Andare in Ascolto – cercare la musica nei luoghi in cui nasce

Una conversazione con Filippo Sugar

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In Italia, la musica si fa a Milano. A Milano ci sono le major, le agenzie, i publisher e i media specializzati: per fare musica sembra non ci sia alternativa se non avvicinarti a questo polo accentratore di tutte le energie creative, che ti attrae, ti centrifuga e ti confonde per poi lanciarti fuori in un mercato sempre più contorto e schiacciante. Tuttavia, «l’Italia non è Milano. Non lo è geograficamente, non lo è come popolazione, ma non lo è neanche come gusti, non lo è come cultura», ci racconta Filippo Sugar, presidente e CEO del Gruppo Sugar. Dal 1932, il Gruppo è attivo a livello mondiale in ambito discografico (Sugar Music) e in quello dell’editoria musicale (Sugar Music Publishing), delle colonne sonore per il cinema (CAM Sugar), nella musica classica contemporanea (SZ Sugar) e nella produzione audiovisiva (Sugar Play)

Siamo stati nella loro sede per farci raccontare del progetto Ascolto, un progetto di scouting musicale itinerante, che prevede di «andare in ascolto» nelle province italiane, territori meno battuti dalla discografia e che spesso rimangono ai margini della narrazione musicale. La centralizzazione milanese del mercato musicale non è solo un dato geografico, ma è ormai diventato un meccanismo che seleziona e rischia di filtrare in maniera omologante. Il fatto di recarsi sul territorio, nei luoghi in cui le nuove proposte musicali nascono, intercettandole prima ancora del contatto con le grandi città, può essere un’opportunità per preservare la varietà di sfumature e tradizioni musicali. 

 

I vantaggi di un mercato discografico distribuito

Il rischio di concentrare l’attività di produzione musicale attorno a un unico polo sta nel fatto che questo potrebbe perdere la caratteristica di essere acceleratore di talenti per diventare filtro, selezionando chi sa adattarsi per rientrare in un certo tipo di suono ed estetica. «Non è la città, ma è un po’ il fatto di essere tutti qui: tendiamo a ascoltare cose che ascoltano anche gli altri e di conseguenza c’è il rischio di renderci tutti un po’ uniformi», racconta Filippo. Ci si è resi conto che il diverso, in questo momento, è fuori da Milano: bisogna spostarsi per poterlo intercettare. «La città rimane una grande opportunità di accelerazione – non solo musicale – però rischia di essere omologante». 

Mettersi in ascolto dei contesti di provincia e attraversarli fisicamente alla scoperta di qualcosa di nuovo significa connettersi con il territorio e con la differenze culturali che caratterizzano le periferie italiane, dando anche la possibilità agli artisti locali di non sentirsi dire che è necessario sradicarsi per avere un’opportunità in campo musicale: si può rimanere nel proprio contesto e costruire comunque il progetto musicale. 

Un ecosistema musicale distribuito ha dei vantaggi in termini di inclusività e rappresentatività. L’industria musicale ha storicamente prodotto suoni differenti, mercati resilienti e carriere più sostenibili quando si è allontanata dai grandi centri di produzione musicale – come Bristol negli anni ‘90, che ha permesso ai Massive Attack di emergere, o Nashville come contesto alternativo a New York. La decentralizzazione permette di esplorare e fare un vero e proprio esercizio di ricerca, ponendosi in una postura di ascolto verso contesti che hanno comunque una loro ricchezza musicale, ma che a volte fatica a mettersi in relazione con chi la musica la produce, perché percepito come distante e soprattutto non aperto al nuovo. 

 

La periferia tra sogni e bisogni

Quello di fare musica nella maggior parte dei casi è visto come un capriccio: lontano dalle necessità quotidiane, la musica è relegata a sfogo momentaneo, passeggero. Non c’è un reale bisogno di fare musica, perciò la carriera musicale è percepita come non necessaria. 

