La rivoluzione silenziosa delle case. Intervista a Rose Molokane

Rose Molokane è un’attivista sudafricana che da oltre trent’anni coordina la Federazione Sudafricana dei Poveri Urbani (FEDUP) e siede nel comitato direttivo dello Slum Dwellers International (SDI), lavorando per trasformare il concetto stesso di lotta per la casa. Nel 2005 le è stato conferito il UN-Habitat Scroll of Honor per il suo impegno nel portare terra e case alle persone in difficoltà economica, ma preferisce definirsi semplicemente «una leader comunitaria» che parla a nome di milioni di persone. 

Cosa significa per te il concetto di “casa” e di “abitare”?

Quando abbiamo iniziato a organizzare la comunità, con un’attenzione particolare alle donne, ci siamo subito concentrati su tre questioni fondamentali: terra, casa ed eradicazione della povertà. La maggior parte delle persone nei paesi in cui viviamo e operiamo sono vulnerabili, svantaggiate, senza alcuna possibilità di rivendicare il diritto alla casa.

Abbiamo quindi elaborato un’agenda che ruotava attorno a questi tre pilastri – terra, casa e lotta alla povertà – con l’idea precisa di affrontare concretamente i problemi abitativi. Molte delle persone che organizziamo semplicemente non hanno una casa: vivono in aree periurbane o in insediamenti informali, spesso senza alcuna sicurezza del possesso. Non possono costruire abitazioni dignitose perché non hanno diritto alla terra su cui costruire.

Per questo abbiamo avviato discussioni su come rendere davvero effettivo il diritto alla casa, creando partenariati strategici con i municipi, i governi regionali, provinciali e nazionali, soprattutto con chi si occupa direttamente di politiche abitative.

Vedi, una casa può essere tecnicamente solo quattro mura e un tetto, ma in realtà rappresenta molto di più: è un “focolare”, un luogo che ti appartiene. Vivere in baracche non è né sicuro né salutare per nessuno.

La sfida vera è questa: anche se desideri disperatamente una casa, senza terra non puoi costruirla.

Ecco perché abbiamo lottato anche per la sicurezza del possesso e per ottenere i titoli di proprietà per chi già possedeva un pezzo di terra.

 

Dal 1991, anno in cui hai iniziato questo percorso, com’è cambiato il lavoro dell’organizzazione?

Molto è cambiato, moltissimo. È importante chiarire subito una cosa: noi non siamo un progetto con una data di scadenza, siamo un processo in continua evoluzione. Nel 1991 abbiamo imparato dai nostri colleghi in India come fossero riusciti a resistere fino a costruire una vera partnership con il governo.

Ciò che mi ha davvero incoraggiata a continuare è stata la scoperta della cultura del risparmio. Abbiamo iniziato a motivare le persone a mettere insieme i loro piccoli risparmi, usando questi fondi come leva per attrarre finanziamenti e risorse da governi e altri attori. Il risparmio non ci ha aiutato solo a raccogliere denaro concreto, ma soprattutto a cambiare completamente la mentalità: le persone hanno finalmente capito che anche piccole somme, se messe insieme, possono trasformare radicalmente la vita.

Questo ha dato una speranza incredibile alle donne. Anche se non avevano una casa o la terra, non erano più senza prospettive: il risparmio le univa, e unite imparavano le une dalle altre. Attraverso SDI abbiamo avviato programmi di scambio – locali, regionali, nazionali e internazionali – che permettevano alle comunità di imparare osservando direttamente come altri lavoravano con i propri governi. In Sudafrica questo ci ha aiutato moltissimo. 

Un altro punto di forza è stata la raccolta sistematica di dati: profilazioni dettagliate, censimenti, ripianificazione degli insediamenti informali e quello che chiamiamo “re-blocking”, che ci ha permesso di ridisegnare completamente le comunità e definire con precisione i confini dei lotti. Grazie a queste informazioni concrete, abbiamo potuto finalmente dialogare alla pari con municipi, città e governo nazionale.

Il risultato? Molte comunità hanno ottenuto i titoli di proprietà; abbiamo negoziato terre sia con privati sia con lo Stato; abbiamo persino influenzato le politiche nazionali sull’edilizia abitativa, riuscendo a ottenere sussidi anticipati. E abbiamo costruito più di 15.000 case per altrettanti nuclei familiari.

Le donne hanno acquisito alfabetizzazione finanziaria e soprattutto sicurezza nel dialogo con i politici. Il governo ha iniziato a riconoscerci come un movimento affidabile e ben organizzato. Ed è esattamente per questo che sono ancora qui oggi: perché vedo i cambiamenti concreti sul campo.

 

Perché avete scelto di mettere le donne al centro di questo processo?

Io dico sempre «se educhi un uomo, ha educato una persona sola. Se educhi una donna, hai educato una nazione intera».

