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La decostruzione del sessismo parte dalla comunicazione

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Qualunque rivoluzione sociale ne presuppone un’altra: quella linguistica. Poiché il linguaggio ha il potere di rappresentare, se non addirittura reificare, la realtà, non può essere neutro: è proprio con le parole che una società manifesta tutti i pregiudizi di cui è intrisa. Questi ultimi sono presenti nella narrazione mediatica e giornalistica italiana, soprattutto se l’oggetto di dibattito sono le donne. Il mondo del giornalismo dimostra infatti di aver assorbito preconcetti fortemente “patriarcali”, che si palesano attraverso un linguaggio grottesco e discriminatorio, ed episodi di sessismo sistematici. Ciò è evidente quando si parla di violenza di genere. Un caso eclatante è quello de “Il Sole 24 Ore: in un articolo del 2020 – poi modificato – l’imprenditore Alberto Genovese, arrestato con l’accusa di violenza sessuale, lesioni, spaccio e sequestro di persona ai danni di una ragazza di 18 anni, veniva descritto come “un vulcano di idee e progetti che, per il momento, è stato spento”.  Non si tratta di un caso isolato: è comune per i giornali e i notiziari italiani riproporre versioni distorte della violenza di genere. Anziché mostrare la sistematicità del problema, si concentra l’attenzione sull’eccezionalità dell’accaduto e sulla ricerca di cause che possano spiegare la vicenda come conseguenza inevitabile del contesto in cui si è verificata: si cerca quindi di fornire giustificazioni al carnefice e indebolire la posizione della vittima – come nel caso di Genovese.

Lo stesso stile comunicativo è riscontrabile nei casi di femminicidio, in cui il delitto passionale diventa lo strumento prediletto dai mezzi di comunicazione: il tradimento o il grande amore che l’assassino nutriva nei confronti della donna tanto da non accettarne la separazione diventano il suo movente principale. Il risultato è che il lettore sarà più incline a empatizzare con il colpevole, riconoscendogli delle attenuanti.

Tale distorsione è dovuta a una prospettiva patriarcale offerta dai media e ciò accade soprattutto quando viene descritto con dovizia di particolari il carnefice, destinando solo poche righe alla vittima. 

Questo tipo di narrazione è figlia della cultura dello stupro, all’interno della quale la violenza di genere viene normalizzata o minimizzata, soprattutto dai media. 

Chiamami con il mio nome

«La comunicazione è figlia della società in cui si nasce, ma può mostrarle come essere migliore» scrive Michela Murgia nel suo ultimo libro Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più (2021). In un passaggio dell’opera l’autrice analizza il linguaggio adottato dal giornalismo italiano quando si parla di donne – soprattutto se occupano una posizione di potere: «Pare che una donna che occupa una posizione sociale prestigiosa, per gli italiani rimanga un evento talmente alieno da scatenare all’istante il bisogno di ricondurla a un ambito di familiarità e contenzione, quantomeno verbale» continua Murgia. È così che professioniste plurilaureate vengono definite in relazione al loro stato civile, oppure ridotte al titolo di “signorina” invece di “avvocata” o “dottoressa”, come spetta invece alla controparte maschile. La sfera domestica sembra inoltre invadere il linguaggio dei media quando si parla di una donna: in questo modo sembra rilevante il fatto che Tania Cagnotto, Elisa Di Francisca e Flavia Pennetta prima di essere delle atlete siano soprattutto delle madri, come fa notare “La Gazzetta dello Sport” in un articolo del 2020.

Un capitolo a parte è costituito invece dai titoli di giornale, in cui l’uso del nome proprio è soppiantato da svariate alternative. A notarlo è stata l’admin della pagina Instagram @ladonnaacaso, progetto social nato lo scorso ottobre che mostra in maniera lampante come i titoli di giornale trattino le donne in maniera discriminatoria. «Durante il primo lockdown del 2020 – ci racconta – tra un applauso sul balcone e una conferenza stampa di Conte, ho iniziato a leggere le notizie con maggiore attenzione. Giorno dopo giorno ho iniziato a notare un modo di fare informazione a cui non avevo mai fatto veramente caso. Avevo la sensazione che i giornali scrivessero di donne meritevoli come di esseri speciali, atipici e piuttosto indistinti». 

