Che ne è stato dell’internet “delle origini”?

Nel 1960 il filosofo francese Jean-Paul Sartre nel suo Critica della ragione dialettica descrive un’idea secondo la quale le lotte rivoluzionarie si sarebbero potute svolgere attraverso la collaborazione costruttiva dei partecipanti. Questa teoria, che prende il nome di «gruppi in fusione» suggerisce l’esistenza di una comunità in grado di governarsi tramite il dinamismo dei partecipanti, chiamando in causa l’azione e il perenne riordinamento dei membri. Non molti decenni dopo una nuova tecnologia, aiutata da un costo di accesso particolarmente basso, avrebbe invaso il mondo; e cambiato per sempre il nostro modo di pensare, fruire e condividere la conoscenza. Era il web 1.0. Ma cosa resta oggi delle comunità online?

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Nel 1960 il filosofo francese Jean-Paul Sartre, tra i padri dell’esistenzialismo europeo, stanco del sistema centralizzato proposto dal Partito Comunista, nel suo Critica della ragione dialettica descrive un metodo, in riferimento alla costruzione tramite la collaborazione, in grado di garantire continuità alle lotte rivoluzionarie in Francia e nel mondo. Questo metodo, che prende il nome di «gruppi in fusione» prevede la creazione di un collettivo rimesso continuamente in gioco dagli stessi partecipanti. Per garantire l’incorruttibilità Sarte spiega che il gruppo dovrebbe mantenere acceso il dinamismo dei propri membri: quindi ancora rimettere perennemente in discussione il gruppo e favoreggiare sempre l’importanza dell’individuo; anche per evitare che venga imposta una leadership che a lungo andare finisca per accentrare troppo potere.

L’aspetto più peculiare dei «gruppi in fusione» resta quindi l’ammissione di un esistenza collettiva che abbia una forma distribuita e non più centralizzata; in un qualche modo collaborativa. È indubbio che Sartre non potesse sapere del cambiamento che da lì a trent’anni avrebbe invaso il mondo, ovvero la nascita e l’ascesa di Internet, eppure è facile scorgere in questa teoria un’intuizione che sarebbe stata centrale nel modo di intendere il web 1.0, quello degli albori. Il filosofo francese infatti parlava di un mondo nel quale le lotte sarebbero state combattute tramite l’aggregazione, un mondo nel quale l’apporto del singolo sarebbe stato prezioso e mai trascurato e nel quale non sarebbe mai venuta meno l’identificazione dell’individuo in quanto cittadino – mondo che fa pensare anche a Campi, officine, fabbriche di Kropotkin. Oggi abbiamo potuto assistere a brevi segmenti di quella visione, e a darle un nome ci avrebbe pensato un teorico dei media, Clay Shirky, che nel 2010 è stato tra i primi a intuire il potere fondativo del web, chiamando questa rivoluzione digitale «Surplus Cognitivo».

Surplus e motivazioni intrinseche

Il testo di Clay Shirky Surplus Cognitivo. Creatività e generosità nell’era digitale (Codice Edizioni, 2010) dopo averci introdotti nel mondo tardo-capitalista odierno, si apre delineando le logiche che legano il tempo libero di noi tutti – tempo libero derivato dall’innalzamento degli standard di vita sociali – alla rivoluzione iniziata con l’avvento di Internet. Quindi la prima distinzione che Shirky traccia, nel parlare di vecchi e nuovi media, riguarda proprio la loro natura costitutiva. Se infatti la tv, i giornali e la radio (i media tradizionali) sono costruiti in modo che l’accesso e la diffusione di informazioni sia veicolata da una vera e propria filiera (produttiva e distributiva), controllata esclusivamente da chi possiede i mezzi e le competenze necessarie, con il web si è verificata una ridistribuzione del modello comunicativo, rispetto al modello centralizzato che in Surplus Cognitivo viene chiamato «gutenberghiano», in riferimento all’innovazione portata da Johannes Gutenberg e la sua stampa a caratteri mobili. Dalla diffusione su scala globale di Internet (quindi la più larga rete comunitaria mai esistita) vi sono stati esempi lodevoli attraverso l’utilizzo – se vogliamo – politico e sociale di questo nuovo strumento, e inoltre Shirky sceglie una nuova definizione per classificare Internet: non più media, bensì «tessuto connettivo»

