Il primo sindacato interno ad Amazon

 intervista a Chris Smalls
a cura di Andrea Carcuro

Fine marzo 2020. Il mondo intero sta vivendo la fase più drammatica della pandemia da Covid-19 e Chris Smalls, oggi 38 anni, lavoratore di Amazon, denuncia la mancanza di adeguati protocolli di sicurezza relativi all’esposizione al virus nel magazzino di Staten Island, negli Stati Uniti, dove lavora. Per questa azione di protesta viene licenziato e nel 2021 fonda il primo sindacato nella storia americana per i lavoratori di Amazon, l’Amazon Labour Union. Questo nonostante la multinazionale di proprietà di Jeff Bezos abbia tentato in tutti modi di ostacolare la sua mobilitazione, con campagne antisindacali, come fa da decenni per impedire la sindacalizzazione dei lavoratori e le lavoratrici dei suoi stabilimenti. 

 

Smalls sarà presidente dell’Amazon Labor Union fino al 2024 e oggi, come ci racconta, continua a lottare a più livelli per denunciare i vari sistemi di oppressione nel mondo, costruendo solidarietà internazionale, partendo dal tema del lavoro ma non solo. Nel luglio 2025 ha partecipato alla missione umanitaria Handala, della Freedom Flotilla Coalition, nel tentativo di rompere il blocco israeliano della Striscia di Gaza durante il genocidio a Gaza. Smalls dopo il sequestro della nave da parte dell’esercito israeliano si è rifiutato di firmare i documenti di deportazione e ha iniziato uno sciopero della fame.

È tra gli ultimi due passeggeri dell’equipaggio a rimanere sotto custodia israeliana, prima di essere espulso il 31 luglio.

 

 

Come è nata la tua esperienza sindacale con Amazon Labour Union e di cosa ti occupavi nella multinazionale?

 

Ho iniziato a lavorare in Amazon nel 2015. Ero un addetto al magazzino e poi sono stato promosso ad assistant manager nel mio primo anno e ho ricoperto questo ruolo per quattro anni e mezzo. Ho lavorato in tre magazzini per Amazon, nel New Jersey, nel Connecticut, e il JFK nello Staten Island, l’ultima struttura in cui sono stato. Ai nuovi assunti ho sempre detto: “Se avete un abbonamento in palestra, forse è meglio cancellarlo”. Qui si fanno dalle 10 alle 12 ore di ginnastica, si sta in piedi tutto il giorno. Anche gli spostamenti sono molto lunghi. Nel mio caso, ad esempio, venendo dal New Jersey, il tragitto per Staten Island era di 2 ore e mezza, a volte anche 3 ore, all’andata e al ritorno. Gli stabilimenti sono enormi: 1,5 milioni di metri quadrati, alcuni grandi quanto 14 campi da football della NFL. Bisognava essere pronti fisicamente ma anche mentalmente, perché questi edifici erano senza finestre, tranne nella sala da pranzo. Lavorare così per tante ore al giorno è un po’ come stare in isolamento e poi magari quando stacchi devi timbrare il cartellino per un altro lavoro, per arrivare a fine mese. Un motivo in più per cui avevamo bisogno di un sindacato. L’ho capito ancora di più quando sono sono stato licenziato 5 anni fa perché ero uno di quelli che ha denunciato la mancanza di adeguati protocolli di sicurezza relativi all’esposizione al COVID-19 nel magazzino di Staten Island. A New York City moriva una persona ogni 15 minuti. Sentivo che era mia responsabilità come assistant manager far sentire la nostra voce. E quando l’ho fatto, sono stato licenziato.

[Smalls, a novembre 2022, avvia una class action contro Amazon citando la discriminazione razziale come una delle cause del suo licenziamento. A marzo 2022, è stata accolta una richiesta di archiviazione presentata da Amazon e Smalls ha poi presentato ricorso, ndr].

 

Come erano soliti comportarsi nei tuoi confronti e verso i tuoi colleghi mentre stavate costituendo il primo sindacato interno ad una delle multinazionali più grandi al mondo?

 

Ovviamente sono stato licenziato per la vicenda Covid, non per aver organizzato il sindacato, dato che un anno e mezzo dopo essere stato licenziato ho fondato l’Amazon Labour Union. La cosa da fare subito era creare un team interno ed esterno [al magazzino,ndr]. Avevamo dei lavoratori che lavoravano nell’edificio da cui ero stato licenziato, tra cui il mio amico fraterno Derek Palmer ad esempio. Il nostro obiettivo era quello di creare questo sindacato partendo da zero, non abbiamo ricevuto alcun aiuto da altri sindacati, né da politici o altre figure simili. Abbiamo dovuto fare tutto da soli, basandoci sulle nostre risorse e ricerche.

