Prospettive di Partecipazione Popolare alla COP 30
Jean Pierre Yvan Sagnet è attivista e scrittore camerunese, fondatore dell’Associazione NO CAP
Siamo nel XXI secolo, immersi in una realtà sempre più digitale e interconnessa. Eppure, sotto molti aspetti, sembra che il tempo si sia fermato. Nonostante l’innovazione e i progressi tecnologici, persistono condizioni che ci riportano indietro di oltre un secolo, a un’epoca in cui lo sfruttamento dei lavoratori agricoli, il lavoro nero e la negazione dei diritti umani e lavorativi fondamentali erano la norma. Nonostante i progressi, anche sul fronte dei diritti, lo sfruttamento resta una realtà concreta e si manifesta proprio qui, in Occidente, in Italia, uno dei Paesi del G7 tra le economie più avanzate del mondo. Lo sfruttamento lavorativo e il caporalato, soprattutto in agricoltura ma non solo, continuano a perpetuarsi, e non riguardano esclusivamente il nostro Paese.
Il sistema economico odierno è dominato dalla logica del profitto, che schiaccia quella del rispetto e della dignità delle persone. Il valore umano viene calpestato, i diritti negati, e troppe vite sono segnate dalla paura e dall’ingiustizia. È una ferita profonda che riguarda tutti noi, perché dietro quei campi, dietro i prodotti agricoli, ci sono sacrifici, storie di persone, famiglie, speranze spezzate. Come la mia storia: fatta di sogni, cadute, rinascite e, soprattutto, di lotta per la dignità umana.
Sono nato a Douala, in Camerun, e sono arrivato in Italia nel 2008 grazie a una borsa di studio per studiare al Politecnico di Torino.
Avevo pochi mezzi materiali, ma molta speranza: studiare in una delle università più prestigiose d’Italia mi avrebbe permesso di tornare nel mio Paese e contribuire a costruire un futuro migliore.
Nel 2011 ho perso la borsa di studio. Improvvisamente mi sono trovato senza un tetto, senza soldi e senza certezze. In cerca urgente di un lavoro per proseguire gli studi. Mi spostai in Puglia, a Nardò, mi proposi come bracciante per la raccolta stagionale dei pomodori. Una soluzione temporanea per superare quel momento difficile, ma mi ritrovai catapultato in una realtà dura e dolorosa.
Tra quei campi ho vissuto e assistito allo sfruttamento più crudele: braccianti pagati pochi euro per un lavoro estenuante, costretti a vivere in ghetti fatiscenti, sotto il controllo spietato dei caporali, che gestivano la nostra vita con minacce, violenza e soprusi di ogni genere.
Per caporali, imprese e imprenditori, eravamo solo braccia indistinte, senza volto, dignità né diritti.
Eppure, nonostante tutto, la paura di perdere il misero compenso di 5 euro a cassetta ci dava la forza di andare avanti, solo per sopravvivere. Oltre alla violenza fisica, che fa male, la sofferenza più grande era vedere ogni giorno la nostra dignità calpestata, sentirsi invisibili e dimenticati da una società che si nutriva del nostro lavoro senza restituirci rispetto. Ai loro occhi eravamo solo migranti, non fratelli, figli di Dio con gli stessi diritti.
Il 30 luglio 2011 organizzai uno sciopero che durò circa due settimane. Non mancarono i tentativi dei caporali di bloccarci. Fu molto più di una semplice ribellione: rappresentò una presa di coscienza collettiva tra i migranti riguardo alle condizioni di lavoro e, soprattutto, alla negazione dei diritti. Quello sciopero raggiunse un obiettivo fondamentale: finalmente il fenomeno del caporalato, da sempre conosciuto ma nascosto, veniva portato alla luce. Da allora i riflettori sono rimasti accesi e, passo dopo passo, sono stati raggiunti diversi risultati, come l’approvazione della legge contro il caporalato e l’adozione di un piano triennale per contrastarlo. Sebbene quest’ultimo, ormai scaduto, non abbia portato a cambiamenti concreti – i ghetti sono ancora affollati e mancano alloggi e trasporti dignitosi – ha comunque avuto il merito di portare la questione all’attenzione dei tavoli istituzionali.
