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L’Italia ha accordi con Israele anche per l’acqua

Quali sono gli accordi che l'Italia ha con Israele per l'acqua – e chi ci si oppone

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Uno sfondo azzurro con una scritta bianca in primo piano. Recita «Insieme vinceremo», in ebraico. 

È il sito web di Mekorot, un’azienda israeliana di gestione idrica. È una delle più avanzate al mondo in questo campo. Secondo il Ministero dell’energia e dell’infrastruttura di Israele, fornisce ai cittadini israeliani l’80% dell’acqua potabile e il 70% dell’acqua consumata in totale. Diverse fonti mostrano che Mekorot collabora attivamente all’indebolimento della popolazione palestinese, privandole dell’accesso alle risorse idriche della zona.

In Italia, alcune aziende hanno avuto – e in parte continuano ad avere – accordi di collaborazione con la società israeliana. Diversi movimenti però hanno dato il via a manifestazioni per opporvisi.

Un passo indietro

Nel 1982, al simbolico prezzo di uno shekel (valuta israeliana), prende il controllo delle risorse idriche palestinesi, che prima erano gestite dall’esercito israeliano. Mekorot opera varie decine di pozzi in Cisgiordania, principalmente nella regione della Valle del Giordano, che riforniscono la maggior parte degli insediamenti israeliani. Come è stato documentato da diverse fonti, anche israeliane, la gestione dell’acqua da parte di Israele è una delle armi utilizzate per indebolire la popolazione palestinese e avvantaggiare i coloni. 

Secondo un comunicato stampa dell’istituto nazionale di statistica palestinese di marzo 2023, il consumo giornaliero di acqua a persona in Palestina è di circa 86 litri. I dati sui consumi israeliani sono meno chiari, ma le stime più ricorrenti sono di circa 165 litri a testa al giorno in media – altre fonti parlano di cifre ancora più alte. È praticamente il doppio. Secondo le ricerche della ONG israeliana B’Tselem, circa 100mila persone in Cisgiordania non sono nemmeno collegate alla rete idrica e consumano circa 26 litri al giorno a testa. Per avere un’idea di quello che vuol dire, è utile guardare alle raccomandazioni delle Nazioni Unite sul consumo d’acqua. In una pubblicazione intitolata The right to water si legge: «Secondo l’OMS, sono necessari tra i 50 e i 100 litri di acqua al giorno per persona per garantire il soddisfacimento della maggior parte dei bisogni primari e l’assenza di problemi di salute. L’accesso a 20-25 litri d’acqua per persona al giorno rappresenta un minimo, ma questa quantità solleva preoccupazioni per la salute perché è insufficiente a soddisfare i requisiti di base per l’igiene e il consumo». Per determinate categorie di persone, come donne incinte o madri in fase di allattamento, sono necessari anche più di 100 litri al giorno. Per la maggior parte della popolazione palestinese, questo non viene rispettato. 

Diversi report di B’Tselem accusano Israele – e quindi Mekorot – di rifornire d’acqua i coloni israeliani per portare avanti agricoltura intensiva, obbligando i palestinesi ad arrangiarsi con ciò che rimane. Un articolo di maggio 2023 del Guardian conferma questa dinamica, attraverso un’immagine molto indicativa. Mahmoud Haj Mohammed, un agricoltore della Cisgiordania di 32 anni, dal tetto di casa sua indica alcuni ulivi dall’altro lato della campagna. «È facile vedere dove sono i coloni», dichiara Haj Mohammed alla giornalista. «Vedi come sono vicini gli alberi? È perché i coloni hanno accesso alla rete idrica e all’irrigazione. Guarda invece con i nostri alberi, che sono più distanziati e non in file ordinate».

Una delle motivazioni per cui l’accesso all’acqua è particolarmente difficile per le persone palestinesi riguarda i prezzi. Buona parte della popolazione palestinese è di fatto costretta a comprare l’acqua da Mekorot. Secondo un report del centro di ricerca Who Profits risalente a giugno 2023, i prezzi che l’Autorità Nazionale Palestinese deve pagare per ricevere l’acqua da Mekorot sono più del doppio di quelli che pagano le società israeliane di fornitura d’acqua – cioè le compagnie che si occupano di gestire l’acqua in alcune zone particolari, come Tel Aviv o Gerusalemme. 

In Italia, Mekorot ha avviato collaborazioni con almeno due aziende: Iren e Acea.

La lotta che (forse) paga: Iren

Iren è una società nel settore dei multiservizi che si occupa della produzione e distribuzione di energia elettrica, nei servizi di teleriscaldamento e nella gestione dei servizi idrici. Attualmente è controllata al 51% da comuni italiani (principalmente Torino, Reggio Emilia e Genova e poi con quote minori Parma e Piacenza e altre piccole municipalità) ed è quotata in borsa, dunque partecipata anche da azionisti privati.

Il 10 gennaio 2023 Iren ha annunciato la firma di un protocollo d’intesa con la società israeliana. Contattata da il manifesto, la multiutility italiana aveva descritto con queste parole le finalità dell’accordo: «Al momento si parla di gruppi di lavoro che si scambieranno reciproche esperienze, poi potremo partecipare congiuntamente a bandi per finanziamenti europei per l’innovazione. Mekorot ha competenze di gestione dell’acqua in zone di grande scarsità e purtroppo il nostro paese si dovrà abituare a dover gestire situazioni di questo genere».

