Cerca

In Italia manca l’educazione sessuale nelle scuole

La scuola italiana non prevede l'obbligo di educazione sessuale a scuola. Lasciando tutto a pochi progetti saltuari e informazioni online.

Questo articolo parla di:

L’educazione sessuale è un diritto sancito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che definisce la sessualità come «aspetto centrale della vita degli essere umani, che include molti fattori come il sesso, il genere, l’orientamento sessuale, l’erotismo e la riproduzione»L’Italia, purtroppo, occupa un posto nella lista di quei Paesi – insieme a Cipro, Bulgaria, Polonia, Romania, Lituania e altri –  che non possiedono un piano curricolare nel merito. 

Sempre nella definizione della sessualità dell’OMS si legge che si tratta di qualcosa «influenzato dall’interazione di fattori biologici, psicologici, sociali, economici, politici, etici, religiosi, spirituali» . Un concetto che va ben oltre al solo sesso, al quale per decenni l’idea della sessualità umana è stata ridotta. Dai primi studi sul tema fino agli anni ‘70-’80, la visione e la divulgazione partiva da un punto di vista totalmente biologico che lasciava poco spazio ad una componente psicologica e socio-culturale. 

Secondo lo storico dell’educazione Jonathan Zimmerman, nel libro Too hot to handle: a global history of sex education,  il punto di svolta è stato il movimento di protesta legato alla diffusione dilagante delle malattie sessualmente trasmissibili. La necessità di arginare il contagio ha portato all’attenzione della politica il tema, stimolando dei programmi di pubblica informazione più approfonditi, che trattavano però il sesso come un “problema di salute pubblica”. Da quel momento in poi l’idea di un’educazione sessuale nelle scuole è entrata nel dibattito della società americana ed europea, con frange più conservatrici legate più alla funzione biologica della sessualità ed altre, più moderne, interessate anche agli aspetti emozionali. Tra gli anni ‘80 e ‘90 vari Paesi occidentali inseriscono così l’obbligatorietà di percorsi di educazione sessuale, seguendo le direttive del 1983 della WHO (World Health Organization). Tra i Paesi dell’UE sono in pochi a non averlo ancora fatto, tra cui Italia, Bulgaria, Polonia, Romania e Spagna. 

I tentativi italiani

Il primo progetto di legge nel nostro Paese risale al 1975, proposto dal deputato del PCI Giorgio Bini, col nome Iniziative per l’informazione sui problemi della sessualità nella scuola statale a cui seguirà una serie infinita di disegni di legge mai approvati, fino al più recente di Stefania Ascari (M5S) nel maggio 2021, l’ennesimo a cadere nel vuoto. Ciò non sorprende più di tanto.

Come afferma la guida “Sexuality education in Europe”,  frutto di una collaborazione tra la Rete europea IPPF, l’ufficio regionale OMS per l’Europa e l’Università di Lund «La Chiesa Cattolica ha una forte influenza in Italia […]. Sia l’opinione pubblica che le posizioni ufficiali tendono ad essere tradizionaliste e “moralistiche”». Nel Concordato del 1948 fu stipulato, infatti, che il Ministero dell’educazione avrebbe dovuto tenere in considerazione le opinioni della Chiesa. Con un passato conservatore che pesa e in assenza di normative nazionali, la scelta della gestione dell’educazione sessuale ricade quindi sulle singole Regioni e, a sua volta, sugli istituti scolastici e i loro dirigenti: una diffusione frammentaria influenzata spesso anche da ideologie politiche.

Uno studio pubblicato nel febbraio 2023 dal titolo Sex Education in Italy: An Overview of 15 Years of Projects in Primary and Secondary Schools riporta i risultati di una rassegna dei progetti sull’educazione sessuale in Italia tra il 2006 e il 2021. È emerso che su 20 regioni, 8 non hanno mai avuto programmi che rispondessero alle caratteristiche rilevanti per lo studio, mentre tra le 12 restanti i progetti totali risultavano 39, disseminati in modo molto disomogeneo: 32 al Nord,  3 in Centro Italia e 4 al Sud. 

Per capirne l’efficacia è stata valutata anche la durata: tutti i progetti al centro Italia hanno avuto un’estensione di solo un anno, al Sud due o tre, mentre al Nord il range è da uno a quindici anni. Inoltre, di 39 totali solo 10 sono stati organizzati dalle Regioni, mentre gli altri 29 sono nati grazie ad ASL (Azienda Sanitaria Locale) sul territorio. Oltre quindi ad una distribuzione disorganica, è chiaro lo stato anacronistico dell’insegnamento dell’educazione sessuale in Italia che evidenzia una decisa distanza dalla media europea, in linea con le normative internazionali dell’Unesco del 2009, aggiornate poi nel 2018. 

