Tra i problemi che gravano sulla società italiana di oggi, l’abbandono istituzionale delle aree interne è sicuramente uno dei più complessi da affrontare per chi progetta politiche pubbliche. Una sfida che viene resa ancora più difficile dal manifestarsi di interessi e poteri locali, i quali sfruttano la crisi di questi territori attraverso dinamiche estrattive. Un caso esemplare lo troviamo in Molise, dove l’erogazione del servizio di trasporto pubblico locale produce ingiustizie per i lavoratori e inefficienze per i pendolari. Due anni fa, Scomodo denunciò l’opacità dietro a questo settore con un’inchiesta sul caso Atm. Per ricapitolare, gli autisti dell’Atm (Azienda di Trasporti Molisana) non vengono pagati con regolarità perché l’amministratore delegato, l’imprenditore Giuseppe Larivera, sostiene di non ricevere soldi dalla Regione, che da anni eroga fondi senza verificare il bilancio delle imprese affidatarie. La questione prende una svolta quando degli autisti chiedono un decreto ingiuntivo – un ordine del giudice che impone al debitore di pagare una somma entro un termine, su richiesta del creditore – e la Regione rimedia al mancato pagamento degli stipendi, senza revocare però l’affidamento a Larivera. Stesso danno, doppi costi.
Da allora, la situazione non ha fatto altro che peggiorare. «C’è un collega di mia conoscenza che è stato trasferito dal suo paese di residenza. È palese che sia una ritorsione, perché non c’era altro motivo. Questo era uno di quelli che non faceva le fermate. Io invece sono stato messo a fare i turni in provincia, mentre qualcun altro è stato messo in ferie, e così si continua a garantire il servizio». Questa era la testimonianza di un autista molisano, schieratosi nella battaglia contro l’illegalità in cui opera il trasporto pubblico locale, che incarna quei radicati centri di potere di cui abbiamo parlato poco fa.
Nell’autunno del 2024, alcuni autisti vengono multati dalla polizia per aver fatto scendere i passeggeri a delle fermate non sicure. Tutto ciò accade sulla Bifernina, la strada statale che collega il capoluogo di regione al Basso Molise.
Dopo la notizia, autisti e sindacati hanno organizzato dei presidi per chiedere alla Regione di mettere a norma le fermate. Inascoltati, gli autisti hanno proseguito la lotta dichiarando che non avrebbero più effettuato alcune soste. Antonio (nome di fantasia) è un pendolare di Guardialfiera, comune dove quest’azione ha creato dei disagi: «Una mattina, di punto in bianco, i pullman per Campobasso non si sono fermati al bivio. Gli studenti delle superiori e i lavoratori sono rimasti a piedi, e là è scoppiata la polemica soprattutto perché in mezzo alla strada c’erano anche degli studenti minorenni», ci racconta.
Una scelta così forte non poteva cadere nella solita inerzia, e infatti la reazione non è tardata ad arrivare: la ditta Sati, che copre la linea Campobasso-Termoli, manda delle sanzioni disciplinari ai dipendenti che hanno aderito alla protesta. E così, gli autisti molisani sono finiti tra l’incudine e il martello: se effettuano le soste, rischiano multe e ripercussioni penali in caso di incidente ai passeggeri; se rispettano la legge, vengono sospesi dal lavoro e vedono ridursi la busta paga.
Le aziende hanno utilizzato trasferimenti e sospensioni per punire gli autisti che hanno aderito alla protesta per chiedere alla Regione di mettere in sicurezza le fermate
Il problema delle fermate si accumula al mancato rispetto dei diritti lavorativi che la categoria subisce da decenni. Qualche mese fa, Faisa Cisal (Federazione Autonoma Italiana Sindacale degli Autoferrotranvieri, Internavigatori ed Ausiliari del Traffico e Confederazione Italiana Sindacati Autonomi Lavoratori) ha pubblicato una relazione sul trasporto pubblico locale: in queste pagine, emerge che gli autisti molisani hanno un primato nazionale di produttività, poiché a un minor costo corrispondono più chilometri su strada; inoltre, gli straordinari non sono compensati a dovere e non vengono nemmeno riconosciuti alcuni bonus economici, come quello del maneggio denaro, che porta con sé rischi di errori e aggressioni.
