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Il problema del giornalismo italiano nella copertura di Gaza

Una ricerca di Scomodo per cercare di capire l’esistenza e l’estensione di un bias pro-Israele su tre giornali italiani: la Repubblica, Libero e il Corriere della Sera.

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A sei mesi di distanza dall’inizio delle operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza, è arrivato il momento di tirare le somme sulla copertura mediatica di quanto sta avvenendo nella Striscia.

Questa necessità si palesa a causa di una frattura che si è andata a creare fra opinione pubblica e sistema mediatico, acuitasi con il crescere del numero dei crimini di guerra israeliani nel corso degli attacchi all’interno della Striscia. Vi è infatti la sensazione generale che, dinanzi alla diffusa solidarietà e sensibilità dell’opinione pubblica nei confronti del dramma della popolazione palestinese, queste preoccupazioni non trovino spazio all’interno di un sistema mediatico internazionale che ha deciso di abbracciare acriticamente la causa israeliana, sottolineando costantemente le responsabilità di Hamas e tacendo il massacro della popolazione civile perpetrato dall’IDF, le forze militari israeliane.

Questo fattore sta influendo profondamente sul già logoro rapporto tra stampa e opinione pubblica, con la seconda sempre più sfiduciata nei confronti dei giornali dinanzi a quella che appare come una chiara presa di posizione a favore di Israele. Una tematica che si inserisce in quel clima di sfiducia generale verso il mondo dell’informazione che la rubrica Parallasse analizza da anni: da qui la decisione da parte della redazione di occuparsi di questo tema, oltre la centralità degli eventi di Gaza nello scenario internazionale attuale.

Un lavoro simile a quello che proponiamo in questa puntata della nostra rubrica é stato svolto dal sito di inchiesta giornalistica The Intercept, da sempre attento nei confronti delle evoluzioni del sistema mediatico internazionale. In un articolo del 9 gennaio 2024, i giornalisti Adam Johnson e Othman Ali hanno pubblicato i risultati di una loro indagine quantitativa sulla copertura data dalle principali testate statunitensi (New York Times, Washington Post, Los Angeles Times) rispetto all’andamento dell’operato israeliano nelle prime sei settimane dell’offensiva a Gaza. Secondo gli autori, analizzando più di mille articoli che si sono occupati della questione, emerge chiaramente un bias a favore di Israele. Il crollo dell’uso del termine “palestinesi” con l’aumentare del numero delle vittime all’interno della popolazione civile della Striscia; l’utilizzo di termini come “massacro” unicamente riferendosi al lato israeliano; la reticenza nel citare il massacro di minori che sta avvenendo a Gaza; il concentrarsi solo sui casi di antisemitismo su territorio americano, tacendo sugli episodi di islamofobia nel corso dello stesso arco temporale. Tutti questi elementi proverebbero l’esistenza di una netta scelta di campo da parte delle più autorevoli testate statunitensi: una scelta che premia la causa israeliana, a scapito di una metodica copertura del dramma della popolazione civile di Gaza.

Un’analisi della copertura dei giornali italiani

Sull’onda di questo lavoro, Scomodo ha deciso di promuovere una ricerca con al centro il sistema mediatico italiano, per cercare di capire l’esistenza e l’estensione di un simile bias pro-Israele anche su alcune testate nazionali.

I giornali che abbiamo preso in considerazione sono tre la Repubblica, Libero e il Corriere della Sera. La scelta nasce sia dalla volontà di coprire un arco di linee editoriali abbastanza eterogenee, sia da considerazioni pratiche sulla accessibilità dei dati durante la fase di raccolta. Abbiamo individuato alcune parole chiave e abbiamo raccolto tutti gli articoli usciti tra il 7 ottobre 2023 e il 25 febbraio 2024 che contengono almeno uno di questi termini nel corpo del testo. In totale, sono circa 18mila articoli. I termini chiave scelti sono: “Israele”, “Palestina”, “Antisemitismo”, “Islamofobia”, insieme a tutti i loro derivati. 

