Cerca

Solo di notte

“La Notte nelle scuole” un progetto di Scomodo e Ariete, che indaga la notte come elemento di esplorazione dove si costruisce una parte centrale dell’individuo, attraverso racconti di giovani scrittori e scrittrici under 30 che hanno partecipato al contest “I miei segreti te li dirò di notte”, aperto fino al 10 maggio su scomodo.org/la-notte

Era stata sua figlia, quella grande, a spiegargli che al mondo esistono due tipi di mestiere. C’è il mestiere giusto, quello per cui non serve abbassare la testa o giustificarsi quando capita di parlarne con uno sconosciuto. Rientrano nella categoria: insegnante, medico, avvocato, giurista, impiegato, commesso, ottico e maresciallo. Segue poi un secondo gruppo di mestieri, e dalla definizione aveva capito che comprendeva anche il suo.

Non se l’era presa. Difficilmente se la prendeva, Umberto: schiacciava gli occhi in due fessure e pizzicava le guance della figlia grande anche se lei si lagnava. Capitava che l’altra figlia, quella piccola, gli dicesse: oggi danza inizia alle quattro. Poi non era vero e c’era da alzarsi solo per vederla ridere e scoprire che era uno scherzo, danza era sempre alle cinque ma in quell’ora in più lui le avrebbe comprato il gelato e l’avrebbe portata a vedere il parco dove la notte gli elefanti mangiano le noccioline. Francesca detta Franci rideva più forte dei suoi coetanei e la maestra diceva che era troppo irrequieta, Umberto chiudeva gli occhi in due fessure e rispondeva che ci avrebbero lavorato su. Poi però troppe volte si era distratto ad aiutarla a scegliere i gusti del gelato e di lavorarci su se n’era scordato. Fragola e yogurt, la panna no. Come si dice? No grazie.

Un po’ prima del turno si affacciava nella cameretta e canticchiava: chi di notte bagna il letto, se lo mangia il gabinetto. Gloria aveva sindacato che non era un granché come metodo, anzi, adesso che a Franci erano venuti gli incubi la situazione era peggiorata. Se era troppo stanca lasciava le lenzuola imbrattate nella vasca e se ne occupava lui quando tornava, le mani immerse nel sapone e la sigaretta che pendeva colpevole in direzione della finestra. Aveva notato la buffa coincidenza per cui se c’era da lavare la pipì dalle lenzuola di Franci difficilmente il cielo era pulito.

La sveglia non serviva ma suonava lo stesso.

Due e quarantacinque, martedì.

Gloria si rigira nel letto secondo un meccanismo che Umberto ha imparato a memoria: due sbuffi, spalle contro la parete, una mano fa capolino dalla coperta solo per rimboccarla. «Scusa se ti ho svegliata».

Fine del rito.

Si veste senza bisogno dello specchio, per poco non inciampa nei pantaloni quando si accorge del paio d’occhi che lo fissano dalla soglia. «Franci. Che fai in piedi? Vai subito a letto, fila».

«Voglio vedere i fanti».

Gloria si rigira nel letto, Umberto sospira. «Vieni, andiamo a dormire».

Francesca detta Franci ha il sorriso di chi non ha proprio intenzione di dormire, semmai di discutere con i pupazzi per un altro paio d’ore ed eventualmente farsi la pipì addosso. La cameretta è in perfetto ordine perché Gloria passa le serate a raccattare giocattoli. «Adesso dormi».

«Ma anche io voglio portare le noccioline ai fanti».

«No, amore. Solo i netturbini danno da mangiare agli elefanti».

«Solo i turbini» ripete un po’ prima di chiudere gli occhi. E anche se non lo dice, Umberto sa che per Francesca è il mestiere più forte del mondo.

Dodici minuti di ritardo sull’orologio di suo padre. Umberto ignora i messaggi sul cellulare e apre il portone, c’è una parte del rito a cui si è sempre rifiutato di rinunciare. La sigaretta fumata nel buio appena fuori dall’androne, tra le palpebre chiuse delle persiane abbassate e il rombo dei climatizzatori di condominio. Domani dirà alla figlia grande che non saprà valutare la pressione come fanno i medici, ma è in grado di riconoscere quand’è tempo di cambiare un climatizzatore e quando no.

Arriva in ufficio che il caffè è quasi finito e Ashkan è seduto su una sedia a guardare un video dal cellulare. «Hai studiato?»

Ashkan scopre i denti bianchissimi, che è il suo modo di dire di sì.

Mentre il motore del furgoncino fa vibrare i sedili e i marciapiedi vuoti scorrono fuori dal finestrino come casse automatiche infinite, Umberto pensa a quando Masini gli aveva detto del nuovo collega. «Io con i ragazzini non ho voglia di lavorare. Ma lo parla l’italiano?»

E invece eccoli a condividere la terza sigaretta, l’indice di Ashkan che pigia sul pulsante della radio come un forsennato. «Eccola!»

C’è questa stazione che ogni tanto mette su musica iraniana. Umberto lo guarda tenere il tempo sulla coscia mentre guida senza fretta, per loro la strada libera invece che un lusso è una garanzia. E allora tanto vale godersela. «Te la ricordi?»

Ashkan si rimbocca le maniche gialle fluorescenti, pare uno scolaretto all’esame di terza media. «La nebbia agli irti colli. Piovviddinando sale. Piovigginando. E sotto il maestrale…»

Un silenzio sacro protegge la musica e i versi storpiati di Carducci come una placenta. Umberto un po’ ascolta Ashkan e un po’ pensa alle categorie di cui parlava sua figlia grande. Lancia l’ennesima lattina dentro al furgone e vorrebbe dirle che la notte è fatta per raccogliere i giocattoli, per pulire le stanze in cui gli altri giocheranno.

Risate sguaiate interrompono la conversazione immaginaria. Ashkan smette di recitare Carducci, un lampione illumina i nervi tesi delle braccia con cui stava caricando l’anta di un armadio.

“Raga, stanotte ci sta il poeta!”

Le risate diventano due, poi quattro. Un branco di adolescenti ubriachi. Ashkan mormora qualcosa in persiano e fa per mettersi la mano in tasca, c’è un addestramento che non ti insegnano all’ufficio degli operatori ecologici ma che Umberto gli ha spiegato parecchio prima di Carducci. La notte non giudica, ma di certo non ti dice grazie.

 

Quando Umberto rientra nell’androne, una patina violacea sta già sporcando i marciapiedi. Gloria accoglie il bacio sulla spalla senza distrarsi dalla moka che borbotta.

«È successo di nuovo. Puoi pensarci tu?»

Francesca detta Franci è già sveglia, lo guarda trionfante accanto alla vasca che puzza di pipì.

«Babbo, anche io voglio vedere i fanti».

Umberto immerge le braccia nel liquido giallastro. «Mi dispiace, amore mio. Gli elefanti si vedono solo di notte».

 

di Katherina Ricchi (Katherina Ricchi)

Abbonati

Essere indipendenti è l’unico modo per rimanere trasparenti.
Difendi l’informazione libera, abbonati a Scomodo.

8€ al mese

Sostieni Scomodo

Scegli un importo

Articoli Correlati