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La cura del corpo

In Italia le persone in cura per disturbi alimentari oggi sono 3 milioni e mezzo. Sono numeri più che raddoppiati negli ultimi anni. “Ultracorpi” è un libro che racconta cosa siamo disposti a fare per arrivare alla perfezione corporea che sogniamo.

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C’era una sola cosa che era chiara a tutti quando frequentavo la mia prima scuola di danza. La prima fila, il posto migliore, non era destinato alla più brava. Era un discorso che sembrava complesso per una bambina di sette anni: c’erano fattori non controllabili che incidevano sulle scelte – apparentemente oculate – della maestra.
Sì, dovevi anche essere brava, ma non era ciò che contava.
A contare erano le gambe snelle, la vita stretta, il collo lungo, le mani affusolate, la bella figura

È da qui che scaturì un violento litigio con la mia migliore amica del tempo: lei faceva danza da più anni di me, ma era più in carne, più rotondetta – come diceva la maestra.
Io, invece, ero arrivata da poco, eppure mi ero già conquistata l’agognata prima fila perché ero uno spaventapasseri – come mi aveva detto lei litigando. 

 

Non ho mai capito a fondo il perché del mio conflittuale rapporto con il cibo durante l’infanzia, ancora prima di iscrivermi a danza. Tutti i miei parenti, guardandomi a pranzo, non perdono occasione di sottolineare la distanza tra la me-di-adesso (che mangia senza problemi) e la me-di-prima (che fingeva di finire la propria porzione, nascondendo abilmente il cibo in un fazzoletto di carta per poi buttarlo in un secondo momento).
Non mangiando nulla se non l’indispensabile per non svenire (e a volte nemmeno quello al punto da essere stata in ospedale svariate volte), la magrezza è stata la mia caratteristica principale da bambina. Il punto è che quella qualità, vista così male soprattutto dalla mia ingombrante famiglai del sud, era diventata la mia carta vincente una volta iniziata la scuola di danza. 

Ho cominciato, quasi senza accorgermene, a coltivarla e a prendermene cura, nel terrore che un boccone di troppo mi avrebbe resa come gli altri e quindi non più meritevole della prima fila. 

 

Ho praticato danza classica per quindici anni e per svariato tempo ho creduto ne avrei fatto una professione. Fino ai quattordici anni ho fatto al mio corpo di tutto pur di tenerlo sotto controllo, di modellarlo affinché fosse sempre conforme a quella bella figura voluta dalla mia prima insegnante. 

Mangiare, sempre meno.
Allenarsi, sempre più.
Quando, con l’adolescenza, il mio fisico da esile e longilineo ha lasciato il posto a un più prosperoso corpo da donna, avevo seriamente preso in considerazione una chirurgia per ridurre il seno, consapevole che le mie forme mi sarebbero state d’intralcio. Per una serie di “piccoli equivoci senza importanza” ho cambiato scuola di danza, incontrando un’insegnante che mi avrebbe permesso di risolvere il rapporto d’amore tossico che si era sviluppato con questa disciplina.

La mia è una storia a lieto fine, ma non è una storia tanto diversa da quella che ho condiviso con altre ballerine e che accade, ancora oggi, a chi pratica sport e non solo.

Sarebbe ridondante ricordare che con l’avvento dei social media, ancora più di quanto non  facessimo in passato, siamo sempre più ossessionati dal nostro fisico. Perennemente alla ricerca della bella figura da noi sognata, modelliamo il nostro corpo: lo smantelliamo passo dopo passo, distruggendolo e cambiandolo a nostro piacimento, ferendolo – a volte – oltre il necessario, rendendo impossibile tornare indietro.  

In Italia le persone in cura per disturbi alimentari oggi sono 3 milioni e mezzo. Sono numeri più che raddoppiati negli ultimi anni. Infatti, nel 2019 i nuovi casi di DCA (Disturbi del comportamento alimentare tra cui anoressia, bulimia, binge eating) erano 680.569, nel 2020 sono stati 879.560, poi 1.230.468 nel 2021 e nel 2022 sono arrivati a 1.450.567.
Il 2023 ha visto 1.680.456 nuovi casi.