Sono stati raccolti poco meno di 17.800 articoli. Per tutti i giornali presi in considerazione, il numero di articoli al giorno sul tema è molto alto durante i primi giorni successivi al 7 ottobre. In seguito, invece, diminuisce e raggiunge i valori più bassi tra Natale e inizio gennaio.

Una possibile interpretazione di questo andamento risiede nella normale dinamica dell’informazione: all’inizio, una storia o una notizia è talmente importante che ogni piccolo aggiornamento merita un articolo a parte. Man mano che passano le settimane, quella storia non è più una novità e conviene dargli meno spazio. Anche The Intercept, che si concentra sul periodo tra il 7 ottobre e il 25 novembre, trova dati simili per i giornali americani. Mostrando che anche il conflitto Israele-Hamas non fa eccezione. È un effetto per certi versi paradossale, se si considera che man mano che l’offensiva israeliana va avanti, le vittime civili palestinesi aumentano sempre di più: ma per i giornali è ormai una storia passata.

In seguito, ci siamo concentrati sul modo in cui i titoli di questi articoli sono strutturati. L’intenzione era di capire quali sono i soggetti che appaiono più spesso nei titoli: la Palestina e il popolo palestinese, Israele e il popolo israeliano, Hamas. Più del 54% degli articoli pubblicati da Libero comprendeva la parola “Israele” e derivati nel titolo, all’incirca il 30% nominava “Hamas”. Repubblica e Il Corriere presentano dati simili anche se, rispetto al quotidiano diretto da Sechi, entrambi citano nei loro titoli “Palestina” e derivati leggermente più spesso a discapito di “Israele” e derivati.

Rimangono comunque dei punti importanti che vale la pena di sottolineare: non solo Israele è protagonista della narrazione di tutti e tre i quotidiani, ma l’utilizzo del termine ‘’Palestina’’ e derivati è per tutti inferiore rispetto ad “Hamas”, che viene privilegiato come soggetto di controparte. Va ricordato comunque che la nostra analisi riguarda solamente i titoli e non nel corpo degli articoli*.

Una narrazione deviante e occidentalocentrica

«Si tratta di una tendenza molto simile a quella che abbiamo visto nel 2015 a seguito degli attentati di matrice islamista legati allo Stato Islamico», fa notare a Scomodo Leila Belhadj Mohamed, giornalista freelance esperta di diritti umani e geopolitica dell’Africa e del Sud Ovest Asiatico. «Soprattutto nei primi mesi del confltto, Hamas è stato spesso associato allo Stato Islamico, nonostante la profonda differenza tra le due realtà, proprio al fine di fomentare quell’idea di terrorismo», aggiunge Belhadj Mohamed.

Durante l’intero periodo preso in considerazione, tutti e tre i giornali hanno pubblicato diverse centinaia di articoli contenenti la parola “antisemitismo”, mentre per “islamofobia” il massimo è stato di poco più di una trentina articoli.

L’ultimo aspetto della nostra indagine riguarda l’attenzione rivolta a forme di odio e discriminazione, quali islamofobia e antisemitismo. Mettendo a confronto il numero di articoli con titoli contenenti la parola ‘’islamofobia’’ e derivati e quelli che invece nominano l’“antisemitismo” e derivati, è risultata una fortissima discrepanza. Durante l’intero periodo preso in considerazione, tutti e tre i giornali hanno pubblicato diverse centinaia di articoli contenenti la parola “antisemitismo”, mentre per “islamofobia” il massimo è stato di poco più di una trentina articoli. La differenza più marcata riguarda Repubblica: a fronte di 852 articoli con “antisemitismo” nel testo, ce ne sono solo 34 che contengono “islamofobia”. È un rapporto di venticinque a uno.

