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Intervista a Giorgio Parisi

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Giorgio Parisi è un fisico italiano, Vice Presidente dell’Accademia dei Lincei e premio Nobel per la fisica nel 2021 per i suoi studi sui sistemi complessi, oltre che attivista, divulgatore e autore. Come Scomodo, dall’estate del 2022, abbiamo avuto l’onore di collaborare con il professore per diffondere e rendere più accessibile il suo lavoro attraverso la creazione di un archivio digitale delle sue pubblicazioni e dei suoi interventi, perché crediamo profondamente nel valore della ricerca scientifica e sull’impatto che ha nella società in cui viviamo.

Questo articolo nasce da un incontro, avvenuto a dicembre nello studio del professor Parisi all’Accademia dei Lincei a Roma, con le ragazze e i ragazzi che si stanno occupando di quest’opera di catalogazione. Abbiamo avuto il piacere di parlare con il professore di scuola, università e ricerca per capire a che punto siamo in Italia.

Il problematico rapporto tra italiani e scienza inizia a scuola, in particolare alle superiori. Per la maggioranza dei liceali italiani matematica e fisica sono le materie più ostiche e meno interessanti. È un problema dovuto alla difficoltà intrinseca degli argomenti o che riguarda l’inadeguatezza delle modalità di insegnamento? 

Credo che sia fondamentale il modo in cui queste materie vengono insegnate.

Ad esempio, mia moglie ha fatto le medie con un’insegnante favolosa, Emma Castelnuovo (figlia del matematico Guido Castelnuovo) che aveva scritto diversi libri sulla didattica della matematica, soprattutto di geometria intuitiva.

Emma Castelnuovo cercava di far capire la geometria con il fare, tagliando la carta ricostruivano e visualizzavano le figure geometriche e le trasformazioni.

Alle medie mia moglie con la matematica si trovava benissimo. Poi, arrivata al liceo, le cose sono cambiate. Non perché gli argomenti fossero così più difficili, anzi erano pressoché simili, ma cambiata l’insegnante era stato modificato il metodo di insegnamento.

La matematica deve sviluppare il pensiero astratto, però è importante anche vederne delle applicazioni concrete, altrimenti gli studenti escono dalla scuola che non sanno fare le moltiplicazioni e le divisioni. Non nel senso che non sono capaci di farle, ma che non sanno farle di loro iniziativa e utilizzarle come strumenti di comprensione e decodifica della realtà.

Ad esempio, se una persona legge che sono state importate in Italia in un anno 200 milioni di tonnellate di grano dalla Russia, è raro che a qualcuno venga in mente che ci sono 60 milioni di italiani. Diviso 365 giorni, sarebbero circa 9kg di grano al giorno per cittadino, che non è possibile.

Quando si legge sul giornale un fatto, non si prova mai a fare le divisioni in modo da rapportarlo a qualcosa di concreto.

Vale anche per la fisica, a scuola raramente ci vengono spiegati i fenomeni che osserviamo tutti i giorni. Perché il cielo è azzurro? Perché se lascio il frigorifero aperto la stanza si scalda invece di raffreddarsi?

 

Come mai non c’è una maggiore attenzione da parte delle istituzioni a riformare i programmi scolastici?

Gran parte della colpa penso sia del mondo accademico italiano, che tende a non considerare importante l’insegnamento nelle scuole.

Negli anni ‘80, all’interno del dipartimento di fisica della Sapienza di Roma, c’era un gruppo di professionisti che si occupavano di didattica della fisica e un gruppo che si occupava di storia della fisica. Adesso non ci sono più.

Questi gruppi sono stati molto spesso considerati secondari e, in un momento di contrazione dei fondi e delle capacità, le attività che non erano ritenute essenziali sono state tagliate o sono andate piano piano a deteriorarsi.

Devono essere le università stesse a prendere iniziativa in questa direzione. Gli atenei al momento sono autonomi nella gestione del bilancio, quindi il Ministero non può intervenire più di tanto. È chiaro che poi si possono immaginare delle iniziative per favorire le cose in questa direzione. Anzi, quasi quasi me lo segno, e vediamo se si può fare qualcosa.

 

A settembre 2022 l’Accademia dei Lincei ha pubblicato il Piano Quinquennale 2023-2027 per la ricerca pubblica, documento rivolto a elettori e politici che pone l’accento sulla necessità di finanziare adeguatamente la ricerca negli anni a venire. Il Piano quinquennale non si limita a chiedere più fondi per la ricerca pubblica ma indica anche come andrebbero spesi. Quali sono i maggiori i problemi strutturali da sanare nella ricerca pubblica italiana?

Un grosso problema è quello del numero dei giovani all’interno delle università. Siamo troppi anziani. È evidente che se vogliamo colmare questo dislivello dobbiamo aumentare il numero dei posti all’interno degli atenei. Tagliare le teste agli anziani, per fortuna, non è ancora un metodo accettato.

Se non facciamo spazio per i giovani in Italia, questi continueranno ad andare all’estero.

Ogni anno l’European Research Council finanzia progetti di ricerca con sovvenzioni di avviamento, circa 1 milione e mezzo di euro per 5 anni. Tra i vincitori del bando, i ricercatori italiani sono i più numerosi dopo i tedeschi e sono cinque volte di più degli inglesi. Però alla fine la Germania ha il triplo dei vincitori che lavorano nelle sue università rispetto all’Italia, mentre l’Inghilterra il doppio.