La relazione è stata scritta dal sindacalista Pasquale Giglio, una vita di esperienza nelle Ferrovie dello Stato, che spiega a Scomodo la direzione presa dalla Faisa Cisal: «Dobbiamo difendere la lotta degli autisti sanzionati, non hanno alcuna tutela. Per adesso ci siamo confrontati con il nostro legale per capire se c’è l’ipotesi di un reato da parte delle imprese, nel frattempo aspettiamo il verdetto del giudice sul lavoro in merito alla legittimità delle sanzioni». Dopo le vicende sulla Bifernina, la politica regionale promette ai sindacati un cronoprogramma per gennaio, ma ciò non accade. Allora i sindacati organizzano un incontro alla Prefettura di Campobasso per cercare un dialogo con le istituzioni. Giglio racconta l’esito dell’incontro: «Nella riunione che abbiamo tenuto, la parte di Regione che si occupa di infrastrutture si è presa l’impegno sul lungo termine di mettere a norma alcune fermate. Chi si occupa di trasporti, invece, è sempre rimasto sul vago», dichiara Giglio a Scomodo. Primo tra tutti Roberto Di Pardo, consigliere regionale con delega ai trasporti fino alla restituzione dell’incarico a maggio scorso, che, ci racconta Giglio, ha raccomandato ai sindacati di “agire con buon senso”. Non solo: «Tra una parola e l’altra, ci ha chiesto la cortesia di abbassare i toni mediatici per non fare troppo rumore ed evitare conseguenze politiche. Ma noi abbiamo fatto totalmente l’opposto, anche perché è l’unico modo per farci ascoltare», ci racconta Salvatore, che gestisce la pagina Facebook del sindacato. Lui fa l’autista da vent’anni, e l’anno scorso è stato sanzionato dalla Sati per aver aderito alla battaglia.
L’origine del problema, secondo Salvatore, sta nella natura dell’affidamento senza bando, come già avevamo denunciato nella prima inchiesta: «È evidente che le aziende si identificano come i proprietari del trasporto pubblico. Il fatto di aver gestito il servizio in maniera ininterrotta per decenni ha fatto sì che non ci fosse proprio la concezione di gestire risorse pubbliche». Un atteggiamento che spesso viene fuori negli incontri coi sindacati: «Solo quando hanno da guadagnarci ci convocano. Tipo l’ultima volta, quando per ricevere dei fondi per attivare dei corsi di formazione gli serviva il nostro consenso. Fondamentalmente a questo gli servono i sindacati e i lavoratori», lamenta Salvatore.
Il sistema degli affidamenti ha deresponsabilizzato le aziende ma anche la Regione, che ha trascurato servizio e infrastrutture per decenni.
In merito all’incontro in Prefettura, il consigliere Roberto Di Pardo rispondeva così a Scomodo: «Sono più o meno quarant’anni che esiste il codice della strada fatto in quel modo per le fermate dei pullman, e tantissime non sono a norma. Se il problema non è stato risolto per quarant’anni, forse manco il mago Forrest può risolvere il problema». E ancora: «Dinanzi al Prefetto e all’Anas abbiamo presentato una progettualità cercando di intervenire su tutte le fermate. Soltanto per mettere a norma le fermate sulla Bifernina, il computo metrico è di circa 2 milioni e 300 mila euro». Dopo essere stata restituita da Di Pardo, la delega ai trasporti è passata a Vincenzo Niro, sottosegretario alla presidenza della giunta regionale, da cui però non siamo riusciti a ottenere un’intervista nonostante l’iniziale risposta dall’addetto stampa.
Dopo l’incontro in Prefettura, Giglio racconta di aver scoperto che «la Regione ha addirittura autorizzato una fermata allo stabilimento della F.I.S.». Si tratta di un impianto chimico situato nella zona industriale di Termoli, dove ogni mattina si recano molti lavoratori pendolari. Il problema sta nel fatto che la fermata non rispettava le norme di sicurezza, «perché si trattava di un cantiere a cielo aperto». Lo stabilimento della F.I.S. è nell’area di interesse del Cosib (Consorzio per lo Sviluppo Industriale della Valle del Biferno), consorzio pubblico con sede nella zona industriale di Termoli, il cui direttore generale è l’avvocato Nicola Del Re, in passato rappresentante legale dell’Atm di Giuseppe Larivera. Del Re ha ricevuto la nomina mentre era assessore al Comune di Petacciato, paese costiero a una decina di chilometri da Termoli, che dal 2017 al 2023 è stato amministrato proprio da Roberto Di Pardo. Scomodo ha provato a mettersi in contatto con l’avvocato Del Re per avere dei chiarimenti sulla questione, senza ricevere risposta.