A ribadire le parole de @ladonnaacaso non c’è che Michela Murgia, che, sempre in Stai zitta, scrive: «Pare che in un Paese come l’Italia si fa ricorso a ogni creatività pur di non usare il nome delle donne in pubblico». 

Da ragazza, signorina e signora si passa a soluzioni più fantasiose, come regina, lady o dama di qualcosa, si generalizza con l’espressione “una donna”, per arrivare fino alla mamma: nei media italiani la raccolta di frasi o parole che evocano la specificità del materno è forse una delle più vaste. «Lo svilimento agisce per mezzo di espressioni di uso comune che, ripetute in contesti di informazione, diventano prigioni semantiche che non informano e contribuiscono a consolidare gli stereotipi di genere» continua @ladonnaacaso.

Se invece si parla di donne che ricoprono alte cariche nell’amministrazione dello Stato o del governo, per gli italiani l’evento è così inconsueto da scatenare all’istante il bisogno di ricondurla all’ambito familiare. Chiamare donne di potere con il nome di battesimo esprime paternalismo e riduce la distanza simbolica, agevola l’uso del tu familiare e diminuisce l’autorevolezza della funzione ricoperta. La donna viene quindi riportata a una condizione di principiante, con il sottinteso che sia incapace di reggere la responsabilità del ruolo che ricopre. 

Quando invece si pronuncia un cognome, lo troviamo preceduto dall’articolo determinativo: l’applicazione equivale a comportarsi con il nome di una persona come si farebbe come un nome di cosa. Ma ancora se un cognome è affiancato da un ruolo pubblico, spesso lo si trova declinato al maschile, sottintendendo che il femminile sia un’eccezione della norma maschile. Se “il linguaggio è un’infrastruttura culturale che riproduce rapporti di potere”, come afferma Murgia, allora l’imposizione del cosiddetto “maschile universale” è il modo per dire che si sta abusivamente occupando il posto di un uomo, un’anomalia che durerà poco e quindi non c’è bisogno di trovare una parola esatta che possa definirlo.

Il sessismo nel linguaggio politico colpisce ogni donna indistintamente, che si tratti della moglie di un presidente – come Melania Trump, definita “escort” dal giornalista Alan Friedman – o di politiche del calibro della cancelliera tedesca Angela Merkel, ai vertici dell’Unione Europea dal 2005. La sua natura apparentemente conciliante non ha salvato però Merkel dalle frasi sessiste che le sono state spesso rivolte. Dal “culona inchiavabile” coniato da Silvio Berlusconi alle critiche sul suo vestiario essenziale: la sua divisa ha infatti scatenato le peggiori critiche anche da parte di guru della moda del calibro di Karl Lagerfeld, il quale ha più volte affermato che Merkel dovrebbe indossare qualcosa di più adeguato alle sue proporzioni. La vicenda che coinvolge la cancelliera tedesca rende bene l’idea di come funzioni la discriminazione di genere: potrai anche essere l’incarnazione della maestria politica ma a suscitar scalpore sarà sempre il pantalone nero e la giacca colorata a quattro bottoni che indossi.
Il corpo della donna viene infatti costantemente giudicato e oggettivato, non solo nell’ambiente politico, ma anche in quello pubblicitario, che non fa che raccontare una realtà fuorviante ed errata.
Il caso  del manifesto affisso a gennaio 2020 nel comune di Misano Adriatico – provincia di Rimini – fornisce un chiaro esempio a riguardo: la foto mostra due corpi femminili in abbigliamento intimo, ripresi di spalle con i fondoschiena in primo piano, uno apparentemente più tonico dell’altro. Il tutto accompagnato dalla dicitura «La carne non è tutta uguale».

