Indifesi sotto la notte. Narrazioni dell’AIDS in Italia tra gli anni ’80 e ’90: in conversazione con Luca Starita

Luca Starita (Napoli, 1988) vive a Firenze dove lavora per Feltrinelli. È autore dei saggi Canone ambiguo. Della letteratura queer italiana (effequ 2021) e Pensiero stupendo. Un saggio sul tradimento (effequ 2023). Il suo ultimo libro è Indifesi sotto la notte. Narrazioni dell'AIDS in Italia tra gli anni '80 e '90 (minimum fax 2026).

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Partiamo dal titolo: come è nato? In che modo ti sembra rappresentativo del libro?

Indifesi sotto la notte nasce quasi per caso. Volevo scrivere un saggio sull’inutilità del coming out nell’Italia di oggi. La legge sulle unioni civili è di 10 anni fa, e da allora c’è il vuoto, tanto che non siamo riusciti ad approvarne una sull’omobilesbotransfobia. Confrontandomi su questa idea con Luca Scarlini, lui mi ha consigliato di leggere L’intruso di Brett Shapiro, che racconta l’AIDS e la morte del marito di Shapiro, il giornalista Giovanni Forti. Quando ho aperto quel libro, mi sono detto: «Voglio parlare di questo».

Il titolo deriva dalla poesia September 1, 1939 di W. H. Auden, citata sia in apertura dell’Intruso, sia in The Normal Heart, un dramma di Larry Kramer che racconta l’impatto dell’AIDS negli Stati Uniti degli anni ‘80. Trovare questo componimento sulla Seconda guerra mondiale in due opere diverse è emblematico. Accostare il dramma dei malati alla guerra offre una chiave di lettura sul modo in cui quelle persone dovettero reagire allo stigma. 

Ho scelto questo titolo perché indifesi  ha un doppio significato. Da un lato è negativo, perché evoca la mancanza di tutela; dall’altro è un augurio, perché riuscire a essere indifesi, cioè senza barriere l’uno verso l’altro, può aiutare a ritrovare un po’ di umanità.

Ho scritto Indifesi sotto la notte per mostrare come molte dinamiche attuali abbiano radici in quegli anni di diffidenza verso il sesso e verso l’altro. Ma anche per riflettere sulla necessità odierna di costruire nuclei familiari che completino, anziché contraddire, le famiglie di sangue. All’epoca, chi viveva quella condizione veniva abbandonato dai parenti, e tendeva a creare intorno a sé un nuovo nucleo, una famiglia d’elezione. 

Leggendo gli autori e le autrici che hai esplorato, mi sono reso conto di un fattore che li accomuna: le loro opere sono difficili da reperire. Credi che l’editoria abbia avuto una responsabilità nella costruzione di questo “rimosso”?

È un problema più ampio: non è tanto la disattenzione dell’editoria, quanto il fatto che l’Italia, come paese, non ha mai affrontato l’AIDS di quegli anni. Mentre Stati Uniti, Inghilterra, Francia e Spagna hanno prodotto film, serie tv, libri, da noi tutto questo non è ancora avvenuto. Per fortuna, per una serie di coincidenze, il mio libro è uscito quest’anno e lo scorso ottobre è stata inaugurata la prima mostra istituzionale sull’AIDS al Centro Pecci di Prato, Vivono. Arte e affetti, HIV-AIDS in Italia. 1982-1996.

In che modo la cultura italiana ha influenzato la possibilità di raccontare questa condizione?

Molti pensano che HIV e AIDS siano condizioni che riguardano solo gli uomini gay. Già negli anni ‘80 era evidente che non fosse così, ma i media cavalcarono questa narrazione a partire dall’articolo del New York Times dal titolo “Rare Cancer Seen in 41 Homosexuals”. L’Italia seguì questo filone legando il virus all’omosessualità, sebbene da noi i più colpiti fossero i tossicodipendenti.

La propensione italiana a non voler affrontare i traumi si riflette anche nelle modalità con cui viene raccontato l’argomento nella nostra letteratura. Se Shapiro è il sopravvissuto che decide di raccontare, Pier Vittorio Tondelli, in Camere separate, non nomina mai l’AIDS, pur avendo scritto quella che è considerata l’unica vera AIDS novel italiana. 

Però, autori contemporanei come Walter Siti e Jonathan Bazzi hanno parlato di questa situazione.

