Anche quest’anno non puoi cambiare. Stessa spiaggia, stessa concessione balneare. Come ogni estate, da molti anni a questa parte, le concessioni balneari diventano un tema rovente del dibattito pubblico. In soldoni, il motivo è che lo Stato italiano ha difeso per anni l’interesse dei balneari a ricevere concessioni demaniali senza passare per dei bandi pubblici.
L’UE ha più volte bacchettato i governi italiani su questo punto, ma oggi la decisione sembra inevitabile: niente più concessioni alle solite imprese. In questi ultimi mesi, i balneari hanno deciso di organizzare degli scioperi contro l’attuale governo Meloni, colpevole, secondo loro, di non aver tutelato abbastanza un settore che dà lavoro a tante persone. Dall’altro lato una grande mobilitazione del mondo dell’associazionismo sembra aver bucato la bolla, sensibilizzando e attivando maggiormente l’opinione pubblica sul tema.
La questione balneari è un chiaro esempio di corporativismo così radicato tale da imporre gli interessi di pochi a scapito della collettività. Continuare a parlarne andando oltre alla stagionalità del tema potrebbe aprire un sano dibattito sulla tutela – e fruibilità – dei beni e servizi pubblici nel nostro paese, e farlo contagiando anche altri settori.
Tutto inizia nel 2006
Ma facciamo qualche passo indietro. A livello giuridico, la questione delle concessioni balneari è un vero e proprio ginepraio. Tutto comincia nel 2006, quando entra in vigore la direttiva Bolkestein, che sulle spiagge obbliga i membri UE ad assegnare le concessioni balneari tramite una procedura pubblica aperta.
Lo scopo è quello di far competere liberamente le imprese balneari per l’affidamento delle spiagge. Il principio economico alla base è che un mercato concorrenziale porta prezzi più vantaggiosi al consumatore, in questo caso al bagnante. Tuttavia, l’Italia viene meno a quest’obbligo, con un’inadempienza portata avanti da tutti i governi dal 2006 fino a oggi.
Anziché far competere le imprese, lo Stato italiano ha via via approvato delle proroghe per rinnovare le concessioni sempre agli stessi gestori. La proroga più recente è quella del governo Meloni, che fissa al 31 dicembre di quest’anno l’ennesima data di scadenza di questo mercato chiuso.
Nei confronti dello Stato italiano, l’anno scorso l’UE ha avviato una procedura d’infrazione sulle concessioni balneari. Anche il Consiglio di Stato ha riconosciuto con una sentenza il contrasto tra la normativa interna e i principi europei, chiedendo alle amministrazioni pubbliche di disapplicare le proroghe alle concessioni.
L’operato di Mare Libero
Di fronte a questo stallo che dura da anni, la società civile ha risposto con una mobilitazione partita dal basso. Nel 2019 nasce a Firenze il Coordinamento Nazionale Mare Libero con lo scopo di unire persone e associazioni per la liberazione delle spiagge dalle concessioni balneari illegittime.
Mare Libero ha dei comitati operativi in quasi tutte le regioni italiane bagnate del mare – fanno eccezione soltanto la Sardegna, la Basilicata e il Molise. Citando il Manifesto per il Mare, carta dei valori e manifesto politico del coordinamento, lo scopo è quello di abbattere il «lungomuro» che sottrae il mare ai cittadini.
Sotto questa spinta, con l’inizio della stagione balneare da sei anni Mare Libero organizza la Presa della Battigia, invitando i cittadini a occupare liberamente le spiagge attrezzate, dove gli stabilimenti operano in modo illegittimo con le concessioni scadute. Non si tratta di una manifestazione e non deve essere autorizzata dalla questura, perché si tratta di una semplice giornata al mare che viene documentata dal punto di vista informativo e giornalistico. Gli attivisti hanno steso i loro asciugamani su molte spiagge in questa stagione balneare: Pisa, Ostia, Napoli, Rimini, giusto per citarne alcune.