Il peccato di negligere, tra colpe e responsabilità

Michela Murgia conclude il suo libro Stai zitta conclude dicendo che il nostro momento storico vive diverse tragedie. In particolare una delle più gravi è la tragedia semantica – la sottovalutazione dei nomi di cose, fatti, fenomeni – che porta di conseguenza a una grave tragedia etica, poiché sbagliando nome si sbaglia di conseguenza anche l’approccio morale.
Afferma infatti che nominando la realtà in un certo modo, ed è quella realtà che poi finiamo per abitare. In quella attuale, la praesentia è l’aspetto più chiaro ed evidente dei rapporti tra i due sessi. Domandarsi e ricercare la presenza delle donne nel dibattito pubblico, a cui viene data la possibilità di esprimersi e soprattutto di rappresentare per essere rappresentate, dovrebbe essere parte integrante di un lavoro quotidiano, affinché si possa iniziare una riflessione sui gap di possibilità e sul cambiamento necessario.
Fin troppo spesso le voci delle donne sono assenti, coperte da voci di uomini che si prendono l’incarico di parlare al loro posto, che pensano di conoscere di più, saperne di più; che non accettano e guardano con insolenza e fastidio l’espressione verbale di una donna, che solo perché, in quanto tale, non viene presa alla pari di un collega di sesso maschile.
La leadership spesso viene attribuita all’uomo perché leadership significa potere, potenza quasi muscolare, comando. La donna, invece, viene posizionata all’interno di una serie di ruoli di servizio, di subordinazione. Nei casi fortunati, invece, in cui viene messa a capo di un gruppo il suo ruolo ha un retrogusto di maternage – una capo-mamma apprensiva e dolce che perdona e viene incontro ad ogni esigenza del dipendente uomo e gli concede ampio spazio di libertà e indulgenza.
La scrittrice nigeriana Chimimanda Ngozi Adichie spiega, tramite un doppio binario ermeneutico, il problema culturale dell’utilizzo di terminologie adattate a seconda del sesso: «un uomo è sicuro di sé, una donna arrogante. Un uomo potente, una donna prepotente».
Le donne, se prendono parola in pubblico e sono attive e critiche nel sociale, vengono attaccate per il metodo: non vanno bene le modalità con cui si è in disaccordo. Il tone policing in contrasto con un uomo, il ribattere, la terrorizzazione sulla solitudine e sull’abbandono sociale nei confronti di quelle che parlano, sono critiche e razionali. Troppo, per poter avere accanto qualcuno.
Oggi una delle lotte più importanti riguarda lo sradicare uno degli strumenti più pericolosi e illusori del patriarcato: il favoreggiamento di certe donne, permettendo loro di ricoprire ruoli apicali, di apparente potere, dimostrando loro che possono ottenere più da sole che in alleanza con altre donne, enfatizzando ed esasperando la conflittualità interfemminile. Un vertice che ha come scopo quello di evocare l’utilità e indispensabilità della donna in quanto ancilla-alter ego di chi comanda, un ologramma illusorio, non la verità reale. «Se serve solo a te, non è femminismo, il potere va usato con, non contro le altre» questo suggerisce Michela Murgia.
Un’altra lotta ancora riguarda la responsabilità etica degli uomini nei confronti della posizione privilegiata in cui si trovano. Una lotta che deve avvenire con una presa di coscienza da parte di quegli individui di sesso maschile che non sentono propria la colpa poiché credono di comportarsi in modo corretto. In effetti non è colpa del maschio trovarsi nella naturale posizione di privilegio fin dalla nascita. Ma sta all’uomo responsabile aiutare e favorire un approccio differente, non restare in silenzio quando si presentano situazioni di violenza verbale o fisica. Sta all’uomo responsabile cercare di favorire un ambiente critico nei confronti delle policy che lo favoriscono (in quanto uomo). Sta all’uomo capire e comprendere che usare il proprio privilegio a favore di altre persone, niente meno che l’altra metà demografica del mondo, sarebbe utile e necessario, poiché sono passati già troppi secoli di prepotenza innata. Se gli uomini non prendono in carico la propria responsabilità, restando indifferenti, la battaglia delle donne resterà relegata al proprio sesso, e non all’umanità stessa.

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