Nel numero 62 di Scomodo, parlando di cultura fuori dalle grandi città, il ricercatore Filippo Tantillo ci aveva detto: «si sogna solo nelle grandi città, nelle province si bisogna e basta». In Italia, il 70% della popolazione vive fuori dalle aree metropolitane, ma quando la musica si sofferma a raccontare questi luoghi, sembra quasi che essi siano sospesi, portando avanti una narrazione nostalgica e banalizzante. Tuttavia, Filippo Sugar ci dà un punto di vista differente rispetto a Tantillo. «In provincia, spesso c’è anche la noia che è qualcosa che però ti aiuta a approfondire le tue passioni con meno distrazioni. E quindi, come vedi, a volte gli svantaggi si trasformano in vantaggi», come è stato nell’esperienza di lavoro con Lucio Corsi, che ha raccontato che in provincia forse si sogna di più perché c’è più bisogno di sognare, perché i ritmi sono più lenti e gli stimoli più rari, trasformando la noia e l’isolamento in profondità artistica. Il vero problema della musica delle province, secondo Filippo, è che «lo spettacolo deve per forza di cose cercare di arrivare a un pubblico più ampio possibile perché le risorse sono meno e le nicchie sono insostenibili», per cui la mancanza di investimenti da parte del mercato discografico su questi territori rischia di provocare un appiattimento sui gusti del pubblico. «Ci sono ancora dei locali che investono per fare musica dal vivo che andrebbero aiutati, perché è molto meno rischioso ospitare una cover band che andare a investire su un artista o una band che non ha ancora un pubblico, ma avrebbe qualcosa da dire» e spesso, un imprenditore locale questo rischio non può prenderselo in solitaria. Anni fa questi presidi erano sostenuti dalle radio locali, che si occupavano spesso di organizzare concorsi per talenti emergenti e iniziative a sostegno degli artisti del territorio. Ora il panorama si è appiattito: «mi piace pensare che questo primo sforzo che stiamo facendo di andare noi ad ascoltare, di coinvolgere dei club, conoscendo delle persone che localmente comunque fanno un lavoro di investimento sulla musica ci aiuterà a costruire una piccola rete». 

La difficoltà di inserirsi come realtà musicale in un contesto di provincia sta anche nel fatto che questi sono spesso territori tradizionalisti, che vorrebbero mantenere la loro tranquillità e fanno fatica ad accettare gli spostamenti di equilibrio. Il mercato della musica e della cultura in generale restano di nicchia, nonostante le potenzialità di crescita anche economica legate alla musica live: creare dei momenti di incontro e di scambio è un’opportunità non solo dal punto di vista culturale e di crescita personale, ma anche per rendere dei territori più vivi e presidiati, contribuendo alla loro crescita economica. «Durante l’estate si suona dappertutto in Italia, c’è una rete storica di città, di comuni che investono per lo spettacolo. Si pensi per esempio all’esperienza del Teatro del Silenzio in Toscana», che ha creato opportunità culturali per un territorio in cui come conseguenza si è sviluppata una nuova economia, significativa per un luogo in cui questa ricchezza non esisteva – racconta FIlippo – per cui le potenzialità ci sono e sono evidenti: basterebbe rafforzare questi presidi, collaborando con territorio e istituzioni. Il Teatro del Silenzio è solo un esempio della potenzialità economica degli eventi musicali e di come questi possano aiutare le economie dei luoghi marginali. 

Un mercato musicale che recupera le tradizioni popolari

Negli ultimi anni abbiamo visto un po’ emergere degli artisti che recuperano la tradizione folkloristica e dialettale, sia come lingua che come sonorità: questi fenomeni ci parlano di una forte volontà di affermare la propria tradizione musicale territoriale e del recupero della lingua locale come scelta identitaria. L’Italia ha una ricchezza inestimabile sotto questo punto di vista, il che rende questo un filone musicale con delle potenzialità reali. Secondo Filippo Sugar, questa è una nicchia che deve guardare non solo all’Italia, ma verso l’estero, perché il patrimonio culturale regionale è esportabile. «È un filone, secondo me,  molto vivo che è bene recuperare perché fa parte della nostra cultura e noi abbiamo tantissime culture diverse nella nostra penisola. Sono racconti che possono andare facilmente fuori dall’Italia», perché ogni Paese ha i propri racconti popolari, che nascono in contesti di provincia, lontani dallo sguardo delle grandi città e ogni cultura popolare può trovare delle similitudini nei racconti popolari altrui. 

L’intento del progetto Ascolto – spostarsi fisicamente, ascoltare lì dove la musica nasce, creare occasioni nei club locali – è simbolicamente molto denso: ascoltare è il punto di partenza di tutta la progettualità musicale. Il mercato musicale potrebbe cambiare non attraverso grandi rivoluzioni, ma tramite la creazione di continuità nei progetti di attenzione territoriale.

di Beatrice Puglisi (Beatrice Puglisi)

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