Un cielo da occupare
Questa non è una favola, ma una storia di resistenza quotidiana. Una storia che nasce dal dolore, ma anche dalla rabbia di chi è stato spinto ai margini e che ha saputo trasformare quel dolore in forza collettiva e in amore per la città.
Roma, con le sue contraddizioni e le sue ferite, è stata il teatro e la protagonista di questa vicenda. Non una città astratta, ma quella concreta dei quartieri popolari e delle periferie, delle case popolari mai assegnate e degli appartamenti pubblici messi in vendita, delle famiglie costrette tra sfratti e pignoramenti, dei giovani che ogni giorno scivolano un po’ più giù nella precarietà del mercato abitativo.
Chi ha fatto nascere questa storia non ha accettato la condanna del silenzio. Ha deciso che non ci si salva da soli, che la città non poteva continuare a vivere come se nulla fosse.
Invece di scomparire, ha occupato spazio. Invece di piegarsi all’arroganza dei potenti, ha scelto la via più semplice e radicale: abitare.
Era l’estate del 2002. In un palazzo della Tuscolana, già frutto di una lotta storica del DAC, un gruppo di “ultimi” che si incontrava, intrecciando lingue, culture, storie personali. Non si trattava solo di capire come sopravvivere, ma di cambiare il senso stesso della parola “abitare”. Bisognava rovesciare un ordine stabilito: non “hai una casa, dunque esisti”, ma “esisti, dunque hai diritto a una casa”.
Il 18 dicembre 2002, dopo quell’incontro, a San Lorenzo, apparvero striscioni che dicevano: “Case per vivere – canoni accessibili per tutti”. Dietro quelle parole c’erano famiglie che portavano sulle spalle non solo valigie, ma rivendicazioni; giovani precari che non volevano più pagare per tutta la vita l’affitto di una stanza; anziani sfrattati che non accettavano di chiudere la propria esistenza senza dignità. Un popolo composito, fragile e allo stesso tempo fortissimo, che aveva deciso che occupare non era un atto di violazione, ma una dichiarazione di dignità.
Action non fu solo un movimento per la casa, ma fu un erede delle esperienze antagoniste e antiglobalizzazione dei primi anni Duemila. Portava dentro di sé il patrimonio immaginifico degli zapatisti e dei disobbedienti, la creatività dei centri sociali romani e la forza dei vecchi militanti che avevano trovato una nuova casa politica. Era conflitto, certo, ma anche costruzione di comunità. Un «conflitto governativo», dicevano alcuni, perché non si limitava a contestare: produceva alternative di governo dal basso, con assemblee, proposte e sperimentazioni concrete.
Le prime occupazioni furono un grido di giustizia. Un atto che, agli occhi dei potenti, appariva illegale, ma che nella sostanza restituiva legalità costituzionale a chi ne era stato privato. In una città con 25.000 domande di alloggi popolari inevase, 30.000 sfratti esecutivi e 90.000 appartamenti pubblici messi in vendita, la distanza tra principi e realtà era abissale. Con l’occupazione di via Cesare De Lollis nel 2003 (ex sede di una società immobiliare), quella di viale Carlo Felice nel 2004 (immobile di Banca d’Italia) e quella di viale Castrense nel 2015 (proprietà della famiglia Vaselli), non solo si rese visibile il corpo sociale dell’emergenza, ma si indicò anche quel patrimonio abitativo privato e vuoto che poteva rispondere a bisogni reali:
tanta gente senza casa, ma anche tante case senza gente. Dove i palazzinari vedevano rendita, il movimento vedeva case.
Già l’anno successivo, attraverso un percorso che fu chiamato “emendancia”, perché coinvolgeva cittadini, sindacati, municipi e istituzioni, il movimento presentò al sindaco Veltroni e al Consiglio Comunale un documento politico per avviare una stagione “costituente” sul diritto all’abitare.
Così il percorso dal basso cominciò a lasciare segni concreti e nel 2005 arrivò la delibera 110, una novità assoluta. Non solo sbloccava fondi grazie al cambio di destinazioni d’uso e apriva la strada a un nuovo piano di edilizia pubblica e convenzionata, ma introduceva anche il concetto di canone solidale: appartamenti privati messi sul mercato a canone sociale con una gestione pubblica. Un risarcimento collettivo che trasformava la casa in un diritto.
