Imparare a stare a galla: una conversazione con Giorgio Poi

Come un cantautore italiano naviga tra espressione e comunicazione, trovando nella frammentazione l'unica forma di onestà possibile

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L’ultima cosa che chiedo a Giorgio Poi prima di chiudere la nostra conversazione è se è contento del suo ultimo disco. Mi dice «sì, molto» e accenna appena un sorriso. Il tono rivela una fierezza di fondo, la fatica raggiunta e poi superata. Ci vuole impegno, coraggio, per parlare di sé, raccontare i sentimenti che si provano, i drammi che si vivono – consegnare tutto a chi non conosci. Schegge è uscito il 2 maggio e lui ha già iniziato a cantarlo in giro per l’Europa, ribaltando le consuetudini di un’industria che di solito riserva l’estero per la chiusura dei cicli promozionali. «Avevo voglia di esibirmi subito», mi spiega trepidante. C’è necessità di una condivisione reale, con il pubblico. 

Nove brani, trentuno minuti e tredici secondi di un viaggio che è immersione, abluzione quasi. Ascoltarlo è tuffarsi in una conversazione sincera con una voce che ti si fa subito amica, sa come farsi volere bene. Gli chiedo se sia un caso che ci sia così tanta acqua: nel tempo ho maturato l’idea che sia una metafora del dolore inteso non come punizione ma come esperienza, prova di maturità. Nuoterai e ne uscirai più forte, soffrirai e avrai imparato. Tra piscine, barche e transatlantici, la bussola punta in una sola direzione: avanti. Il disco ha una gioiosa malinconia di fondo, ma sembra tendere uno sguardo sorridente all’orizzonte; il mare da solcare con fatica canzone dopo canzone si calma, si fa specchio d’acqua da sfiorare con le dita. L’elemento liquido attraversa Schegge con un’insistenza che non è mai banale, creando un paesaggio emotivo dove il dolore e la rinascita si mescolano in correnti profonde. «L’acqua può rappresentare un ostacolo o un’occasione», riflette. «Rappresenta il pericolo e il riposo, le vacanze e il naufragio». In questa dualità si rispecchia tutta l’ambivalenza della sua generazione, sospesa tra promesse e delusioni, tra ciò che dovrebbe accadere e ciò che non accade mai.

«Noi non siamo fatti per vivere nell’acqua», continua, e in questa osservazione apparentemente semplice si nasconde una verità più profonda sul nostro rapporto con l’ignoto. «È più dell’altra metà del nostro pianeta ma non è quella che ci riguarda, è una zona inesplorata e non pensata per essere nostra». L’acqua diventa così lo spazio dell’esplorazione e del pericolo, della calma e dell’incertezza – territorio di confine dove «ci piace stare vicino alla soglia, tra il mondo che ci appartiene e quello che non è riservato a noi».

Ed è proprio sulle soglie che si muove questo disco: evoca momenti, solca dolori che restano nascosti. Le carte si scoprono quando Giorgio ne parla, quando racconta come le canzoni hanno preso forma. Un lutto, una separazione – non serve entrare nei dettagli, ci sono dolori che vanno raccontati in maniera obliqua e dei quali non ci è dovuto sapere. Lui decide di parlarne, di attraversare; spiega «non avrei potuto non menzionare questa cosa perché sarebbe stato disonesto nello scrivere». Non resisto, gli chiedo se sente il vuoto che resta e al quale io non saprei che nome dare. La musica può dargli se non un nome, una forma?, domando. Accenna un sorriso e guarda in basso, «quando l’ho perso non ho sentito il vuoto ma ho sentito il riempirsi degli svariati vuoti dentro di me con la forza della persona che è venuta meno», racconta. «Quello che ero non c’è più: ora mi sono sento ancora più vicino a lui ed è una nuova quotidianità». 

È una descrizione che rovescia la retorica tradizionale del dolore, suggerendo che il lutto non sia sottrazione ma trasformazione, non assenza ma presenza diversa. Un cambiamento che si fa evoluzione, lineare rispetto alla sua parabola musicale. In un’epoca in cui gli artisti sembrano ossessionati dalle coerenze narrative, la sua musica rivendica una discontinuità atipica. Il titolo stesso implica una frantumazione, un rifiuto dell’uniformità che Giorgio difende con convinzione intellettuale. «Noi abbiamo tante sfaccettature e tutto serve alla nostra personalità. Credo in questa duplicità, sia nell’uniformità sia nelle sfaccettature». È una dichiarazione che suona come manifesto estetico, un atto di resistenza contro la semplificazione che l’industria musicale spesso richiede ai suoi protagonisti.

Giorgio Poi è uno di quegli artisti che sembrano esistere nella penombra del panorama musicale italiano – non per mancanza di riconoscimento, ma per una deliberata reticenza a occupare il centro della scena. È un cantautore che scrive più per esprimersi che per comunicare e in questa distinzione sottile si nasconde tutta la complessità del suo approccio all’arte. «Non penso a me stesso come a un bravo comunicatore», ammette. «Penso solo a esprimermi. Lo faccio per me, sono contento delle cose quando sento che hanno senso per me e poi spero che lo abbiano per altre persone». 

