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Imparando a farcela prendere bene al Mi Ami

L’ultimo weekend di maggio, a Milano, il Mi Ami ha festeggiato 18 anni. Il festival musicale organizzato da Rockit si è tenuto come sempre al Circolo Magnolia all’Idroscalo. Per celebrare la maggiore età il Mi Ami ha accolto quasi 40 artisti a serata, spalmati tra 5 palchi. Dal pomeriggio fino alle 3 di mattina si sono alternati artisti emergenti a big della musica italiana e internazionale. La nostra redattrice ci racconta delle sue avventure tra tabelle fittissime, cellulari scarichi, e diluvi.

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La mia preparazione per il Mi Ami inizia settimane prima. Su Spotify salvo playlist per studiarmi artisti, su Vinted cerco galosce. La settimana del festival esco poco, da venerdì a domenica vivrò con il fuso orario di Tijuana, mi devo riposare. Provo a convincere ogni persona con cui parlo a venire con me almeno un giorno, mi trasformo nella peggiore rappresentante della Avon: «50 euro per tutti quei concerti sono un affarone, vedi veramente un botto di gente, è come se pagassi 10 euro a concerto!» –  non nomino le birre a 6 euro, i panini a 9. Con questa elaborata strategia di marketing raccatto qualche amico a cui spiego la tabella fitta che ci aspetta. Venerdi come minimo ci facciamo Marco Castello, Colapesce Dimartino, Okgiorgio. Sabato invece Ditonellapiaga, Le Feste Antonacci, Whitemary. Domenica – davanti a me sguardi disperati: “Ali quanti caffè hai bevuto oggi?”. Non è importante, mi shotto un Maalox. 

 

È venerdì, siamo arrivati da 5 minuti e ho già perso un amico andato a bere con gente conosciuta in fila. Non posso raggiungerlo, sta iniziando Marco Castello. Comincia a piovere ma la gente intorno a me poga e gira canne (non contemporaneamente). Ci sono, sta succedendo, ora mi posso divertire. Mi giro per controllare che anche la mia amica trascinata a forza si stia divertendo, mi sento in colpa. Marco Castello chiama Ele A sul palco e cantano insieme “Mentre Il Mondo Esplode” di Mace. Con la folla urliamo Chissà se impareremo mai a farcela prendere bene come un mantra sotto la pioggia che diventa sempre più forte. Guardando tra il pubblico si intravedono i capelli verdi di Mace, pare soddisfatto.

La mia agenda da Miranda Priestley mi permette di infilare una pausa cena dopo Marco Castello. Lamentandomi dei sistemi di pagamento ai concerti carico dall’app soldi sul mio braccialetto, ci metto meno del previsto e sono costretta ad ammettere che le file scorrono in fretta. “Tutto meglio dei token” ci consoliamo in coda. La ragazza accanto a noi ci dice che si è portata dietro il braccialetto dell’anno scorso perché non le avevano mai rimborsato i quattro euro che le erano rimasti sul saldo. Vuole andare a litigare e riavere i suoi soldi. Ammiro l’impegno. Non la rivedrò mai più, non saprò mai com’è finita, me la immagino in un ring con Carlo Pastore.

 

Dall’area cibo ascolto Venerus mangiando il mio panino vegano da 9 euro, niente salse. All’improvviso insieme alla voce di Venerus se ne sente un’altra, familiare, sbarro gli occhi, è Neffa – non sale su un palco dal 2015. Spintono amici e parenti, corro seguendo la musica come un’invasata. Non vedo niente e sento poco, ma mi commuovo come se sul palco ci fosse mio padre. Fanno solo un pezzo Aspettando il sole. Era stato annunciato un concerto a sorpresa a mezzanotte, mi convinco che sarà Neffa, che il pezzo con Venerus fosse solo un assaggio. Da questo momento in poi tutte le mie azioni, da settimane accuratamente programmate, virano verso un solo obiettivo: essere sottopalco durante il concerto di Neffa. 

 

Ho ancora qualche ora però, adesso ci sono Colapesce e Dimartino. Vari problemi tecnici causati dalla pioggia li costringono ad iniziare il concerto con qualche pezzo in acustico. Quando finalmente sembra tutto risolto sale sul palco il resto della band, tra cui anche Adele Altro e Nicolò Carnesi – “Gli Avengers dell’indie!” dico entusiasta ai miei amici, nessuno ride. “Quand’è che fanno Musica Leggerissima?” borbottano le persone intorno a me, “Ingrati – penso io – alla fine, quando vuoi che la facciano”. Quando finalmente la suonano, la gente urla e balla la hit sanremese come fosse un grande classico. Vorrei odiarli un po’ perché conoscono solo questa, ma mi sto divertendo.