«Ci sono molti punti di contatto tra la narrazione portata avanti nel contesto italiano e quello che sta accadendo in tutto il blocco occidentale, anche se alcuni quotidiani a mio avviso non si sono mai mostrati così apertamente filo-israeliani come in questo momento. Un esempio lampante è quello di Repubblica, probabilmente non tanto a causa dell’editore quanto piuttosto dello stesso direttore del giornale, viste le posizioni di Molinari rispetto a Stati Uniti e Israele e i suoi legami con il Likud, il partito di Netanyahu», sottolinea Leila Belhadj Mohamed. «Dall’analisi condotta da The Intercept il bias in favore di Israele sembra emergere per la scelta di non utilizzare parole quali “sterminio”, “strage” o “massacro” quando ci si riferisce a persone palestinesi, mentre in Italia non ci si sta limitando a questo, ma si sta arrivando alla pubblicazione di titoli apertamente islamofobi».

Secondo Laila Sit Aboha, attivista italo-palestinese, che intervistiamo «da questo punto di vista siamo fermi al linguaggio utilizzato nel post 11 settembre, quando la war on terror [guerra al terrorismo, campagna militare internazionale guidata dagli Stati Uniti a seguito degli attacchi dell’11 settembre 2001 NdR] ha cambiato la percezione delle persone arabe e musulmane. Questo ha portato anche a un’enorme differenza tra il racconto che viene fatto del contesto ucraino rispetto a ciò che sta accadendo in Palestina: la stampa italiana riconosce la legittimità della resistenza ucraina, mentre quando si parla della popolazione palestinese, nessuno menziona la legittimità di resistere ad un’occupazione militare, nonostante ci siano alle spalle 75 anni di colonialismo. C’è un fortissimo sentimento anti-islamico e razzismo antipalestinese che porta a ricondurre automaticamente la mia comunità, per il semplice fatto di essere un popolo anche di religione musulmana, nel contenitore dei “terroristi”, della necessità di una liberazione dell’Occidente dall’Islam».

«L’idea della supremazia occidentale come patria dei diritti, che identifica le altre culture come violente e retrograde, è certamente una delle cause di una narrazione non neutrale e deviante di ciò che sta accadendo», afferma Belhadj Mohamed.

«D’altra parte, penso che il problema stia anche nel fatto che la stampa italiana non è veramente libera. Si rimane su questa linea per evitare problemi interni, essendo l’Italia uno Stato che esporta armi a Israele e visti i legami tra destra europea e Likud. Un altro aspetto che sicuramente incide è la scarsissima presenza di persone razzializzate all’interno delle redazioni, nonché il silenziamento, in questo periodo storico, delle voci palestinesi. Da ultimo, manca spesso una contestualizzazione: c’è un capitalismo dell’informazione che porta a fare tutto di fretta e che impedisce di approfondire. Quel poco di approfondimento che viene fatto è spesso lasciato a persone non specializzate sul tema. Questo sta portando al racconto di uno scenario che non esiste, lontano dalla realtà. E, in questo modo, ad andarci di mezzo è la credibilità di un intero settore».

*Abbiamo provato a utilizzare alcuni modelli di linguaggio per individuare eventuali bias nel modo in cui erano scritti i titoli di giornale raccolti. I risultati sono disponibili online a questo link. Non li abbiamo inseriti in questo articolo perché la metodologia utilizzata, insieme all’opacità intrinseca dei modelli di linguaggio, impongono di prendere questi dati con particolare cautela.

Lo spostamento apparente di un oggetto causato da un cambiamento di posizione dell’osservatore è un effetto ottico noto come parallasse. Parallasse è anche il nome della rassegna stampa critica di Scomodo. Attraverso questo concetto vogliamo descrivere il relativismo nelle interpretazioni dei fatti che caratterizza l’industria dei media in Italia. Commistioni politiche, rivalità fra editori, influenze degli inserzionisti. Ogni mese raccontiamo con dati, interviste e analisi, un fenomeno strutturale del giornalismo italiano.

Articolo di Luca Bagnariol, Beatrice Chartroux e Angela Perego

Raccolta dati: Francesco Paolo Savatteri e Ruggero Marino Lazzaroni

Elaborazione dati: Chiara De Felice e Ruggero Marino Lazzaroni

Classificazione via machine learning: Ruggero Marino Lazzaroni

Rubrica a cura di Andrea Carcuro e Luca Bagnariol

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