«Prendiamoci un cappuccino!»
Mi siedo tra i miei compagni di classe, a un tavolo lungo e stretto attaccato alla vetrata. Annuso l’aroma caldo di brioche.
Una luce grigia e dura si stende sopra la pista di atterraggio, le nuvole gonfie di un biancore che taglia gli occhi.
Gli aerei sono lì, fermi. Un gruppo di passeggeri è già in coda per salire. Un altro aereo si allontana piano, le ruote ancora fisse all’asfalto.
Tra poche ore volerò per la prima volta e questo cappuccino non lo voglio.
Guardo gli altri ordinare, quasi identici a me: gli zaini di tutti i giorni, le facce stanche per la sveglia all’alba.
«Dopodomani è il mio compleanno» sta dicendo Marta. «Festeggeremo in Inghilterra». Francesco, il mio compagno di banco, ride di chissà cosa all’altro capo del tavolo. Oltre le pareti del nostro liceo, mi sembra quasi di non conoscerli.
Quando il cameriere mi si avvicina scrollo il capo, abbasso gli occhi, nulla grazie sto a posto.
Stringe le labbra, si allontana infastidito.
Mi vergogno.
Parlano tutti, le voci si accavallano mentre arrivano le tazze, le ciambelle, i cornetti. Alice mescola il suo caffè.
«Ne vuoi un sorso?» mi chiede.
Osservo la schiuma pannosa, deglutisco.
«No, grazie». Le sorrido con dolore.
Giro di nuovo lo sguardo verso la pista, mi concentro sul traffico dell’aeroporto di Malpensa, l’arancione rosato del sole che inizia a orlare le sagome degli edifici.
Fatico a partecipare alla conversazione, anche se il terreno è sicuro: l’interrogazione di greco, fissata due giorni dopo il nostro ritorno.
La verifica di matematica, che ancora non ci è stata restituita.
Il prof di italiano che forse corteggia la prof di inglese: seduti soli vicino al bancone, bisbigliano tra loro senza perderci di vista.
Deglutisco di nuovo, ricaccio in fondo allo stomaco, giù fino ai piedi, tutta la paura che ieri sera è strabordata.
Non ci voglio più andare, non ci voglio più andare. I miei genitori in silenzio.
La loro pena nell’aria.
Poi: «Ce la fai».
A letto il mio cuore ha continuato a battere veloce, nella pancia e nelle orecchie. Non so quand’è arrivato il sonno, contro il cuscino bagnato. Qualche volta piango mentre dormo.
«Vuoi un pezzo del mio cornetto?» Fisso forte la luce che aumenta, sempre color del ferro, finché le lacrime non si ritraggono.
Sbadiglio, mi giro, sorrido. «No grazie, sto a posto. Di mattina non ho fame».
Non ricordo l’ultima volta che ho mangiato un cornetto. Forse durante il mio primo anno, lo spezzavo e leccavo la crema al centro.
Ora li ascolto masticare e bere senza desiderio.
Il loro interesse mi mette a disagio: che c’è di strano? Cos’è che mi marchia?
Forse parlano di me, quando non ci sono.
I miei parlano di me nella notte, sotto le coperte, da un cuscino all’altro. Sussurri inghiottiti di cui perdo il senso ultimo.
Due estati fa siamo andati al mare: anche quella per me era una prima volta.
Volevo vederlo, sentire il sapore del sale.
Poi siamo arrivati, e la folla di agosto mi faceva orrore, il caldo afoso mi schiacciava a terra mentre camminavo veloce lungo le salite, ogni morso di gelato mi graffiava la gola e si depositava come un sasso nello stomaco.
Il menù, quando uscivamo a cena, elencava crudele tutte le mie paure.
E il mare aveva un colore e un odore e un tremolio così opprimenti, che mi faceva sentire il cuore di vetro.
È lì, su quella spiaggia, che la voragine si è spalancata una volta per tutte.
«Voglio andare».
Lo psichiatra mi ha calato addosso il suo sguardo, corrugando le sopracciglia folte e bianche. Anche i capelli sono folti e bianchi, il viso largo, rasato.
Gli occhi non so: forse marroni, forse azzurri, li sfuggo.
Ogni volta devo ripetergli il mio nome, la mia storia. Ci vediamo ogni due mesi, per prassi, lui non mi ricorda.
«Come ti senti?» chiede, ma ha già la sua risposta.
Umore deflesso.
Che vuol dire, umore deflesso? Sono triste, a volte di meno, a volte di più.
Ci sono momenti in cui penso che la guarigione è domani, forse già oggi.
Ma che vuol dire, guarigione? Ha un sapore amaro e falso, da servizio tv: quei programmi pieni di belle parole, speranze dipinte a colori pastello, vicende a lieto fine di persone che non hanno niente a che fare con me.
Altre volte ho gridato: «Mi devono ricoverare, non ce la faccio più».
Ma quando lui mi propone i farmaci, con il suo camice, la scrivania, l’atteggiamento accondiscendente, lo odio.
Che vuoi da me? Non mi conosci. Non mi ascolti. Mi hai inserito nel tuo stupido schema mentale, hai scelto l’etichetta che credi perfetta, pensi che il nome di una malattia possa racchiudermi, la sigla di un farmaco liberarmi.
Al viaggio non rinuncio.
«Voglio andare».
Ha atteggiato la faccia a una compassione medica, odiosa, si è chinato in avanti. «Non è ancora il momento».
Umore deflesso, ha scritto di nuovo. Bradicardia, «ma è compatibile con la sua patologia».
Pathos in greco vuol dire soffrire. Quindi ecco, almeno una verità: soffro. Ma loro, che pensano di poterlo misurare con una bilancia, non capiscono come e quanto.
«Ci vado».
Così sto in questo aeroporto alieno, in mezzo all’entusiasmo altrui. Tremo all’idea di quello che succederà una volta sull’aereo, una volta scesi.
L’autobus che attraverserà il nord dell’Inghilterra, magari sotto la pioggia, nel blu del crepuscolo. Le file di case in mattoni rossi ai lati della strada, quelle che ho visto nei film dell’infanzia. Le dieci famiglie a cui siamo destinati.
Sette giorni, un lampo, un’eternità.
La paura mi si allarga dentro, un margine nero che si tende.
Però sono qui, con loro, li guardo: hanno la mia età, una vita che mi sembra felice, teste più leggere.
«Ragazzi, andiamo al gate!»
Un dolore mentre cammino, mi volto indietro verso il bar, le scale mobili e, qualche piano più giù, l’uscita.
Uno strappo.
L’angoscia al pensiero di tutto quello che non potrò controllare.
Ma mentre avanzo piano seguendoli, lo zaino stretto addosso, sento che ogni passo si fa meno pesante e che oltre quel cielo c’è la mia libertà.