Come in una brutta romcom adesso diluvia forte e io devo rincorrere il mio amore (sempre Neffa, sì) ma ho una serie di ostacoli da superare. Primo su tutti il fango che ormai ha invaso il Circolo Magnolia, rendendo ogni spostamento più lento e rischioso. Mi sposto dal Palco Dr Martens al Champion come se camminassi sulle sabbie mobili, ad ogni passo temo che le mie Blundstone verranno inghiottite dalla melma di Segrate. A un certo punto la realizzazione –  secondo ostacolo –  mi scappa la pipì. Faccio due conti; in effetti bevo birre da 4 ore e non ho ancora osato avvicinarmi a un bagno chimico. Ora o mai più, Neffa mi aspetta. I bagni davanti al Palco Champion sono circondati da fango, come un castello circondato da un burrone, però il castello è un bagno chimico. 

 

Terzo ostacolo, il mostro finale: Bello Figo Live Band

Sì, proprio quel Bello Figo debutta con la sua band questa sera al Mi Ami, sullo stesso palco dove dopo dovrebbe arrivare Neffa. Le ragazze con cui sono vanno a sentire Daniela Pes, rimango da sola. Io, Bello Figo, e più o meno tutti gli ex insopportabili delle tue amiche. Il rapper prova a parlare ma dalla folla urlano solo Fran-Ces-Co Tot-ti. Diluvia, ho freddo. Per passare il tempo conto i ragazzi col mullet mentre Bello Figo canta di pasta col tonno e affitti. Mi rendo conto di sapere tutte le canzoni a memoria. Forse sono io l’ex insopportabile delle tue amiche? 

Scrivo ad amici andati al Palco Jack Daniel’s ad ascoltare i Tre Allegri Ragazzi Morti. Una spunta: Gli è morto il telefono. Già mi vedo sulla prima pagina dell’Eco di Bergamo: “Ragazza rimane per giorni al Mi Ami a cercare gli amici, nessuno le aveva detto che il festival fosse finito, ripete in loop le parole “tonno” e “Totti”. Ripenso a Marco Castello, mi dico di provare a prendermela a bene.

 

La luce infondo al tunnel, Bello Figo finisce, la folla va via. Sgattaiolo verso sottopalco, eccomi Neffa sono qui per te. Mi guardo intorno per provare a individuare qualche mio amico ma riconosco solo Vasco Brondi. Si inizia a creare un po’ di folla intorno a me, noto che sono molto giovani, oserei dire piccoli. Guardo il palco e non ci sono strumenti, stanno solo mettendo una console. Ho un brutto presentimento. All’improvviso un’immagine sullo schermo dietro al palco segna la fine del sogno. Foto di palazzi e una sola, grande scritta: LA PROVINCE. Ripasso a mente la discografia completa di Neffa, qualcosa non torna. Una desinenza, pronunciata da un 17enne accanto a me, mi riporta alla realtà. -ANDO. Sono finità in transenna al concerto di Rhove. Potrei rimanere, scoprire cose nuove, fare amicizia, ballare Shakerando fingendo una nonchalance che non mi appartiene. Però l’acqua mi è entrata nelle scarpe e non ho bevuto abbastanza per ridere di questa situazione. 

 

Qualche ora prima avevo detto «Se non vedo Neffa mi sparo», torno indietro con la coda tra le gambe. Provo a cercare i miei amici al concerto dei Tre Allegri. Dovrei dire “uno dei concerti”, perché il gruppo di Pordenone si esibirà tutte e tre le sere, un decennio di discografia a serata. “Un po’ una tortura” mi dico mentre comunque canticchio tutte le canzoni e ripenso a Tumblr e il ginnasio. Dei miei amici nessuna traccia. Provo ad andare verso Daniela Pes ma il passaggio al palco è bloccato da gente che cerca riparo dalla pioggia. Nella mia testa risuona il titolo dell’Eco di Bergamo. Mi rifugio nell’unica altra parte coperta del festival, il capannone del merchandising. Se non fossi disperata e infreddolita la troverei una simpaticissima strategia di marketing. Guardo le felpe battendo i denti ma costano 45 euro, sarà per un’altra volta. Mi sento afferrare una spalla. I miei amici. Non morirò a Segrate. 

 

Nel capannone con noi ci sono persone che dormono, che soffiano bolle di sapone, qualcuno suona l’armonica, qualcuno prova a chiamare taxi. Tra la pioggia si sente poco del live di Okgiorgio, ultima tappa nella mia tabella di marcia ormai abbandonata. A uno dei banchetti, in camicia di lino, Marco Castello firma vinili e si presta sorridente per foto. Sembrerebbe che nessuno gli abbia detto della situazione apocalittica a pochi centimetri da lui. Ripenso alle ultime ore –  dopo una vita di live il mio primo concerto da sola sarà per sempre quello di Bello Figo al Mi Ami. Arrivano i vigili del fuoco a cacciarci, il Magnolia è diventato pericoloso, Okgiorgio smette di suonare. Camminiamo verso l’uscita circondati da gente che scivola nel fango ridendo. Il tassista ci chiede che ci facciamo sotto il diluvio, a Linate, alle 3 di mattina. Gli dico che c’erano gli Avengers dell’indie, ma non ride neanche lui. 

 

di Alice Santini (Alice Santini)

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