 

Amazon ha comunque speso oltre 20 milioni di dollari per cercare di fermare la nostra iniziativa dal basso. Hanno chiamato la polizia più volte, sono stato arrestato, hanno speso soldi ogni giorno per assumere degli union-busters, in sostanza degli anti sindacalisti, che arrivavano da diverse parti del mondo per venire nel nostro stabilimento e scoraggiare i lavoratori dall’iscriversi. Li pagavano da 3.000 a 10.000 dollari al giorno.

Inoltre, hanno tappezzato l’edificio con dei volantini per una campagna antisindacale. L’ultima cosa che hanno fatto è chiudere i lavoratori in un’aula un’ora al giorno, una situazione simile a un’ora di lezione in classe, e dicevano loro perché non avrebbero dovuto votare per un sindacato. E nonostante tutto quello che hanno fatto e gli sforzi che hanno compiuto, siamo riusciti a contrastare tutto ciò con le nostre narrazioni.

Ero fuori dall’edificio ogni giorno per oltre 300 giorni a parlare con i lavoratori, guadagnandomi la loro fiducia, costruendo relazioni. Alla fine, nell’aprile del 2021, quando si sono tenute le elezioni abbiamo vinto con oltre il 5% dei voti in più, vale a dire oltre 500 lavoratori e siamo diventati il primo sindacato nella storia americana per i lavoratori di Amazon.

 

Dopo la pandemia da COVID, un po’ ovunque, c’è stato un netto aumento delle persone impiegate nella cosiddetta “gig economy”, in particolare attraverso app di home delivery [riders, ndr], ma non solo. In questo modo le piattaforme private e le grandi compagnie hanno aumentato i loro profitti ma senza ricadute positive sui diritti dei lavoratori. Secondo te, qual è il miglior modo per regolare queste piattaforme in termini di trasparenza ma anche di diritti ad un giusto salario, considerando che – specialmente negli Stati Uniti – l’amministrazione Trump ha avuto e ha il supporto dei proprietari di molte di queste multinazionali?

 

Il problema è proprio questo. Questa amministrazione ha completamente smantellato il National Labour Relations Board, ovvero l’ente che rappresenta l’ultima rete di sicurezza di cui disponiamo per regolamentare e responsabilizzare le aziende. Ora dobbiamo fare i conti con un’amministrazione che non è amica dei lavoratori.

L’America probabilmente ha il più basso tasso di adesione sindacale tra tutti i principali paesi del mondo. Stiamo parlando di meno del 6% nel settore privato e meno del 10% nel settore pubblico. Abbiamo una battaglia davvero difficile da combattere quando si tratta del movimento sindacale, perché il movimento è molto piccolo e molto debole qui. È qualcosa che ho notato nell’esperienza maturata negli ultimi anni come organizzatore di un sindacato. 

È per questo che è importante collegare diverse lotte perché Amazon, ad esempio, come Google, Meta, Facebook, Microsoft, sono tutti collegati in diverso modo al genocidio in corso in Palestina; sono tutti collegati all’amministrazione Trump accettando miliardi di dollari di detrazioni fiscali in modo da poter continuare la loro corsa allo spazio.

Quando accendi la luce su tutte le diverse questioni, inizi a renderti conto che il sistema è compromesso, è manipolato. Quello che sto cercando di fare ora, l’unico modo che vedo per risolvere tutti questi problemi in una volta sola, è cercare di costruire il Partito Laburista degli Stati Uniti, qualcosa che avevamo già negli anni ’60 e ’70: cercare di creare un partito che ovviamente avrà politiche migliori di quelle con cui abbiamo a che fare in questo momento, per sfuggire al sistema bipartitico che c’è in America. Ci vorranno alcuni anni perché questo avvenga ma è su questo che cercherò di lavorare. Insieme alle altre cose continuo a lottare affinché i lavoratori di Amazon ottengano un contratto e continuo a lottare per la liberazione dei palestinesi. Sarà molto difficile, ma è necessario. Avrò bisogno di molto sostegno e sono felice di essere riuscito a costruire una forte solidarietà internazionale, perché anche questo è importante: avere relazioni internazionali.

 

Partendo da Amazon hai sempre detto di voler “collegare i puntini”  dei diversi sistemi di oppressione, lo hai fatto ad esempio denunciando i legami di Amazon con Israele, ma non solo. Come questa esperienza indica, secondo te, la necessità di battaglie condivise che non si limitano alle singole e specifiche istanze dei movimenti ma che propongono un’idea condivisa di società, proprio partendo dal lavoro come nel tuo caso?