Scomodo ha intervistato Agostino Biondo, segretario e membro del direttivo di Mare Libero: «All’associazione per il mare libero sul litorale romano mi sono avvicinato tra il 2013 e il 2014, quando con “Mafia Capitale” emerse il problema delle concessioni».
In provincia di Latina, infatti, la Dia – Direzione Investigativa Antimafia – ha constatato che alcuni imprenditori coinvolti nelle vicende giudiziarie potevano contare sull’appoggio di amministratori locali per tutelare i propri interessi nella gestione delle spiagge. In merito alle azioni di Mare Libero, Agostino aggiunge: «Ci teniamo a specificare che il nostro operato non sia definito come una protesta o un’iniziativa, perché noi ci limitiamo a esercitare un diritto. L’idea di fondo è che tu puoi andare al mare con il tuo asciugamano».
Di fronte alle discese in spiaggia, i lidi non sempre hanno risposto con le buone. Qualche volta, per gestire la reazione dei proprietari, è stato necessario l’intervento delle forze dell’ordine per calmare le acque. Uno dei rischi è quello di essere sanzionati da un funzionario delle forze dell’ordine: in quel caso è importante chiedere il suo nome per poter impugnare la sanzione, essendo contraria al diritto europeo.
In altri casi la reazione è stata molto più violenta, come l’episodio avvenuto a luglio sulle spiagge al Circeo, dove gli attivisti sono stati presi a insulti, sputi e minacce dal personale degli stabilimenti balneari. «Dai bagnanti degli stabilimenti riceviamo al massimo indifferenza ma anche degli apprezzamenti. A livello social il riscontro è assolutamente positivo, nonostante il contraltare forte e organizzato fatto dai balneari», racconta Agostino.
Trattamento simile è stato riservato anche al segretario dei Radicali Italiani, Matteo Hallissey, e allo streamer Ivan Grieco, che lo scorso giugno hanno steso liberamente i loro teli mare in uno stabilimento di Ostia: un dipendente del lido ha reagito in modo acceso, agitando pure una fotocopia della concessione fatta dal Comune di Roma; nonostante i toni, le minacce del dipendente hanno portato a un nulla di fatto, come scrive lo stesso streamer romano in un commento sotto al video della protesta: «Non è arrivato nessun carabiniere e nemmeno i gestori del posto».
Alla domanda se siano entrati in contatto con loro, Agostino risponde: «Mare Libero è in contatto con tutte le forze politiche di opposizione, radicali compresi. Non nutriamo alcuna gelosia nei confronti di altri che ci seguono nella nostra causa, e crediamo in una buona dose di disordine per portare avanti questa battaglia».
La politica e gli stabilimenti balneari
Non è andata altrettanto bene ai dodici attivisti che sono stati identificati e poi denunciati dai carabinieri per omesso avviso di manifestazione dopo l’azione al Papeete Beach di Milano Marittima. La scelta della spiaggia non è stata casuale, essendo di proprietà dell’eurodeputato leghista Massimo Casanova.
Ancora più legato alla maggioranza di governo è la vicenda del Twiga a Forte dei Marmi, visto che a novembre del 2022 l’attuale ministra del Turismo, Daniela Santanché, ha venduto le sue quote al compagno Dimitri Kunz d’Asburgo e all’amico Flavio Briatore, lasciando molti dubbi sull’effettiva risoluzione del conflitto d’interessi segnalato dalle opposizioni e dalla stampa stessa.
A maggio scorso, i leader dell’Alleanza Verdi e Sinistra Italiana, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, si sono recati al Twiga per lanciare una proposta di legge per rendere le spiagge dei beni comuni. Hanno fatto notare che con prezzi così alti andare al mare è diventato più un privilegio per pochi che un diritto per tutti. Un altro tema sollevato riguarda la differenza abissale tra i costi delle concessioni e i fatturati degli stabilimenti: i due deputati hanno portato l’esempio del Twiga, che a fronte di 8 milioni di euro di fatturato pagherebbe allo Stato italiano soltanto 21mila euro di canone annuo.