Tredici anni fa ho denunciato caporali e imprenditori agricoli che per decenni avevano sfruttato i braccianti stranieri nelle campagne di Nardò in provincia di Lecce.
Ho avuto un ruolo di primo piano come testimone nel processo noto come “Sabr”, avviato proprio grazie a quella denuncia. Tra i reati contestati figurava quello di riduzione in schiavitù, previsto dall’articolo 600 del Codice Penale, poi modificato dalla legge n. 228 del 2003.
Nel 2025, la sentenza della Corte di Cassazione ha riconosciuto per la prima volta il reato di riduzione in schiavitù nel contesto del lavoro agricolo, segnando un precedente storico destinato a fare scuola. Nonostante l’amarezza per l’assoluzione dei mandanti (gli imprenditori italiani non sono stati ritenuti direttamente coinvolti nelle modalità operative dello sfruttamento) la sentenza ha finalmente sancito una verità scomoda: la schiavitù in Italia non è un fatto del passato, ma una piaga ancora viva e diffusa, troppo a lungo ignorata.
Quella lotta mi ha insegnato che non basta denunciare lo sfruttamento: bisogna costruire alternative concrete. Così, nel 2017, grazie al supporto di tanti attivisti che, come me, credono nel cambiamento e nel dire basta allo sfruttamento, ho fondato l’associazione NO CAP, per dire “No al caporalato”.
Oggi possiamo dire che la nostra azione è servita e siamo fieri di aver dato il nostro contributo. Ma NO CAP non è solo protesta, è un progetto che mette al centro la persona, il rispetto dei diritti umani e il valore del lavoro. Come ci ricorda il Vangelo, «Qualunque cosa avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).
Per questo abbiamo creato una filiera agricola etica, in cui le imprese si impegnano a pagare salari giusti, garantire contratti stagionali regolari e offrire condizioni di vita dignitose ai lavoratori.
L’associazione offre ai migranti un sostegno concreto: assunzioni regolari, visite mediche, alloggi sicuri e salubri, minivan per raggiungere i campi senza rischi, supporto legale per ottenere i permessi di soggiorno e formazione alla cittadinanza per favorire l’integrazione sociale e lavorativa. Fino a oggi, centinaia di persone sono state sottratte ai ghetti e hanno ritrovato speranza e dignità.
Abbiamo anche creato un marchio per contrassegnare i prodotti agricoli realizzati senza sfruttamento, contribuendo così a sensibilizzare i consumatori.
La nostra azione rappresenta una sfida per tutti noi. Ogni volta che scegliamo cosa mettere nel carrello della spesa, possiamo optare per la giustizia e la solidarietà, dicendo no allo sfruttamento e sì a un mondo più umano e giusto. È una scelta di responsabilità e di amore verso il prossimo.
Nel modello economico attuale, la competitività si basa ancora sul ribasso dei prezzi, che ricade inevitabilmente sul costo del lavoro.
Finché questa logica persisterà, i braccianti agricoli saranno condannati allo sfruttamento. NO CAP ha sovvertito questo modello, rimettendo al centro la dignità e valore al lavoro.
Grazie alle imprese della rete etica NO CAP, il prezzo dei prodotti consente di pagare i lavoratori secondo quanto previsto dalla normativa nazionale, permette agli imprenditori di non essere schiacciati dai prezzi imposti dalla grande distribuzione e offre ai consumatori la possibilità di acquistare a un prezzo giusto, riportando i diritti a tavola.
Insieme possiamo costruire un futuro in cui nessuno sia più schiavo, dove ogni lavoro sia riconosciuto e rispettato e la dignità sia un diritto per tutti.
Ognuno di noi può essere protagonista di questo cambiamento. Ogni gesto, ogni scelta può fare la differenza.