C’è una cosa che continuo a pensare mentre ascolto Seun Kuti rispondere alla mia prima domanda, ed è che la canzone di cui stiamo per parlare, in un certo senso, non gli appartiene più. Non ancora del tutto, almeno. Na Dem è nata come un freestyle, una deviazione improvvisa dentro un set del Coachella 2025, ed era bastato lo schermo di un telefono a registrare, lasciare al web e far sì che il successo moltiplicasse il momento fino a farlo diventare uno degli attimi più condivisi della stagione festivaliera. Tutto questo prima ancora che esistesse come traccia. «Quando la canzone è diventata virale ero felice, lo ammetto», mi dice. «Credo che le persone debbano poter accedere alla musica senza tutte le formalità a cui siamo costretti oggi. E poi, non capita tutti i giorni che una canzone politica catturi la coscienza della gente in questo modo».
Na Dem, in pidgin nigeriano, significa più o meno sono loro. È un atto d’accusa diretto, rivolto a politici, governatori, funzionari pubblici, pastori, uomini d’affari, poliziotti, militari: la classe che Seun Kuti individua come responsabile dello stato in cui versa il mondo. «Volevo scrivere una canzone che identificasse con precisione il gruppo di persone che ritengo più responsabile della situazione in cui ci troviamo come esseri umani oggi», spiega. Non è una posizione improvvisata. C’è dietro una convinzione di lunga data nella coscienza di classe, nella necessità che il mondo del lavoro confronti apertamente quello della ricchezza. «Penso che debba esserci un momento in cui la working class confronta i ricchi di questo mondo. E noi, attraverso la musica, possiamo iniziare quella conversazione».
Su Na Dem ha lavorato con Tom Morello. In passato ha registrato con Brian Eno, con Lenny Kravitz – produttore esecutivo del suo ultimo album, Heavier Yet (Lays the Crownless Head) – e con Robert Glasper. Gli chiedo se questa scelta di nomi, sempre fuori dal recinto stretto dell’Afrobeat, sia anche una scelta politica, un modo per portare il genere a un pubblico che altrimenti non lo incontrerebbe mai. Lui sposta leggermente l’accento. «Scrivo sempre tutte le mie canzoni da solo. Ma quando si tratta di registrare sono felice di avere accanto qualcuno con più esperienza di me, qualcuno che ascolta la musica, che può aggiungere, espandere, mostrarmi cose che mi sono perse. La maggior parte di queste persone non sono solo famose ma sono grandi musicisti. Portano la loro musicalità, il loro stile, per aiutare il suono a completarsi».
È un’idea di collaborazione che rispecchia un’idea più ampia, quasi sindacale, di come si costruisce il cambiamento: nessuno fa tutto da solo, e ogni mestiere ha un compito specifico. «La musica, come ogni cosa nella vita, è politica. Non esiste niente che possiamo fare in questo mondo che non lo sia», dice, chiudendo sul nascere ogni obiezione su quanto sia legittimo mescolare arte e impegno. «Credo che il mondo possa essere migliore. È da lì che vengo, è la mia scuola di pensiero. E uso la mia musica come contributo a quell’idea». Ma è attento, e questo mi sorprende, a non sopravvalutare il proprio ruolo: «Non penso che la musica da sola possa rendere il mondo migliore. Può ispirarlo a esserlo. Ma gli avvocati devono credere nella giustizia, i giudici devono credere nella giustizia, i giornalisti devono credere nel dire la verità, i professori devono credere nella conoscenza, i medici nel benessere delle persone, gli ingegneri in un mondo più sostenibile, che rispetti la natura». Ognuno con la propria competenza, ognuno con la propria responsabilità, in attesa – dice – «di un momento in cui la coscienza di tutti si allineerà verso il miglioramento del pianeta. Non abbiamo scelta. Credo che sarà la natura stessa a costringerci».