Nel tempo ho maturato la convinzione che l’arte o più in generale la produzione artistica abbia questo come unico scopo: essere familiare. Un giorno senti una cosa e non sai darle un nome, poi trovi qualcuno che l’ha descritta al posto tuo e ti senti capito, meno solo. Giorgio Poi riesce a essere un autore generazionale in questo; mi dice «provo l’incertezza e ne scrivo per darle forma». Gli faccio notare ridendo che se non la provasse e avesse solo delle certezze forse farebbe altro; ride con me. Il punto è che non si tratta di guarire dall’incertezza o di risolverla, ma di darle un perimetro artistico che la renda abitabile. «È il sentimento che è reale e che è legato a cose vissute e ti porta a esprimere certe sensazioni. Si esprimono con parole diverse, immagini diverse ma c’è la verità di fondo che è la tua vita».

Questa verità di fondo emerge anche quando inventa storie apparentemente lontane dalla sua esperienza diretta. Per Giorgio, l’autenticità non coincide con l’autobiografia letterale, ma con la capacità di attingere a sensazioni genuine anche attraverso l’immaginazione. «Le cose non sono mai dette veramente, poi però le interpreti a posteriori», riflette. «Mi piace se qualcuno si fa la sua idea se ascolta il disco, non voglio che sia una lente di ingrandimento su di me ma su chi sta ascoltando».

Questa reticenza a porsi al centro dell’attenzione riflette un carattere che lui descrive come defilato. «Non amo parlare in pubblico. Non lo so perché, forse non sento di avere gli strumenti per formulare un discorso o formulare un dibattito sui temi che ritengo importanti». È un’ammissione che potrebbe sembrare contraddittoria per un artista che fa musica emotivamente impegnata, ma che invece rivela una forma di onestà intellettuale rara nel panorama culturale contemporaneo.

«Ho idee e posizioni ma sono mie», continua. «A volte mi sembra retorico e scontato esprimerle, forse non lo è. Da un lato ho come l’impressione che parlare di alcune cose rischi di trasformarle in occasione di mettersi in mostra, ergersi a paladini di alcune cose. Bisogna farlo con delicatezza, al momento non l’ho trovata». Questa ricerca della delicatezza dice molto sul tipo di artista che Giorgio vuole essere – uno che preferisce agire attraverso l’arte piuttosto che attraverso la dichiarazione pubblica. Ed è proprio in questo panorama comunicativo che Giorgio si sente fuori: «Non mi sento un comunicatore e non mi sento così raggiungibile da un certo tipo di comunicazione. Mi sento fuori, vedo le cose dall’esterno e a volte non mi ci immergo completamente». 

È una cosa che assume un senso soprattutto nel momento in cui mi racconta la formazione di questo disco. «Questo è il primo disco che scrivo a Roma e sono successe così tante cose in realtà che forse non saprei dire se è stata la città o la vita», ammette. La Capitale ha offerto a Giorgio uno spazio diverso per la creatività: «l’ho vissuta camminando e con la musica nelle cuffie – non avevo bisogno di parole in quel periodo, avevo bisogno di tracce strumentali». È un’immagine suggestiva, quella di un artista che attraversa la città alla ricerca di parole che poi vengono da sé; nate dalle esperienze quotidiane. 

La vita di un musicista, osserva Giorgio, «si divide in due fasi. Quella in cui scrivi e poi tutto finisce e si interrompe e sei in giro assieme agli altri e la tua vita solitaria diventa l’opposto». È un’alternanza che caratterizza non solo la routine professionale ma anche la sua stessa identità, costretto a oscillare tra introversione creativa ed esposizione pubblica. «Entrambe le fasi hanno aspetti positivi e negativi», riconosce, «nel momento in cui sta per finire una delle due fasi sei felice del fatto che inizi quella dopo».

Schegge si incastra perfettamente in questa dualità come un disco che non cerca di riconciliare le contraddizioni ma di abitarle. È un’opera che rivendica il diritto alla frammentazione in un mondo che chiede coerenza, che trova nella vulnerabilità una forma di forza, che trasforma l’incertezza in materia poetica. Giorgio Poi non offre risposte facili o consolazioni immediate, ma costruisce uno spazio dove le domande difficili possono essere poste senza la pressione di risolverle.

In un panorama musicale spesso dominato dalla spettacolarizzazione dell’intimità, Giorgio sceglie una strada diversa: quella dell’espressione autentica che non si preoccupa di essere compresa da tutti, ma che cerca la risonanza profonda con chi è disposto ad ascoltare. È un approccio che richiede coraggio – il coraggio di rimanere nell’incertezza, di non spiegare tutto, di lasciare che l’arte parli prima dell’artista.

Quando ci salutiamo, ripenso all’immagine dell’acqua della quale abbiamo parlato; un territorio di confine tra sicurezza e pericolo, tra il noto e l’ignoto. In fondo, Schegge è questo: un manuale di sopravvivenza per chi ha imparato che stare a galla non significa trovare la terraferma, ma accettare che l’equilibrio si trova nel movimento continuo, nella capacità di navigare tra le correnti senza perdere la propria direzione. È musica per chi sa che le verità più importanti sono quelle che si scoprono nel processo del cercarle, non in quello del trovarle.

di Sara Paolella (Sara Paolella)

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