Di Pardo, allora sindaco di Petacciato, era stato eletto presidente del Cosib; la dimissione da entrambe le cariche arriva alle porte delle elezioni regionali del 2023. Lecito chiedersi se questa precedente carica possa aver influito sull’approvazione della fermata. In merito a ciò, Di Pardo replicava: «La fermata non è per il Cosib, è per la fabbrica. E a chiederla sono stati i sindacati dei dipendenti». Bisogna inoltre precisare che, in quanto consigliere regionale con delega ai trasporti, Di Pardo non aveva il potere di autorizzare le fermate: «Il conflitto d’interessi ce l’ho se ho un ritorno come politico, o per un mio amico, ma là ci sono quattrocento dipendenti».
Stando agli articoli di testate locali e alle parole di Faisa Cisal, Di Pardo è molto vicino a Francesco Roberti (Forza Italia), governatore in carica del Molise ed ex sindaco di Termoli. Durante il suo mandato, a Termoli era sorto un problema con la Gtm, azienda del gruppo Larivera che per anni ha gestito il servizio di bus in città. Dopo la pubblicazione di un bando per il project financing della mobilità urbana, la Gtm esercita il diritto di prelazione sulla concorrenza, ottenendo dal Comune la gestione ventennale del servizio: un bando che all’Anac (Autorità Nazionale Anticorruzione) sembrava un pretesto per rinnovare l’affidamento alla Gtm. Torniamo sempre lì: l’opacità di affidare un servizio pubblico a un’impresa che non si è aggiudicata alcun bando di gara, a Termoli così come a livello regionale. Scomodo ha contattato il presidente Roberti per alcune domande sugli affidamenti e in generale sulla linea politica della sua giunta per il TPL, ma non è arrivata alcuna risposta.
Sugli affidamenti, Di Pardo rivendicava un cambio di rotta rispetto al passato: «Per risolvere il contratto con l’Atm devono ricorrere delle fattispecie che purtroppo non si sono mai verificate. In passato, la Regione ha ritenuto di poter sostituire l’azienda nel pagamento degli stipendi: io non ho mai ritenuto corretto fare quello. Nel momento in cui ho i fondi in cassa, io pago la società, che a sua volta deve pagare i propri dipendenti: se non lo fa, ricorre uno dei presupposti per la risoluzione contrattuale. Da quando ci sto io ai trasporti, Larivera ha sempre pagato nei tempi, non c’è mai stato ritardo». I fatti però dicono altro: Di Pardo riceve la delega ai trasporti a settembre del ‘24, a dicembre autisti e sindacati denunciano due mensilità arretrate. Nonostante ciò, Di Pardo riteneva che il motivo dell’annosa questione fosse il ritardo della Regione nell’erogazione di fondi all’Atm. Nessuna parola sulla verifica dei bilanci delle imprese, tantomeno sul controllo dei dati di viaggio dichiarati. Tutto sommato, una posizione non dissimile da quella che Giuseppe Larivera porta pubblicamente avanti da tempo.
Scomodo ha avuto modo di mettersi in contatto con Giuseppe Larivera, che spiega così il motivo per cui continua a operare nel settore dei trasporti: «Si tratta di un lavoro che interessa la mia famiglia da generazioni, prima mio padre e ora io: ci sono nato e cresciuto, in un certo senso ci sono affezionato. E poi sono un inguaribile ottimista». Intanto, i dipendenti dell’Atm e della Gtm continuano a denunciare l’irregolarità delle retribuzioni, un problema a quanto pare cronico nelle aziende di trasporto del gruppo Larivera.
Rispetto all’erogazione dei fondi pubblici da parte della giunta Roberti, Larivera conferma ciò che Di Pardo aveva dichiarato a Scomodo poco prima di restituire la delega ai trasporti: «Ritengo di poter sostenere che ad oggi le erogazioni del contributo ordinario, tranne qualche eccezione, sono regolari». Alla richiesta di conoscere i dati dell’Atm su abbonamenti emessi e biglietti venduti, però, la risposta è piuttosto vaga: «Al momento mi resta difficile quantificare il numero di abbonamenti emessi in un anno, ma comunque gestiamo un importante movimento di persone». La trasparenza sui dati di viaggio è una delle mancanze più gravi degli affidamenti, considerando le metriche utilizzate per l’erogazione di fondi pubblici. Anche Pasquale Giglio sottolinea queste zone d’ombra: «In uno studio emerse che l’Atm aveva dei ricavi sui costi solo del 13%, questo significa che non porta quasi nessuno: il resto ce lo mette la Regione. Questo sistema incardinato comporta che la ditta deve solo fare chilometri. Non hanno mai acquistato un autobus nuovo fin quando non sono arrivati dei fondi per la sostituzione dei mezzi, pur fruendo dell’ammortamento dei mezzi pubblici».