«C’è una volontà politica fondata su rapporti personali tra rappresentanti e balneari. Non se ne occupa tutta la politica ma soltanto chi ne è strettamente interessato. A livello generale, c’è un approccio padronale. Da questo regime di privatizzazione deriva un abuso del concessionario nei confronti della spiaggia. Dal punto di vista fiscale, nessuno controlla e c’è una dinamica di impunità completa», fa notare Agostino.
Tassazione iniqua ed economia sommersa negli stabilimenti
In effetti, il tema delle concessioni balneari solleva diversi problemi legati alla fiscalità, anche perché si tratta di un’attività dai costi minimi rispetto ai ricavi: lo spiega anche Legambiente, che nel Rapporto Spiagge 2024 sottolinea come «specialmente in luoghi particolarmente di pregio, i prezzi applicati dagli stabilimenti permettono ricavi enormi».
La prima spesa è il canone annuale di concessione, che viene aggiornato ogni anno per seguire l’andamento dell’inflazione, e che per il 2024 ha un valore minimo di 3.225,50 euro. Poi c’è la tassa sui rifiuti, che va dai 2000 euro annui per gli stabilimenti più piccoli ai 15.000 annui per quelli più grandi. Infine, i costi di pulizia della spiaggia, di cui lo stabilimento deve farsi carico durante tutto l’anno.
Tolte le spese, uno stabilimento guadagna in media 150 mila euro l’anno, un guadagno che può crescere parecchio in alcune località. Basti pensare che un ombrellone e due lettini in prima fila costano in media 226 euro a settimana.
Un modo di operare poco condiviso fuori dall’Italia, come ci svela anche Agostino: «Spesso leggiamo dei comunicati fatti da balneari in cui dicono che il modello italiano è virtuoso e attira anche persone dall’estero. La nostra associazione però viene contattata da televisioni e testate straniere che non comprendono questo sistema, questo perché all’estero le spiagge privatizzate vengono viste molto male». Una gestione che fuori dall’Italia viene letta come il voler «tenere la cosa in famiglia», citando un articolo pubblicato da poco sul sito del Guardian.
A livello contributivo, invece, gli autonomi degli stabilimenti balneari non stanno benissimo: il 51,4% di loro non raggiunge una sufficiente affidabilità fiscale, secondo i dati diffusi dal ministero dell’Economia. L’affidabilità fiscale si riferisce alla tendenza al nero da parte degli autonomi, e la valutazione è basata su diversi indicatori.
Riprendendo il dato di prima, è ragionevole affermare che più della metà degli autonomi balneari rientra nel sospetto di evadere il fisco regolarmente. Per dire ciò, il Mef stabilisce delle soglie minime da raggiungere nella dichiarazione dei redditi: nel caso degli stabilimenti balneari, una dichiarazione di circa 48 mila euro all’anno è ritenuta affidabile, mentre le dichiarazioni non affidabili si aggirano sui 13 mila euro. «C’è poi un enorme discorso da fare sul lavoro sommerso: evasione fiscale, lavoro in nero e lavoro grigio a livelli imbarazzanti», denuncia Agostino.
Queste problematiche non vanno trascurate, soprattutto perché stiamo parlando di un settore che incide in modo significativo sull’economia italiana: sui 64 miliardi di euro prodotti dall’economia del mare (il 3,7% dell’economia nazionale), gli stabilimenti rientrano in una fetta della torta dal valore di 3 miliardi di euro.
Un altro dato critico riguarda l’importanza del settore in termini di occupazione: nelle circa 6.500 imprese balneari presenti in Italia, nell’80% dei casi l’attività dell’impresa è la principale fonte di reddito familiare per titolare e soci.