Da questa stagione nacquero le Agenzie Diritti Municipali, che tra il 2004 e il 2015 furono il cuore pulsante di interi quartieri. Non solo sportelli di assistenza, ma veri motori sociali, strumenti dal basso di governo delle politiche abitative. Fu grazie alla loro azione e alla pressione popolare che nel 2007 tre presidenti di Municipio decisero di procedere alle requisizioni di alloggi destinati all’emergenza abitativa: un atto coraggioso, che mostrava come la politica locale potesse farsi carico del bisogno reale delle persone, ricordando che anche la rendita doveva restituire qualcosa.
Quella stessa energia si riversò negli anni successivi in nuove iniziative. Nel 2013, il movimento degli sfrattati dell’allora VI Municipio occupò Villa Lauricella, nel cuore del Pigneto. Non era solo una risposta agli sfratti che colpivano le famiglie di Torpignattara e dei quartieri vicini, ma un gesto politico che rivendicava il diritto di rimanere nel proprio territorio contro i processi di gentrificazione. Villa Lauricella divenne così simbolo di una lotta che univa resistenza e costruzione comunitaria.
Con il passare degli anni, e con l’avvento del nuovo piano regolatore di Roma, molti di questi sforzi furono spazzati via: la città fu consegnata a una colata di cemento che non restituì neanche una casa a canone sociale. Con l’arrivo del sindaco Alemanno e delle destre, la questione abitativa fu progressivamente rimossa dall’agenda pubblica. Le graduatorie degli alloggi popolari furono sospese, molte conquiste messe in discussione e continuarono gli sgomberi. Ma i movimenti non si arresero. Risposero con lo Tsunami Tour, un’ondata di mobilitazioni diffuse e di occupazioni, tra le quali quella di Via di Santa Croce in Gerusalemme meglio conosciuta come Spintime, che attraversava i quartieri per ristabilire la verità sociale dell’emergenza abitativa, riportandola in agenda. Grazie a questa pressione la Regione fu costretta a stanziare quasi 200 milioni di euro per acquistare patrimonio invenduto o da rigenerare, restituendo alla città almeno uno strumento per fronteggiare l’emergenza. Negli anni del commissario Tronca (2016) e poi con il Governo dei 5 Stelle fino al 2021, tutto questo fu boicottato. Si tornò al punto di partenza: chi rivendicava il diritto alla casa era trattato da criminale e le politiche abitative restarono solo terreno di manovra per la rendita dei grandi costruttori. Fu l’alba della nuova era delle repressioni: il Prefetto Piantedosi, oggi ministro dell’Interno, inaugurò la stagione dei piani Salvini e della marginalizzazione dei senza casa.
Oggi, rileggendo questa stagione durata vent’anni, appare chiaro che non fu solo una serie di occupazioni. Fu un laboratorio del futuro.
Le persone che si riunivano in assemblea, che dipingevano striscioni, che portavano coperte e pentole negli stabili occupati, stavano immaginando un’altra città: una città in cui abitare non è privilegio, ma diritto inalienabile. E non era solo questione di case. Era un orizzonte politico più ampio: quello di un welfare comunitario, di connessioni istituzionali con i consiglieri comunali di movimento, quello del governo dal basso e del cosidetto “municipalismo”, capace di andare oltre la logica individualista che domina la società con una prospettiva politica che rompeva gli argini delle segreterie partitiche e dei consigli comunali e della dicotomia tra pubblico e privato oltre la quale sorge il bene comune.
“Nessuno si salva da solo” non era uno slogan, ma un’esperienza concreta.
Il cielo, quello che i potenti hanno sempre cercato di recintare, resta lì, aperto ed è ora sopra di noi. È lo stesso cielo che nel 2002 si volle occupare per (r)esistere, e che oggi continua a dire a gran voce che la città non appartiene a chi la compra o la vende, ma a chi la abita. Per le nuove generazioni questa storia non è nostalgia, ma una mappa: la dimostrazione che dai margini può nascere un centro, che la fragilità può trasformarsi in forza, che le comunità possono ancora tracciare un percorso nuovo.
Un cielo da occupare, insieme, è ancora lì che aspetta.
Di Giovanna Cavallo, attivista di Action e Spintime