 

Questo è esattamente ciò che è il lavoro. Il Partito Laburista dovrebbe essere lo scudo di ogni lotta della classe operaia, che si tratti della Palestina, delle questioni climatiche, dei diritti delle donne o dei diritti civili. Purtroppo qui in America, i nostri politici hanno guidato molte di queste questioni sindacali. E non è così che dovremmo organizzarci. Non possiamo permettere che la politica guidi il modo in cui ci organizziamo. Dovrebbe essere il contrario. Dovrebbero essere i sindacati a guidare il modo in cui i politici dovrebbero governare. Con questo intendo dire che, ad esempio, sia tra i Democratici e che i Repubblicani ci sono persone che hanno sostenuto questa guerra contro la Palestina. I sindacati presenti in aziende che spediscono armi e producono armi qui negli Stati Uniti potrebbero facilmente scioperare in questo momento e fermare tutte le armi e la produzione che avviene per Israele. Invece sono complici e continuano a spedire armi e a produrne di nuove. E questo è solo un esempio. Ci sono tanti modi diversi in cui possono usare la loro militanza per creare un vantaggio economico per qualsiasi paese. Abbiamo visto casi simili anche in altri paesi, come l’Italia, dove alcune regioni hanno completamente disinvestito da Israele. Questo può aiutare e deriva non solo dal sostegno dei sindacati, ma anche dal sostegno dei cittadini comuni: qui ai sindacati manca un rapporto con le organizzazioni dal basso, c’è una disconnessione tra loro e la comunità della classe operaia.

 

Come vedi il futuro della rappresentanza sindacale?

 

I sindacati tradizionali qui in America non sono stati in grado di mettere in atto quel tipo di organizzazione dal basso che mi è servita per battere Amazon. Ed è proprio per questo motivo che l’organizzazione sindacale tradizionale non è più il modo in cui dobbiamo organizzarci. Per fare un esempio, tra le altre cose, siamo nel XXI secolo e dobbiamo usare la tecnologia, molti sindacati tradizionali non sono molto al passo con i tempi per quanto riguarda i social media. La più grande minaccia che ho rappresentato per Amazon, ironicamente ma la racconto per quanto è divertente, è che un giorno hanno mandato delle lettere ai miei avvocati perché erano infastiditi dal fatto che usassimo TikTok. Questo dimostra chiaramente che hanno paura del modo in cui utilizziamo i social media per diventare virali, del modo in cui utilizziamo i social per comunicare con il grande pubblico. 

 

Infine vorrei chiederti un commento sulle recenti forti proteste avvenute a Venezia tra maggio e giugno 2025 per il matrimonio di Bezos, dove ha affittato un’intera parte dell’isola per le sue celebrazioni  private. I movimenti hanno chiesto tutele per i residenti e per il diritto all’abitare in una città già fortemente colpita dalla turistificazione, e spesso prestata ai desideri e alle volontà di grandi miliardari. Cosa ne pensi di quest’ultima vicenda, sei favorevole ad una tassa sui grandi patrimoni?

 

Sono stato molto felice di vedere quelle proteste e anzi mi è dispiaciuto molto non poter essere lì, in tanti mi hanno scritto messaggi. Mentre mi preparavo per partire con la missione Handala e mi trovavo a Siracusa, ho incontrato molte persone che mi hanno parlato delle proteste a Venezia. Anche se sono riusciti a celebrare il matrimonio, so che gran parte della popolazione italiana non lo ha supportato, anche i sindacati. Ma soprattutto i lavoratori di Amazon non lo hanno appoggiato. Questo è sempre positivo, ancora una volta, fa vedere la solidarietà internazionale. 

Questo tipo di iniziative mi motivano davvero e ispirano anche noi qui in America a continuare a lottare affinché i miliardari siano tassati. Sono d’accordo che i miliardari dovrebbero essere tassati. Se fossero tassati, non dovremmo affrontare tante delle crisi che il mondo sta affrontando ora. Dalle persone senza dimora, alla povertà, alla mancanza di alloggi, alla mancanza di cibo. Potrebbero risolvere così tante delle crisi mondiali. Anche solo tassando uno di loro avrebbe abbastanza soldi per rimanere una delle persone più ricche del pianeta anche dopo aver risolto i problemi. Loro stanno, invece, deliberatamente ignorando queste questioni, per aumentare i loro profitti e continuare a sfruttare la classe operaia. Ecco perché è importante che tutti noi ci rendiamo conto di essere dalla stessa parte.

Non possiamo permettere che queste poche migliaia di persone miliardarie distruggano il nostro pianeta, a scapito di tutti gli altri. Dobbiamo rimanere uniti e continuare a lottare.