Su questo punto, Agostino ricorda una cosa importante: «L’obiezione più grande riguarda le famiglie che prima hanno investito e adesso rischiano di ritrovarsi senza lavoro. La formula per tutelare le famiglie esiste, e si chiama clausola sociale: se tu veramente lavoravi dentro uno stabilimento, allora hai diritto a essere assunto se quella concessione viene trasferita a qualcun altro».
Un mare più popolare
La battaglia per la liberazione delle spiagge significa inoltre proporre una visione alternativa delle coste, anche prendendo altri luoghi come riferimento: «La più simbolica città di mare europea è Barcellona, dove la spiaggia è completamente integrata con la città, viene vissuta come una parte di essa. Si possono noleggiare servizi e strutture, ma non si paga l’accesso alla spiaggia. Al contrario, in Italia abbiamo uno scenario del tutto particolare, almeno in queste proporzioni».
Idee che tuttavia non trovano ancora spazio nell’agenda pubblica, soprattutto a livello amministrativo, come dice anche Agostino: «La regione fa una legge sulla concessione delle spiagge e l’unica cosa che esce dal comunicato stampa è la tutela dei concessionari. Nessuno parla di tutela della costa, dei dipendenti, dei bagnanti, qual è il modello urbanistico adeguato, niente di niente. Si parla solo ed esclusivamente dei balneari».
Al contrario di Mare Libero e affini, che oltre alle concessioni balneari si occupano anche delle rivendicazioni portate avanti dalle comunità locali, una storia emblematica è quella di Palmaria, un’isola posta di fronte al borgo di Porto Venere, in provincia di La Spezia. Palmaria è l’isola ligure più grande e anche l’unica abitata, oltre a far parte del Parco Naturale Regionale di Porto Venere e del sito UNESCO “Portovenere, Cinque Terre e Isole”.
Oggi questo luogo rischia di perdere il suo patrimonio. Tutto nasce dalla decisione dell’amministrazione di stipulare un piano di sviluppo turistico che vuole trasformare l’isola da parco naturale a spiaggia concessa ai privati. Per opporsi a questa decisione, l’Associazione Palmaria Aps e Mare Libero hanno organizzato per la seconda volta un concorso fotografico contro lo snaturamento dell’isola.
La lotta per il mare libero passa anche per la proposta politica di un mare più popolare rispetto a com’è stato finora, ovvero un bene privatizzato da sfruttare economicamente a vantaggio di pochi. Volontà che sono state portate da Mare Libero al Parlamento Europeo, in Commissione Petizioni, quando a fine 2023 il coordinamento si è recato a Bruxelles per discutere della petizione per avere accesso ai dati reali sulle concessioni balneari.
Dopo il recente ultimatum, pare che lo Stato italiano stia finalmente per lasciarsi alle spalle il periodo delle concessioni padronali. Ciò non significa che la battaglia per le spiagge libere sia finita, perché arrivati a questo punto bisogna capire in che modo la politica rispetterà l’impegno di realizzare le procedure aperte di affidamento.
Agostino anticipa già quello che sarà l’operato di Mare Libero nella nuova fase: «Passata questa stagione, Mare Libero si concentrerà sui bandi che alcuni comuni stanno già cominciando a predisporre. Il nostro auspicio è che le spiagge vengano lasciate alla libera fruizione. O comunque che i bandi non avvantaggino i concessionari uscenti, escludendo quindi indennizzi e caratteri premiali per valorizzare l’esperienza acquisita in modo ingiusto».
La Regione Toscana, ad esempio, ha da poco approvato una norma che favorisce le piccole medie imprese balneari e aggiunge un indennizzo per i concessionari uscenti.
Oltre ad avere più tratti di costa di spiaggia libera, l’auspicio è che il passaggio a un mercato più concorrenziale possa favorire i bagnanti con prezzi più convenienti, insieme alla scomparsa di alcune regole controverse nelle spiagge attrezzate, come il divieto di consumare cibo portato da casa. Ma soprattutto il ritorno delle spiagge da bene privato a bene pubblico.