Siti e Bazzi parlano di HIV, ma non di AIDS, e ne parlano concentrandosi sul presente, ovvero parlando soprattutto di prevenzione e convivenza. Oggi, in Europa, non si muore più di AIDS. Si convive con il virus grazie alle terapie. Sebbene in modi diversi, tutti gli autori da me citati toccano il tema, ma l’unica testimonianza diretta e sincera di quegli anni resta Come il cielo di Simona Ferraresi, autrice tossicodipendente pubblicata dalla piccola casa editrice Sensibile alle foglie. 

È complicato parlare di sesso e morte insieme. Non è semplice mettere insieme le due cose e fare un discorso critico nei confronti di quello che siamo. La cosa fondamentale, però, è capire che nei 14 anni analizzati nel libro (1982-1996) sono successe molte cose di cui, ancora oggi, sappiamo meno della metà. 

C’è una figura o una storia incontrata durante il lavoro sul libro che ti è rimasta addosso?

Una delle storie che mi hanno più colpito è quella di Bellezza. Mi ha segnato perché ha subìto quella che è a tutti gli effetti una violenza. Dobbiamo considerare che in quegli anni non veniva data una risposta sanitaria alle persone che contraevano il virus. Sostanzialmente, venivano lasciate morire. Nel vuoto terapeutico, si diffusero moltissime cure alternative, come quella del dottor Giuseppe Marineo, che sosteneva di poter curare l’AIDS con delle onde elettromagnetiche. Quando la polizia fece irruzione nel suo studio, vi trovò Bellezza sul lettino. Il giorno successivo su tutti i giornali c’era scritto che Dario Bellezza aveva l’AIDS.  Il trauma fu duplice: lo stigma pubblico e la sospensione della terapia che, per quanto illusoria, gli dava sollievo.

Bellezza morì solo. Beffa ancora maggiore, una settimana prima del decesso lo Stato gli aveva concesso il vitalizio della legge Bacchelli. A quel tempo non era già più capace di intendere e di volere. La sua vicenda tragica riassume in che modo l’Italia decise di affrontare la tematica: la caccia al capro espiatorio, l’accanimento verso il marginalizzato.

Nel libro ho anche raccolto le testimonianze di chi allora era giovane. Ho avuto il privilegio di parlare con Luca Guadagnino, Dacia Maraini, Vera Gheno e altri. Ciò che accomuna le loro testimonianze è l’assenza di ricordi chiari. Quegli anni li hanno segnati. Il modo in cui viviamo il sesso, le relazioni, il corpo, affonda le radici proprio in quel periodo offuscato.

Pensi che la comunità LGBTQIA+ abbia ereditato questa memoria del trauma oppure credi che ci sia stata una frattura generazionale?

Penso che la comunità LGBTQIA+ possa insegnare qualcosa in merito alla prevenzione. L’unico risvolto positivo dello stigma è stato l’aumento dell’attenzione. Fare sesso protetto, farsi i test, confrontarsi. Mi sembra che nel mondo eterosessuale, invece, ci sia ancora molta reticenza. Più che una frattura, penso che la comunità porti con sé una densissima tradizione e un enorme bagaglio emotivo.

Le persone appartenenti alla comunità hanno molta più consapevolezza riguardo prevenzione e rischi. I test vengono offerti da molte associazioni LGBTQIA+. Oggi abbiamo anche la PrEP che protegge dall’HIV, ma non dalle altre infezioni sessualmente trasmissibili. Comprendere che la salute sessuale venga prima dell’appagamento ci porterebbe ad avere una tutela davvero completa.

Credi che oggi esistano altre forme di rimozione e stigmatizzazione dei corpi? 

Nel caso dell’HIV, non è mai andata via. Come racconta Bazzi in Febbre, scoprire di essere sieropositivi cambia il rapporto con il proprio corpo. Il modo in cui è stato trattato l’AIDS in quegli anni lì non ha precedenti. Si parla spesso di rimozione, ma per rimuovere qualcosa devi riconoscerne l’esistenza. Non riuscire ad affrontare questa cosa significa ignorare qualcosa di importante che ci riguarda.

Oggi, non parlare di AIDS, di HIV e di sesso sta portando a una nuova epidemia che non riguarda più solo le persone omosessuali e i tossicodipendenti, ma anche le persone eterosessuali, soprattutto i giovani maschi. Ciò avviene perché non c’è la possibilità di parlare di questo argomento, e soprattutto perché manca nelle scuole un’educazione sessuo-affettiva, e questo lascia le nuove generazioni nell’ignoranza, indifese.

                                                                                                                                   di Omar Privitera

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