Una stima in un’interrogazione presentata al parlamento europeo parla di 20 milioni di persone colpite in Europa. Studi epidemiologici internazionali –  si legge sul sito del ministero della salute – hanno rilevato un aumento dell’incidenza nelle ragazze, tra i 12 e 25 anni. In occidente, sempre citando i dati sul sito del ministero si evidenza che: l’incidenza dell’anoressia è di 4-8 nuovi casi per anno su 100.000 individui, l’incidenza della bulimia di 9-12 nuovi casi su 100.000 individui, con un’età di esordio tra i 10 e i 30 anni, e un’età media di insorgenza di 17 anni.

È importante tenere a mente tutte queste cifre, senza dimenticarsi cosa stanno a significare. Quello che si cela tra il numero e la persona, tra la rappresentazione grafica a fini statistici e una vita vera, unica, calata nella nostra contemporaneità, lo racconta Francesca Marzia Esposito con Ultracorpi.

Non è la prima volta che l’autrice ne parla: lo aveva fatto con Corpi di ballo, un libro proprio dedicato al rapporto deleterio che, a volte, si viene a creare tra danzatrici e corpo.
In questo nuovo testo, spaziando tra il mémoire e la saggistica, l’autrice costruisce una mappa dell’immaginario legato al corpo e alle sue trasformazioni, appoggiandosi a vicende esemplari come quelle di Ronnie Coleman, Arnold Schwarzenegger e Iris Kyle per il body building; Carla Fracci, Rudolf Nureyev e Roberto Bolle per la danza. Queste vicende si intrecciano con la storia con la quale si apre il racconto: quella della stessa autrice – anche lei ballerina che ha costretto il suo corpo a modifiche impossibili – e quella del fratello, bodybuilder. È nel contrasto tra due corpi così diversi e distanti per obiettivo che si comprende il vero dramma della nostra quotidianità; la richiesta insensata che facciamo a noi stessi e che ci sforziamo, in ogni modo, di soddisfare. Da un lato un corpo minuscolo e fragile, dall’altro un corpo ingombrante, massiccio; come scrive l’autrice sono «due corpi corazzati in modi diversi che proteggono la stessa debolezza». 

Si tratta di due figure che cozzano a immaginarli insieme ma che in queste pagine permettono di catturare a pieno tutto ciò che si affronta quando si soffre di un disturbo del comportamento alimentare. Fragilità, disagi, voragini interiori, solitudini – tutto ciò cova una malsana ossessione per quella che ci piace definire perfezione e che il virtuale esaspera. 

Il testo è denso e ricco di rimandi, citazioni, esperienze personali e altrui, ma è tenuto assieme da una prosa che scorre veloce, leggera, pur sapendo dove colpire con parole efficaci. A poco a poco si materializzano i corpi che odiamo e i corpi che vorremmo, pagina dopo pagina, si impara a fare pace con se stessi (o almeno ci si prova), accogliendo e apprezzando il proprio fisico. Francesca Marzia Esposito offre un testo non scontato ed esemplare perché parla, senza giri di parole, di tutto quello che comporta odiare la propria figura e cercare di scolpirsi a proprio piacimento, con tutti i rischi del caso. Nel suo libro traspare, senza filtri, il rancore che si cova verso i propri geni, per non essere stati clementi con noi, per non aver seguito l’immagine che ci era comparsa così bella e nitida in mente. Prendersi cura della propria persona o abbatterla e ricostruirla: il dilemma è semplice in teoria, ma la pratica dell’autodistruzione è tanto affascinante quanto impervia.  Mentre ambiamo a un corpo, ce ne ritroviamo un altro. Cosa farcene e come trattarlo è una delle cose da imparare mentre si sta in vita.

di Sara Paolella (Sara Paolella)

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