplia. Essendo in quattro, questa cosa è già una cartina tornasole: se già in quattro la sentiamo come nostra, vuol dire che non è proprio solo più un punto di vista singolo».
C’è un aneddoto che racchiude perfettamente lo spirito della band e di questo singolo. Per il lancio di Facciamo a metà, gli Eugenio hanno organizzato delle serenate vere, dal vivo, sotto i balconi di fan che volevano dedicare la canzone a qualcuno. Cesaro ride ricordando lo sforzo. «È dispendioso in termini di energie, bisogna cantare molto forte per farsi sentire dal balcone. Però restituisce tantissimo». Lorenzo aggiunge di non smettere mai di sorprendersi quando il pubblico e i fan ricordano quanto le nostre canzoni siano una parte della loro vita. «Il rapporto con loro è sempre stato molto sincero, per cui siamo felici di ritrovarci ogni volta che ne abbiamo la possibilità. Ogni parola ha un peso, questo in generale nella vita di ogni individuo, per cui sì, anche noi nelle canzoni diamo molta importanza a quello che scriviamo e pensiamo».
C’è qualcosa di quasi commovente nell’idea di una band che va sotto i balconi a cantare per conto di altre persone. È l’opposto della logica dello streaming, dove la musica è infinita ma spersonalizzata, dove tutto è disponibile ma niente è davvero tuo. Le serenate degli Eugenio trasformano la canzone in un oggetto concreto, in un gesto che ha peso e tempo e presenza fisica. È la stessa logica che attraversa tutto il singolo: riportare l’attenzione sui corpi, sugli spazi condivisi, sul tempo che scorre insieme. «Nelle piccole cose, nella quotidianità, nei piccoli gesti, dividere a metà a volte significa moltiplicare la gioia», dice Cesaro. «Nel nostro caso siamo in quattro, lo sappiamo bene: i dolori sono dimezzati e le gioie si moltiplicano».
È una matematica imperfetta, quella degli Eugenio in Via di Gioia, ma forse è l’unica che ha senso in un’epoca in cui ci hanno convinto che la somma perfetta della felicità debba sempre tornare. Facciamo a metà propone invece una sostenibilità emotiva, fatta di lentezza, cura reciproca e confini chiari. Non il sacrificio totale di sé per l’altro, non l’indipendenza assoluta, ma una terza via: la convivenza come spazio di negoziazione continua, dove non c’è l’ideale ma c’è il possibile. Dove la coppia, o il gruppo, o l’amicizia, non è un rifugio romantico dalla realtà ma il luogo stesso dove la realtà si costruisce, giorno dopo giorno, gesto dopo gesto e non facendo gesti eclatanti, bensì, come specifica Paolo «i gesti piccoli, che sono la parte migliore della vita».