Senza il controllo sui dati di viaggio bisogna prendere per buone le dichiarazioni fatte dalle aziende, che utilizzano software di bordo proprietari
Tra le problematiche sollevate dai sindacati, c’è anche la questione della contrattazione di secondo livello. In sintesi, quindici anni fa la Regione Molise approva la nuova rete dei servizi minimi di TPL e include la contrattazione di secondo livello, una forma di negoziazione che adegua le condizioni di contratto collettivo a livello aziendale o territoriale. E così, un gruppo di esperti realizza lo studio D’Abate, che indica le risorse pubbliche da destinare alle imprese e ai contratti dei lavoratori. In merito a ciò, Larivera dichiara a Scomodo: «La contrattazione di secondo livello è una facoltà delle aziende, non un obbligo. Ad oggi non è in corso nessuna interlocuzione in tal senso con le sigle sindacali. Tuttavia l’azienda non è chiusa al dialogo, ma è necessario che si crei un rapporto di collaborazione tra azienda, regione e lavoratori per consentire di arrivare ad una contrattazione di secondo livello che accontenti tutti e non scompensi nessun equilibrio». Le cose non starebbero esattamente così. La Regione Molise, infatti, ricevuto lo studio D’Abate, nell’erogazione di fondi pubblici include anche i costi legati alla contrattazione di secondo livello, come maggiorazioni salariali, ticket e diarie. Questo significa che le imprese affidatarie, pur non stipulando contratti di secondo livello con i sindacati, hanno comunque ricevuto i fondi pubblici destinati anche a coprire quei costi. Ma allora, dove sono finiti tutti quei soldi? Una domanda che forse la politica regionale dovrebbe farsi, anziché rinnovare un regime di affidamenti che solleva più di qualche dubbio.
La Regione Molise ha previsto i contratti di secondo livello nell’erogazione dei fondi, ma le aziende non li hanno stipulati.
Gestione poco trasparente dei fondi pubblici, potenziali conflitti d’interesse, radicati centri di potere, e persino l’esistenza stessa dell’ente regionale: una profonda ingiustizia pubblica che dura da decenni. Giglio spiega come il benessere collettivo non sia mai stato l’obiettivo degli affidamenti: «In Molise non ha senso fare due bandi di gara, ci sono realtà più grosse di noi che hanno il gestore unico. Era anche stato provato che la doppia gestione sarebbe costata 7 milioni di euro in più. La soluzione adottata, studiata ad hoc per il Molise, sovverte tutte le regole presenti negli altri posti d’Italia. Una chiara dimostrazione che si volevano accontentare sia l’Atm che la Sati». Che, tra l’altro, hanno anche una storia comune: l’Atm stessa nasce come fusione temporanea tra le ditte Sati e Larivera, finché la prima non è tornata autonoma nel 2014.
Sul futuro degli affidamenti, Di Pardo spiegava così: «Stiamo rifacendo il bando di gara, che in Molise manca dal 2009. Si parla di ambito territoriale unico, questo non significa che non si possa fare il doppio lotto: è competenza del RUP [Responsabile Unico del Procedimento, segue tutte le fasi dell’affidamento e dell’esecuzione di un contratto pubblico, ndr] capirne l’economicità, proprio perché la politica non deve entrare nella gestione». A gennaio è riemersa anche la proposta di costituire una società in house per la gestione del trasporto pubblico, già avanzata dal M5S nella scorsa legislatura. Finora, l’attuale giunta regionale non ha sostanzialmente fatto nulla di diverso rispetto alle precedenti. Intanto, l’opacità del sistema degli affidamenti è sempre più palese: in un’indagine diffusa di recente, la Guardia di Finanza ha denunciato un danno erariale da 23 milioni di euro.
Salvatore, come tutti i suoi colleghi, esprime il totale senso di abbandono che prova nei confronti delle istituzioni: «Fa inca**are il fatto che per cinquant’anni la Regione Molise abbia autorizzato fermate non a norma. E in questo le aziende sono complici, perché se io non vinco nessun bando e tu mi regali la gestione del trasporto pubblico allora non ti vengo a fare storie sulle fermate, perché tu mi stai dando milioni e milioni di euro. Questo rapporto collusivo purtroppo è il cancro del trasporto pubblico e di molti altri problemi in Molise». Pasquale Giglio dà il monito alla Regione, perché oggi «corre il grosso rischio che la questione del trasporto pubblico diventi incontrollabile. Se capita un grave incidente e la Regione viene chiamata a risarcire il danno, il rischio è che si innesti una reazione a catena tra gli autisti sulla decisione di fermarsi o meno alle fermate non in regola. Questo i politici dovrebbero capirlo».