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“La bella estate” e la scoperta di sé

Cesare Pavese racconta il desiderio femminile

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Il 9 marzo del 1940, Cesare Pavese appuntava nel suo diario «Se una vita libera assolutamente da ogni senso di peccato fosse realizzabile, sarebbe vuota da far spavento». Quel marzo del 1940 è il periodo in cui inizia a prendere forma La tenda, la bozza prima di quella che poi sarà La bella estate

Pubblicata come una raccolta di tre romanzi brevi, ovvero quello che ne dà il titolo assieme a Il diavolo tra le colline e Tra donne sole, viene da lui descritta come un «clima morale, un incontro di temi, una temperie ricorrente in ciascuno dei vari intrecci e ambienti è quello della tentazione, dell’ascendente che i giovani sono tutti condannati a subire. Un altro è la ricerca affannata del vizio, il bisogno baldanzoso di violare la norma, di toccare il limite. Un altro, l’abbattersi della naturale sanzione sul più colpevole e inerme, sul più “giovane”».

Si tratta di un’opera in cui Pavese ha uno sguardo decisamente improntato sul femminile: la critica concorda nel vedere gli unici personaggi compiuti dell’autore come le donne descritte nelle sue storie. Nella raccolta ci si ritrova davanti a una moltitudine di donne che attraversano i suoi racconti ma che soprattutto ne La bella estate spiccano per caratterizzazione, come appunto Ginia o Amelia. Come tutte le storie di Pavese, anche questa è una storia semplice: Ginia è una giovane che si è appena trasferita a Torino dalla campagna. Come tutte le ragazze della sua età vorrebbe innamorarsi, e trova il suo uomo in un giovane pittore. A condurla alla scoperta degli ambienti artistici della Torino bohémien è Amelia: poco più grande, sensuale e provocante, è diversa da tutte le persone che abbia conosciuto in vita sua, e pronta a scuotere le sue certezze.

 

Pavese riesce a tracciare il ritratto di due protagoniste diversissime tra loro che esprimono fasi diverse della femminilità: la esprimono con occhi e parole distinti, ma capaci di incastrarsi alla perfezione. Già la critica del tempo aveva ritrovato nella Ginia di Pavese il suo «personaggio più poetico» e la «ragazza che affronta coraggiosamente quella che sarà la propria sconfitta». Di quel «pudore e naturalità di Ginetta» del quale si parlava all’uscita del romanzo breve, non poteva che farsene interprete Yile Yara Vanello. Dagli occhi grandi da bambina al corpo diafano: tutto in lei si sposa con l’idea pavesiana di Ginia. Riesce così a creare un personaggio credibile, carico di voglia di scoprire il mondo e di distaccarsi dall’abitudinario, ma che con uno sguardo di smarrimento è capace di manifestare quelle punizioni lessicali che Pavese le infligge nel testo, definendola «stupida» o «scema». La Vianello è in grado di rappresentare con brutalità e grazia lo spaesamento di Ginia nel mentre si trova in situazioni che non le appartengono, rendendo evidente l’acuta percezione del giudizio degli altri che passa in primis attraverso il modo esasperato che Ginia ha di sentire su di sé lo sguardo altrui, in particolare lo sguardo del maschile sul femminile.  

 

Il romanzo si apre così:

A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e attraversare la strada, per diventare come matte, e tutto era bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che succedesse qualcosa, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, o magari venisse giorno all'improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare fino ai prati e fin dietro le colline

Già dall’incipit si evincono figure chiare, decise: Pavese descrive quella festa che è la fine dell’adolescenza e l’inizio di un’età più adulta, matura. Un’età spasmodica, fatta di divertimenti e di una notte che va divorata mentre si è giovani e inesperte. Nell’apertura c’è tutta la smania dello scoprirsi femmine e di esplorare la vita sentimentale e sessuale.  La bella estate consiste in un elemento quotidiano, materiale, che si carica di un «persistente significato immaginoso – una realtà segreta che affiora» come scrive ne Il mestiere. Quindi, la tenda dietro la quale Ginia ha il suo primo rapporto ma viene anche spiata mentre posa, diventa l’elemento su cui si insiste in modo ossessivo nel racconto perché richiama i suoi temi fondamentali, cioè la perdita dell’innocenza e soprattutto la contrapposizione tra il guardare e l’essere guardati; tra il desiderare e l’essere desiderati, superando anche il “muro” dell’amicizia e trasformando il rapporto tra le due donne in uno sfumato e continuo volersi, più forte e sincero rispetto a quello con gli uomini. 