Tra i diciassette Sustainable Development Goals dell’agenda 2030 dell’agenzia europea il quarto è proprio l’educazione, al cui interno rientra anche quello della sessualità. Il termine scelto dall’Unesco nel 2018 per sottolineare il concetto ampio di educazione sessuale è Comprehensive Sexuality Education (CSE, Educazione alla Sessualità “Comprensiva”): «un processo di insegnamento e apprendimento basato su un programma di studi incentrati su aspetti cognitivi, emotivi, fisici e sociali della sessualità. L’obiettivo è dotare i bambini e i giovani di conoscenze, competenze, atteggiamenti e valori che gli permettano di: realizzare la propria salute, il proprio benessere e la propria dignità; sviluppare relazioni sociali e sessuali rispettose; considerare il modo in cui le loro scelte influiscono sul proprio benessere e su quello degli altri; comprendere e garantire la tutela dei propri diritti per tutta la vita.» La guida tecnica internazionale sull’educazione alla sessualità elenca i punti chiave e le caratteristiche che questa nuova modalità di informazione deve coprire. Innanzitutto, la CSE deve essere scientificamente accurata, appropriata all’età e allo sviluppo, incrementale e basata su un’attenzione ai diritti umani e uguaglianza di genere.

I programmi, adattati ai vari contesti culturali, dovrebbero trattare otto concetti fondamentali che vanno dal tema della salute sessuale e riproduttiva a quello della violenza o della comprensione dell’identità di genere. Sempre secondo lo studio sopracitato, in Italia gli argomenti identificati dall’UNESCO vengono trattati in modo molto diversificato e sicuramente insufficiente: contraccezione, amore, matrimonio, coppie e famiglia sono quelli più trattati (92% delle regioni), in secondo luogo gli aspetti biologici (83%), e a seguire ruoli di genere, orientamento, questioni LGBT+ (50%), abuso domestico/sessuale e violenza di genere (42%), mutuo consenso  e diritti umani (33%), gravidanza e parto (25%) e infine disabilità (17%). 

Un altro studio del 2022, Sexuality education in Italy 2016-2020: a national survey investigating coverage, content and evaluation of school-based educational activities, ha mostrato come dei (pochi) programmi da loro identificati in Italia, solo un 28.7% rispettano i requisiti della normativa Unesco del 2018 e sono identificabili come CSE, una minoranza in gran parte portata avanti da dipartimenti sanitari locali (ASL)  e CSO (organizzazioni della società civile). Inoltre, il paper indica come gli studenti italiani abbiano punteggi molto bassi in termini di conoscenze e consapevolezza sulla salute sessuale: in studi recenti la maggior parte non aveva un’idea chiara di come la contraccezione funzioni, quali siano le malattie sessualmente trasmissibili o cosa sia e come si acceda a un consultorio. Una minima percentuale degli intervistati ha poi menzionato di aver avuto ore di educazione sessuale a scuola. 

«Durante le medie esperienza terribile […]. Nessuna formazione relativa alla salute sessuale, al piacere e al consenso, tantomeno alla molteplicità di orientamenti sessuali e forme di amore possibili. Oltre a questo, solo il tentativo di un docente giovane e benintenzionato che ha dedicato qualche lezione al tema dell’affettività», è questo un esempio delle tante testimonianze ricevute dalla redazione di Scomodo in risposta alla domanda «Hai mai fatto educazione sessuale a scuola? E se sì, com’è andata?». Tanta confusione, progetti brevi, poco strutturati e superficiali che lasciano uno degli aspetti chiave della crescita di un individuo al caso, «ai sessuologi presenti su instagram e pagine giornalistiche che scrivono articoli al riguardo», come ci è stato riferito da uno dei partecipanti al sondaggio, e alla buona volontà di educatori che si prendono la responsabilità di colmare un vuoto.

«L’educazione sessuo-affettiva secondo me dovrebbe essere un sapere pubblico, laico, omnicomprensivo e positivo. Dovrebbe essere affidato alla scuola, come strumento anti-classista che possa fornire a tutte gli stessi saperi scientifici, indipendentemente dal reddito, dal territorio e dal contesto familiare in cui vive».  A parlare è Isabella Borelli, strategist e advocate femminista e LGBT+, che ha lanciato, insieme a Flavia Restivo e Andrea Giorgini, una petizione per l’introduzione di programmi di educazione sentimentale e sessuale negli istituti superiori della regione Lazio. «L’idea della petizione era, almeno per me, iniziare un dialogo largo con le persone. È chiaro che una legge sull’educazione sessuo-affettiva è materia del legislatore centrale e serve una legge vera e propria» dice Borelli.

La campagna proposta è pensata per agire nei limiti dell’autonomia della Regione e dei municipi grazie al lavoro di numerose realtà che si occupano del tema da anni e che hanno al loro interno personale esperto e formato. «Viviamo in un Paese in cui si discute dei crocefissi nelle classi rendendo pubblica una questione tremendamente privata, e si ostacola in quelle stesse classi l’educazione sessuo-affettiva trattando come privata una questione che non è solo pubblica, ma di interesse nazionale». Viene spontaneo chiedersi chi dobbiamo davvero educare.

Abbonati

Essere indipendenti è l’unico modo per rimanere trasparenti.
Difendi l’informazione libera, abbonati a Scomodo.

8€ al mese

Sostieni Scomodo

Scegli un importo

Articoli Correlati