Come riportato da Il Fatto Quotidiano, nel corso di quest’anno trascorso dalla firma del protocollo, Iren non si è mai pronunciata sulle contestazioni e sulle critiche alla sua decisione. In compenso, la società italiana ha affermato di aver tratto vari benefici dell’accordo con Mekorot, tra cui attività di formazione in campi come le perdite di rete, la qualità dell’acqua tramite sistemi di filtrazione, depurazione, recupero acque reflue e desalinizzazione, nonché cybersecurity.

Questi accordi non sono stati ben accolti da parte della popolazione. Movimenti e associazioni si mossi per far sentire la propria voce di dissenso. In città come Reggio Emilia, Torino, Parma e Genova sono stati organizzati presidi e manifestazioni per spingere le aziende coinvolte con la Mekorot a rompere i protocolli.

 

Da tempo si sono continuamente organizzati presidi e manifestazioni, sempre più partecipati da dopo gli avvenimenti del 7 ottobre e dopo l’inizio dell’offensiva israeliana su Gaza. Il punto di svolta sulla questione è arrivato il 17 febbraio dal sindaco di Reggio Emilia, Luca Vecchi il quale afferma «Iren mi ha confermato che l’accordo con la società idrica israeliana Mekorot è scaduto a fine gennaio e non sarà rinnovato». 

Ciò però non ha dato alcuna certezza che non si possa ripresentare un ulteriore accordo, come ci ha dichiarato Rosa Bartiromo, coordinatrice regionale per l’assemblea di Potere al Popolo Torino «siamo contente e contenti siano scaduti gli accordi, ma nessuno ci dà la certezza che vengano firmati nuovamente e fino ad allora continueremo a manifestare insieme a bds (movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro l’occupazione e l’apartheid israeliane) e le altre associazioni». 

Da tempo infatti movimenti e associazioni politiche insieme a bds si oppongono a questi accordi, dando avvio all’appello “No Iren Mekorot”  in cui, basandosi su documenti di organizzazioni internazionali quali Human Rights Watch e Amnesty International che dichiarano come Israele eserciti un controllo totale sulle risorse idriche palestinesi, chiedevano «a Iren di recedere immediatamente dall’accordo stipulato con la Mekorot» e «ai comuni che hanno partecipazioni azionarie in Iren (Reggio Emilia, Torino, Genova e altri) di attivarsi per fare interrompere l’accordo».

Oltre a movimenti e associazioni, anche tra i comuni ci sono state agitazioni. Il 23 febbraio – quindi dopo le dichiarazioni del sindaco di Reggio Emilia sulla fine degli accordi con Mekorot – il consiglio comunale di Bagnolo, azionista di Iren, ha approvato in maniera unanime una mozione sul tema. L’accusa è che ci sia stata comunque una mancanza di trasparenza che prova a far passare in sordina la cosa. «Per la serie “ciò che è finito non ha più alcuna importanza”», come hanno dichiarato al Resto del Carlino alcuni consiglieri comunali di Bagnolo Viva.

Attraverso questa mozione, il Comune emiliano si impegna a richiedere ad Iren l’apertura di un’istruttoria per verificare se il protocollo Iren-Mekorot rispetti il Codice etico di Iren. Questo infatti vieta «di instaurare trattative o conferire incarichi che possano offendere o che siano contrari ai principi fondamentali alla base del rispetto della dignità umana e nell’impegno a non collaborare con partner, anche internazionali, che violino tali principi».

Il caso ancora aperto di Acea

Acea, acronimo di Azienda Comunale Energia e Ambiente è un’azienda pubblica italiana attiva nel settore ambientale con la gestione dei rifiuti, nel settore energetico con la produzione e distribuzione di energia elettrica e di gas e infine nel settore idrico. È controllata al 51% da Roma Capitale, mentre gli altri due principali soci sono l’azienda francese Suez e l’imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone. 

I primi accordi tra Mekorot e Acea avvengono nel dicembre 2013, undici anni fa. Come si legge su una nota sul sito di Acea, la collaborazione consiste «nello scambio di esperienze e competenze nel settore del trattamento delle acque reflue, nella ricerca di soluzioni comuni per una gestione innovativa e sempre più efficiente delle reti di distribuzione di acqua potabile, oltre allo studio di soluzioni per la protezione e la sicurezza dei sistemi di approvvigionamento idrico». Alla firma dell’accordo sono presenti anche Benjamin Netanyahu e Enrico Letta, all’epoca Presidente del Consiglio italiano.

Negli anni successivi, sia pezzi di politica che movimenti provano ad opporsi a questi accordi. A fine 2013, alcuni consiglieri del Movimento 5 Stelle presentano un’interrogazione al Comune di Roma per chiedere giustificazioni sugli accordi. Tra le persone firmatarie della richiesta figura anche Virginia Raggi, che tre anni dopo sarebbe diventata sindaca di Roma. Nel frattempo, nel corso del 2014 continuano gli appelli e le lettere per chiedere un’interruzione degli accordi. Nuovi appelli vengono fuori nel 2021.

Gli accordi però continuano ad esistere, nonostante una pressione sempre maggiore da parte della società civile.

di Vincenzo Rizzo (Vincenzo Rizzo),Alessandra Pierantoni (Alessandra Pierantoni),Wijdan Zniti (Wijdan Zniti)

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