Se Pavese è un grande autore, lo è perché riesce a scandagliare nel dettaglio e in ogni sfaccettatura quei temi che per altri resterebbero confinati nella loro versione più semplice. Con l’analisi del desiderio femminile de La bella estate, Pavese non intende fermarsi alla mera questione della sessualità, della scoperta del corpo e dunque di un piacere che sembra “troppo” e che pare non appartenere alla sua amata gente di campagna, fatta solo per conoscere la fatica. Con quel desiderio femminile, Pavese arriva proprio a raccontare la distanza che si cela tra due mondi: quello dell’innocenza, della semplicità e della modestia di Ginia; contrapposto a quello della sensualità, dell’eleganza e della seduzione di Amelia. Ciò che riesce a fare è descrivere il desiderio di affermazione, di ascesa sociale e soprattutto il grande dramma della gioventù: il desiderio di sentirsi parte di qualcosa più grande di noi.
Riuscire a convogliare tutto ciò in un lungometraggio non è semplice, ma Laura Luchetti crea un film delicato, che addolcisce la ruvidità della prosa pavesiana, dando finalmente “spazio” e “aria” a quei periodi brevi e icastici del romanzo. Presentato all’ultimo Festival di Locarno, “La bella estate” è prodotta da Kino Produzioni con 9.99 films e Rai Cinema, mentre la distribuzione è di Lucky Red.

Anche la fotografia, curata da Diego Romero Suarez Llanos, contribuisce a rendere in maniera più vivida quel 1938 nel quale si muove la scena. La stessa Yile Yara Vianello, che interpreta Ginia, mi confida che la sfida più grande è stata proprio quella di «assumere atteggiamenti e comportamenti propri di una donna di quegli anni». Per quanto riguarda il personaggio, mi dice che era già nelle sue corde. «Ho preso molto dalla mia adolescenza: anche io ero sensibile e ho trasmesso questo tratto al personaggio di Ginia, che mi è sembrata una persona che pensa tantissimo, riflette ed è molto empatica rispetto a quello che le succede intorno. L’ho voluta rappresentare così».

Nel complesso si assiste alla nascita di una riscrittura intelligente e sentita dell’opera pavesiana, capace di esplorare il passaggio da adolescenza  a maturità tramite la nascita di un desiderio non solo sessuale ma anche – e soprattutto – intellettuale. Lo scontro tra i due mondi è quello del binomio campagna-città che attraversa tutto Pavese e che qui si manifesta nella noiosa e semplice solidità morale campagnola, contrapposta alla libertà di una borghesia che gioca a fare l’intellettuale bohemien tra infinite sigarette e bicchierini di assenzio. 

Ginia viene presto inglobata in questo selvaggio bosco urbano e desidera far parte della vita sregolata e instabile a punto tale da sacrificare tutto ciò che le è di più caro: se stessa. L’abbandono della propria identità avviene allo stesso modo in cui ci si sfila un  vestito fatto su misura per indossare panni altrui. Ginia, che fa la sarta, sa bene l’importanza di questi gesti ma disperata cerca comunque di appropriarsi di posture non sue. È il caso della scena in cui implora Guido di dipingerla nuda, così come fa con Amelia. Nel lungometraggio il passaggio viene reso alla perfezione, con il corpo delicatissimo di Yile Yara Vianello, che sotto lo sguardo predatorio di Amelia (Deva Cassel) e Guido (Alessandro Piavani), resta lì a posare, cercando di superare un imbarazzo e una vergogna che si abbattono violenti su di lei quando si rende conto che c’è un occhio terzo, al quale non era stato concesso il permesso di guardare, che spia da dietro a una tenda. 

Ginia scappa, coperta di vergogna. Pavese scrive «era lei che aveva voluto far la donna e non c’era riuscita» e il senso del romanzo è in questa riga, nel suo tentativo di crescere prima del tempo, di fare qualcosa che non le appartiene ma che sente e vuole per sé: essere grande, appagare quel desiderio di seduzione, femminilità e indipendenza. Si ritorna così a quel peccato, quel senso di colpa che si era visto all’inizio, in uno dei tanti appunti del suo diario. L’idea del desiderio in Pavese è un qualcosa che torna spesso, anche strettamente legato al senso di colpa. Il rapporto cervellotico tra il desiderio di qualcosa e il l’aspettativa di essere puniti  è un concetto che in tutta l’opera di Pavese è onnipresente e che lo costringe a porre i suoi personaggi davanti alla disillusione, davanti all’amara verità che la vita sembra in festa – proprio come in quell’incipit gioioso – ma che nasconde qualcosa di torbido e faticoso, sempre. 

In quella fatica però, ci può essere una via di mezzo, una soluzione diversa: il romanzo si chiude con le due che si ricongiungono e che si lasciano alle spalle la loro bella estate (assieme agli uomini che l’hanno abitata) e che da sole si dirigono al cinema. Un’immagine finale potente e simbolo di un’autonomia femminile capace di far sì che le due protagoniste possano lasciarsi alle spalle gli uomini che hanno abitato quell’estate e loro sguardo cupo, imperante, predatorio; sostituito dallo sguardo coraggioso di chi sa che «Quando tutto è perduto si ritrova noi stessi». 

di Sara Paolella (Sara Paolella)

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