Parlare con una donna significa che lei diffonderà il messaggio, lo amplificherà. Le donne hanno molte più relazioni sociali degli uomini; e sebbene tradizionalmente gli uomini siano considerati i “capi famiglia”, le vere amministratrici della vita familiare sono sempre le donne. Sono loro che sanno esattamente che tipo di casa serve alla famiglia: quanto grande dev’essere la cucina, quante stanze servono, dove deve essere lo spazio per i bambini. Le donne si occupano concretamente del cibo, dei figli, persino dei mariti. Dal punto di vista politico, quando emergono problemi nella comunità, le prime a subirne direttamente l’impatto sono le donne, perché spesso gli uomini sono al lavoro fuori casa. Sono loro le prime a notare le vulnerabilità dell’abitazione – per esempio quando il tetto inizia a perdere acqua.

Le donne sono il vero “pensatoio” della famiglia. In Sudafrica, storicamente, hanno creato molte più associazioni di credito e gruppi di risparmio rispetto agli uomini.

Abbiamo capito molto presto che per rafforzare davvero una comunità bisogna necessariamente partire dalle donne.

 

Puoi raccontarci un episodio che ti fa pensare: “È esattamente per questo che faccio questo lavoro”?

Nel 1991 partecipai al mio primissimo workshop, organizzato da People’s Dialogue on Land and Shelter, con delegati provenienti da India, America Latina, Zimbabwe, Tanzania, Kenya, Colombia, Thailandia e molti altri paesi.

All’inizio ero completamente silenziosa, non capivo bene la lingua, e continuavo a pensare: «Questa è roba politica, e io non sono una politica». Poi ascoltai i delegati indiani: raccontavano che, dopo aver aspettato 40 lunghi anni per la democrazia, la vita quotidiana non era affatto migliorata e che ancora 800 persone erano costrette a condividere un unico bagno. Rimasi letteralmente scioccata.

Durante la pausa pranzo parlai con Jockin Arputham, che mi invitò direttamente in India. Lì vidi con i miei occhi donne completamente prive di istruzione formale che dormivano sui marciapiedi ma che allo stesso tempo dirigevano uffici complessi, raccogliendo fondi per i bisogni quotidiani della comunità. Mi spiegarono il concetto del risparmio quotidiano: andare di casa in casa a raccogliere piccole somme, giorno dopo giorno. Mi unii immediatamente a loro, e anche senza conoscere minimamente la lingua locale riuscimmo insieme a raccogliere denaro.

Quando tornai in Sudafrica, invitai proprio quegli attivisti indiani a parlare alla mia comunità. Su 500 persone presenti, solo 11 donne accettarono di iniziare a risparmiare insieme – ma io ero già entusiastissima, perché erano tutte donne. Da quel momento preciso, iniziai a concentrare tutti i miei sforzi sulla mobilitazione femminile.

Fu l’inizio della costruzione di fiducia e resilienza nelle donne più vulnerabili, e poi dei giovani. Il governo cominciò finalmente ad ascoltarci, anche se con estrema lentezza nell’attuazione delle politiche. Ma questo mi diede la spinta per andare sempre avanti. Dico sempre: finché ci saranno persone povere al mondo, continuerò a lavorare insieme a loro per cambiare concretamente le loro vite.

 

Cosa significa per te oggi essere diventata una voce internazionale riconosciuta per queste donne? Come ti fa sentire questa responsabilità?

Quando partecipo a grandi incontri globali mi sento incredibilmente orgogliosa, anche se tecnicamente sono solo una leader comunitaria, non una politica di professione né una tecnica specializzata. Non uso PowerPoint nelle mie presentazioni, parlo semplicemente di ciò che facciamo ogni giorno, delle sfide concrete che affrontiamo e delle soluzioni pratiche che troviamo.

Ciò che mi dà il coraggio di continuare è sentire sempre le voci di milioni di donne, uomini e giovani dietro di me. Anche se fisicamente non sono presenti in quelle sale importanti, io li sento parlare direttamente attraverso di me. Non sono io che parlo: sono loro.

Ricordo sempre ai leader politici che incontro che noi siamo insieme sia il problema che la soluzione.

Sulle piattaforme globali non ci limitiamo mai solo a parlare: pratichiamo concretamente ciò che diciamo. È esattamente per questo motivo che governi e istituzioni come la Banca Mondiale, Cities Alliance e UN-Habitat collaborano attivamente con noi. Abbiamo firmato accordi formali e realizzato progetti congiunti di grande impatto.

Certo, a volte i governi ci deludono profondamente, con attuazioni deboli delle politiche o con cambiamenti improvvisi di amministrazione, ma noi non ci arrendiamo mai. Continuiamo ostinatamente a bussare alla porta del potere. Alcune città, come Città del Capo e Durban, ci sostengono ormai direttamente. Per esempio, proprio ora stiamo costruendo 250 nuove case a Durban, finanziate completamente in anticipo dal governo locale.

Quindi, sebbene la porta del cambiamento non sia ancora completamente aperta, posso dire che non è neanche più chiusa come prima. Continuiamo a spingere con forza, perché la nostra gente ha disperato bisogno di noi, e noi non li abbandoneremo mai.

Intervista a Rose Molokane, coordinatrice di FEDUP e membro del direttivo dello SDI, curata da Sara Paolella