Il messaggio che vuole che la sua musica trasmetta, dice senza esitazioni, è quello della liberazione. «L’umanità può liberarsi, può affrancarsi dall’indottrinamento e dalla narrazione delle élite. Dalla narrazione dello sfruttamento, della dominazione. Possiamo liberarci da quella narrazione. C’è un altro modo, può esserci un modo migliore. Questa non può essere l’unica strada». È a questo punto che gli faccio la domanda che mi porto dietro da prima ancora di iniziare la chiamata, quella sulla rivolta, sul mettere in discussione l’ordine costituito per le strade. «Non credo nemmeno che dobbiamo essere così riot». Continua, più articolato. «Penso che dobbiamo organizzarci, costruire organizzazioni politiche forti che portino avanti agende politiche diverse per il miglioramento dell’umanità. Non credo nella protesta né nella rivolta e soprattutto non credo nell’anarchia. Non sono un anarchico. Sono un socialista rivoluzionario, se devo definirmi così». Rivoluzione sì, rivolta no: è la differenza tra il caos e la struttura, tra l’esplosione di rabbia e la costruzione lenta, paziente, di un potere collettivo organizzato.
Quella struttura, dice, la vede già accadere ai suoi concerti. «È quello che mi dà più speranza: quando suono in giro per il mondo, vedo la convivenza di persone diversissime tra loro che condividono la stessa visione». Cita l’Australia, il pubblico misto di nativi, europei, immigrati africani e asiatici. «Non sono tutti musicisti. Alcuni sono avvocati, studenti, insegnanti, giornalisti. Credo che condividiamo, almeno in parte, una certa intersezionalità nelle nostre esistenze, che ci eleva e ci convalida a vicenda nell’idea che possiamo essere migliori, che esiste un modo diverso in cui il mondo può essere».
Da qui nasce anche la riflessione sul suo ruolo culturale, su un genere che porta con sé una storia politica lunga e complessa, spesso sconosciuta a chi lo scopre solo oggi attraverso un video virale o un festival. «In molti dei posti dove vado, quello che faccio è completamente nuovo. Sto aprendo una nuova finestra nella coscienza delle persone», dice, definendosi più cultural ambassador che semplice musicista. È un lavoro reso necessario, sostiene, da un mondo che, nonostante tutti i suoi progressi tecnologici, resta profondamente alienato da ciò che non conosce o che è diverso da sé. Da lì parte un’analisi più ampia, quasi un atto d’accusa contro la narrazione contemporanea della crisi: «Possiamo vedere, oggi, l’attacco delle élite contro i più vulnerabili della società. In tutto il mondo gli immigrati vengono incolpati del collasso dell’economia globale, come se avessero rubato e nascosto tutti i soldi del mondo nelle loro tende, nei loro piccoli appartamenti. E i miliardari, in tutto questo, non avrebbero alcuna responsabilità». Il problema, sostiene, è la perdita di coscienza di classe: quella che permise ai movimenti sindacali, al lavoro organizzato attraverso le frontiere internazionali, di conquistare le libertà che oggi diamo per scontate. «Abbiamo perso quella conoscenza. E ognuno pensa di essere protetto nel proprio piccolo spazio, convinto che basti escludere chi non gli somiglia per stare meglio. È la bugia che le élite diffondono oggi in tutto il mondo».
Gli chiedo, allora, come si possa recuperare quella coscienza perduta. Penso che mi risponderà con un programma, una lista di azioni. Invece ribalta la domanda. «Penso che la coscienza, di qualunque tipo, non sia qualcosa che si va a riprendere. Sei tu che verrai trovato da lei. La vita ci insegnerà sempre la lezione che noi rifiutiamo di imparare da soli. Non ho paura di questo. Penso che la vita insegnerà di nuovo agli esseri umani la lezione che devono imparare».
Riattacco e ripenso a Na Dem, al modo in cui è arrivato a tutti prima ancora di essere pubblicato, sfuggito al controllo del suo stesso autore per arrivare comunque a chi doveva arrivare. Forse è proprio questo che intende Seun Kuti quando dice che la coscienza non si cerca, ma si lascia trovare: non si possiede mai del tutto, né una canzone né un’idea politica. Si mette in circolo, senza permesso, e si spera che trovi, prima o poi, chi ne ha bisogno.