Questo succede perché Germania e Inghilterra, a differenza dell’Italia, hanno un ambiente universitario accogliente e una volta terminata la sovvenzione del ERC garantiscono ulteriori fondi per proseguire la ricerca. Se il Paese non garantisce continuità, la gente non ci va. E infatti, non solo il 50% dei ricercatori italiani lavora all’estero, ma il numero di stranieri che è disponibile a venire da noi con queste sovvenzioni è un numero molto piccolo.

Ce n’è qualcuno, ma è una bestia rara.

Un altro problema fondamentale è che l’Italia ha un dottorato troppo accademico, che non prevede quasi mai l’uscita verso il mondo del lavoro.

Negli altri Paesi europei invece la situazione è diversa, ad esempio in Francia il dottorato è fondamentale. Un mio amico, Marco D’Eramo [saggista e giornalista, ndr], in una ricerca negli anni ‘70 ha osservato che più del 95% dei CEO delle grandi industrie francesi aveva fatto il Politecnico o l’ENA, la scuola superiore di amministrazione pubblica. L’esempio tipico era Giscard d’Estaing, l’unica persona che all’epoca aveva fatto sia il Politecnico che l’ENA: due anni dopo è diventato ministro, poi primo ministro e poi presidente della Repubblica.

Fare il dottorato al Politecnico in Francia ti apre tutte le strade.

In Italia invece le industrie tendono a non assumere dottorati perché pensano siano troppo qualificati. Infatti mi ricordo di qualcuno che una volta mi disse “guarda quando dovevo cercare lavoro nelle industrie non dicevo che ho il dottorato perché sennò…”.

 

E le università?

Le università dovrebbero occuparsi molto di più di valorizzare i dottorati. Non dico che si devono trasformare in un’agenzia di collocamento, però, in un’altra dimensione, sarebbe importante fare da tramite tra ricerca e industrie.

Inoltre ci si può immaginare degli sgravi fiscali per le aziende che prendono un certo numero di persone con il dottorato nelle varie applicazioni. Noi, all’Accademia dei Lincei, abbiamo fatto dei bandi in cui chiedevamo che gli applicanti per certe posizioni amministrative avessero un dottorato di ricerca.

Invece quando frequentavo molto il Ministero dell’Università e Ricerca, durante il periodo in cui era ministro Mussi, una volta ho domandato “Ma qui quanti dottorati di ricerca avete fra i dipendenti?”, mi hanno risposto “nessuno”.

 

Il Piano Quinquennale non si limita ad indicare come indirizzare i fondi stanziati alla ricerca ma è anche un appello a rendere strutturale l’investimento straordinario consentito dal Pnrr e destinato a esaurirsi nel 2026. Quali sarebbero le conseguenze di una brusca ricaduta dei fondi investiti su ricerca e sviluppo, quando i soldi del Pnrr finiranno?

Grazie ai fondi del Pnrr sarà possibile aumentare in modo significativo i posti nella ricerca e assumere un gran numero di persone, ma rischiamo che, dopo aver fatto un enorme lavoro per formare ricercatori e post-doc, esauriti i fondi se ne vadano tutti all’estero. È fondamentale organizzare la scienza dopo il Pnrr.

Per questo è stato fatto il piano Quinquennale per la ricerca pubblica, che si sperava potesse essere messo nell’ultima legge di bilancio ma così non è stato. Però dall’anno prossimo bisogna cominciare a rimboccarsi le maniche e chiedere potere politico ai vari ministeri, in particolare al Ministero delle Finanze e al Presidente del Consiglio, per cominciare a progettare un piano quinquennale o ancora meglio un piano decennale dei fondi per la ricerca.

Adesso esistono i piani triennali per la ricerca, però fanno un pochettino ridere, soprattutto per quanto riguarda i finanziamenti perché dicono “noi speriamo di spendere 2 miliardi nella ricerca, se ce li danno”. Quindi il piano triennale che viene fatto non corrisponde agli stanziamenti effettivi. Corrisponde a stanziamenti che si spera vengano fatti.

 

E gli stanziamenti poi arrivano?

Qualche volta arrivano, qualche volta no.

 

Se la ricerca fosse più presente nei media e nel dibattito pubblico, ci sarebbe più attenzione da parte della politica?

Sicuramente, perché allora i finanziamenti alla ricerca verrebbero utilizzati come vanto politico. Io l’ho visto personalmente ad esempio nel 2016. Avevo lanciato questa grande campagna Salviamo la ricerca, in cui abbiamo organizzato convegni e raccolto un grande numero di firme con una petizione su change.org. L’effetto è stato notevole, al punto che Renzi, che non aveva mai parlato pubblicamente di ricerca, disse di aver fatto un piano triennale di 2,5 miliardi di euro per la ricerca. Da quel momento lo slogan “2,5 miliardi euro alla ricerca” veniva strombazzato da tutte le parti. Ma è stata una cosa buffissima, perché il piano precedente era di 6 miliardi e poi era sempre uno di questi piani vuoti che non corrispondevano a stanziamenti effettivi.

Però da quel momento i finanziamenti alla ricerca sono entrati nel dibattito politico.

Adesso abbiamo bisogno di passare dal dire di voler finanziare la ricerca al finanziarla sul serio. Draghi era convinto dell’importanza dei fondi alla ricerca e certamente anche Mattarella, infatti una fetta relativamente importante del Pnrr è andata alla ricerca. Ora possiamo solo aspettare di vedere come si assestano i nuovi ministri.

Io spero sempre, perché la Speranza è l’ultima dea.

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