Questa del tessuto connettivo sembra essere l’intuizione più azzeccata per descrivere lo status quo del nostro mondo assorto alla realtà digitale, con annesse le nuove esperienze del cosiddetto «Internet delle cose», e a parlare benissimo di quanto l’idea di «tessuto» descriva bene il presente storico ce lo spiega Werner Herzog, col suo miliare documentario Lo and Behold. Internet: il futuro è oggi del 2016. Questa del cineasta tedesco difatti è un’analisi lucida e puntuale delle origini del web, ma anche e soprattutto dell’avvenuta ibridazione tra condivisione e consumo di conoscenza, a favore di uno scambio propositivo tra utenti sempre alla pari.

Uno dei punti fondamentali, tra i molti, in Surplus Cognitivo sembra essere però quello nel quale il teorico spiega perché (in relazione al web 1.0) il funzionamento di Internet è indissolubilmente legato alle motivazioni intrinseche degli utenti; ovvero quelle pulsioni partecipative alle più svariate attività che nascono in modo del tutto spontaneo, mai influenzati da velleità monetarie o di altro tipo. L’attività partecipativa spontanea su Internet sembra essere proprio il cardine di un mezzo che mette al centro l’importanza della libera scelta nata spontaneamente.

Shirky quindi racconta un esperimento psicologico svolto nel 1970 dallo psicologo Edward Deci dell’Università di Rochester (Intrinsic Motivation, Extrinsic Reinforcement, and Inequity). L’esperimento si basava su un gioco di intelligenza incredibilmente semplice: al soggetto preso in analisi veniva offerto un cubo di legno, chiamato Soma, suddiviso in sette pezzi più piccoli. Ciascuno dei pezzi era diverso: ce n’era uno a forma di T, uno a forma di L e via dicendo. I sette pezzi potevano essere usati per ottenere un cubo, oppure innumerevoli altre forme. La sfida consisteva nel guardare un disegno di una forma, fornito da Deci stesso, e capire come ottenerla. Tutti i soggetti coinvolti credevano che lo scopo dell’esperimento fosse assemblare correttamente le forme del disegno ma l’obiettivo era un altro: dopo aver osservato il soggetto per circa un’ora lo psicologo lasciava la stanza, chiedendo al soggetto di fare una pausa fino al suo ritorno. L’esperimento riguardava proprio l’osservazione di quest’ultimo durante quei momenti di pausa. Deci osservò che, nonostante nella stanza fossero presenti altri oggetti per svagarsi (come riviste, giornali e un posacenere) molti studenti continuavano a giocare con il Soma dedicandovi in media la metà degli otto minuti di pausa concessa.

Poi Deci invitò gli stessi studenti a una seconda sessione di sfide con il Soma, questa volta chiedendo a metà dei ragazzi di trovare le forme esattamente come la scorsa volta, mentre all’altra metà promise una ricompensa di un dollaro per ogni forma trovata. Anche in questa sessione era prevista la pausa, sempre di otto minuti. I soggetti che adesso pensavano al cubo come potenziale forma di guadagno continuarono a lavorarci un minuto in più rispetto alla media della volta precedente. Infine venne organizzata una terza sessione, dove si limitò  ripetere il primo esperimento; quindi senza compensi monetari. Qui notò che quelli che la volta prima erano stati pagati manifestarono meno interesse per il Soma durante la pausa: eliminando l’incentivo economico il tempo medio dedicato diminuì di due minuti, ovvero del doppio rispetto a quando è stata introdotta la ricompensa monetaria. L’esperimento di Deci dimostra che i compensi monetari indeboliscono la libera scelta. Le conclusioni che trasse lo psicologo statunitense furono che la motivazione umana non è puramente additiva. Vale a dire che fare qualcosa che realmente ci interessa è diverso dal fare qualcosa perché riceveremo una ricompensa esterna. L’esperimento convalida una teoria psicologica che divide le motivazioni in due grandi categorie: intrinseche ed estrinseche.

Parlando invece di un secondo esperimento svolto nel 1994 da Jady Cameron e David Pierce, dell’Università dell’Alberta (Reinforcement, Reward, and Intrinsic Motivation: A Meta-Analysis, a conferma dell’esistenza delle motivazioni intrinseche/estrinseche) Shirky scrive: «In fin dei conti, in quanti posti la libera scelta di un’attività importa a qualcuno che non sia l’interessato? In un epoca in cui il nostro tempo libero e i nostri talenti sono risorse congiunte, la risposta è: dappertutto».

Abbandonare le paludi

Per guardare in prospettiva il pensiero di Shirky e del suo Surplus Cognitivo però andrebbe messo un punto riguardo a cosa, oggigiorno, consideriamo Internet. Le piattaforme infatti, per quanto abbiano ormai invaso ogni aspetto delle nostre vite quotidiane, sono solo una minuscola parte della rete (e delle potenzialità che questa concede). I social, che hanno visto una crescita smisurata negli ultimi due decenni, di fatto sono spazi che vanno contro qualsiasi principio di libertà e indipendenza tipico del web 1.0. Oggi quello spazio che navighiamo è appannaggio a dir poco esclusivo di giganti del settore (i cosiddetti Big Tech) che attraverso queste piattaforme hanno trovato il modo di trarre profitto dal nostro transito.

Muovendoci nella rete contemporanea il risultato che più si avvicina all’Internet delle origini e che nella forma rimanda a quella condivisione spontanea e propositiva sembra essere l’unità di misura per eccellenza dei social: il meme. Peccato però che questo, seppure un fenomeno curiosissimo e centrale per comprendere il presente (che poi collateralmente si collega anche alla nascita delle affascinanti sottoculture del web quali il dreamcore, lo shifting, il nostalgiacore ecc …) non è che la punta di un iceberg di possibilità che la rete può offrire. Spiega infatti il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han nel suo Infocrazia (Einaudi, 2023) che: «I meme sono virus mediali che si riproducono e mutano con estrema velocità. Un nucleo di informazione, l’Rna – per così dire – del meme, viene impiantato in un rivestimento visuale infettivo. La comunicazione basata sui meme come infezione virale complica il discorso razionale, in quanto mobilita in primo luogo gli affetti. La guerra dei meme indica che la comunicazione digitale predilige sempre più l’aspetto visuale su quello testuale. Le immagini sono più veloci dei testi: né il discorso né la verità sono virali. La crescente visualizzazione della comunicazione, inoltre, impedisce il discorso democratico in quanto le immagini non argomentano né hanno capacità di fondazione razionale».

A fornire un’alternativa all’Internet algoritmico contemporaneo troviamo il teorico delle culture della rete olandese Geert Lovink, che col suo Le paludi delle piattaforme: Riprendiamoci Internet (NERO Editions, 2023) traccia un chiaroscuro lucidissimo dell’utilizzo, sprecato, che facciamo delle reti. Ne Le paludi delle piattaforme Lovink spiega che – soprattutto a seguito della pandemia – le piattaforme sono ormai divenute l’unico panorama esplorabile dagli utenti, dopo aver dimenticato l’Internet degli albori. Le piattaforme sono uno spazio sterile per quelle cause sociali e comunitarie che invece, ripensando il web, troverebbero un modo di venire affrontate, monitorate e utopisticamente anche superate. Spiega Lovink che la soluzione potrebbe essere l’abbandono: smettere di affidarsi a una rete globalizzata e di consumo per rafforzare quei nodi locali; in modo da restituire forza e centralità ai cittadini che scelgono di prodigarsi per l’una o l’altra lotta dal basso. A questo proposito Lovink spiega: «La nostra proposta era di passare dai “legami deboli” ai “legami forti”, abbandonando le reti diffuse e lavorando invece con gruppi online molto più piccoli e dedicati … Invece di mirare sempre a raggiungere la massa critica nel più breve tempo possibile, suggeriamo l’idea di un’avanguardia, una cellula o un think tank che si dedichi a una questione. Si tratta di un passaggio verso forme di organizzazione che necessitano di determinati strumenti per essere realizzate».

Insomma, un primo passo necessario per restituire Internet ai cittadini sarebbe, propone Geert Lovink, l’abbandono della palude. Solo attraverso questa migrazione di massa sarebbe possibile una riorganizzazione delle reti che favorisca le lotte dal basso, accantonando definitivamente l’idea consumistica fondativa delle piattaforme. È fondamentale ribadire che il mezzo tecnologico c’è, e l’utenza anche. Quindi sta a noi scegliere la direzione da prendere. 

di Sara Paolella (Sara Paolella)

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