Cerca

Il piano Valditara non educherà alle relazioni

Il Piano Valditara contro la violenza di genere è pieno di problemi. A dirlo sono anche le associazioni transfemministe

Questo articolo parla di:

Il femminicidio di Giulia Cecchettin ha scatenato un’eco mediatica sul fenomeno della violenza di genere e, più in generale, sulla forte problematicità del sistema patriarcale in cui viviamo. Tra le fila del governo si è parlato di emergenza, ma usare questo termine significa oscurare una lunga storia di battaglie femministe che da anni pongono la lente su una tendenza, tra le tante, che persiste fuori dal tempo: la diminuzione di femminicidi negli anni non va di pari passo con quella di omicidi e violenza, ma è nettamente meno significativa, fino a mostrare una quasi stabilità. 

Proprio nei giorni di maggiore clamore, il governo ha reso pubblico il cosiddetto piano Valditara, un progetto scolastico di educazione “alle relazioni”. Diversi aspetti però sollevano dei dubbi sulla sua efficacia: si tratta di un piano non obbligatorio, la cui accettazione dipende dalle scelte degli studenti e dei genitori, che non si pone l’obiettivo di sradicare all’origine il problema. Inoltre, dalle anticipazioni rese pubbliche dei temi trattati, sembra più orientato all’educazione delle conseguenze penali piuttosto che alla messa in discussione, sin dagli ambienti scolastici, di un intero sistema patriarcale. 

Il filosofo femminista Lorenzo Gasparrini, a proposito della strumentalizzazione mediatica dell’argomento, spega a Scomodo che: «il governo approfitta di una elevata sensibilità nell’opinione pubblica per mettere chi più gli fa comodo nella posizione di prendere decisioni […] questo sarà dannoso perché le persone scelte in questo momento sono intanto impreparate e arretrate, e poi non hanno idea di quello che stanno facendo». Tutto ciò si riflette molto nella genesi del piano Valditara, in particolare rispetto alle nomine attorno al progetto.

Il pasticcio delle nomine

Il piano Valditara, il cui titolo ufficiale è Educare alle relazione, era inzialmente previsto per agosto, dopo due brutali casi di stupro avvenuti la scorsa estate. Dopo alcuni annunci però la cosa è caduta nel vuoto, per riemergere invece nei giorni seguenti al femminicidio di Cecchettin. La conferenza di presentazione del nuovo piano, organizzata per il 22 novembre, era presenziata da ben tre dei ministri di governo (con platea di sottosegretari e parlamentari). 

C’erano la ministra per le pari opportunità e la famiglia Eugenia Maria Roccella –  che avrebbe criticato pochi giorni dopo la manifestazione contro la violenza sulle donne del 25 novembre, descrivendola come “troppo politicizzata” e “sprecata per motivi ideologici” –, il ministro della cultura Sangiuliano e il ministro Valditara. Molte delle domande poste dai giornalisti a quest’ultimo riguardavano il nome dello psicologo Alessandro Amadori: consulente di Valditara, già a settembre era stato ventilato come possibile coordinatore del piano. In seguito a un approfondimento su Domani, è scoppiata una polemica sul libro autopubblicato dal consulente del Ministero, intitolato La guerra dei sessi. Piccolo saggio sulla cattiveria di genere.

Il libro di Amadori, difeso anche in aula parlamentare dal ministro a spada tratta, ha il suo punto più preoccupante nel riconoscimento del “male” e della forma della “cattiveria umana”, che si manifesterebbe in modo diverso fra donne e uomini. Questa sarebbe la base dei tanti femminicidi che insanguinano l’Italia, e la responsabilità non sarebbe certo quella di un patriarcato ormai “obsoleto”. Quasi a far sembrare che la posizione di difficoltà femminile sia speculare a quella maschile, siccome “le donne fanno male come gli uomini ma in modi diversi”. Alla conferenza stampa del 22 novembre, il Ministro ha negato di aver affidato il coordinamento del progetto ad Amadori. Allo stesso tempo, però, difende il contenuto del suo libro e ne legge la conclusione, che recita «È arrivato il momento di mettere fine a tutte le forme di archia, che si tratti dell’ormai obsoleta patriarchia, o di un’ipotetica altrettanto arcaica Ginarchia, auspichiamo un terzo scenario che ponga fine alla guerra dei sessi che porti finalmente verso un mondo migliore».

Due settimane più tardi, il Ministro dichiara che a guidare il progetto saranno invece tre donne: Anna Paola Concia (ex deputata PD), la giornalista Paola Maria Zerman (vicina al Popolo della Famiglia) e la suora Anna Monia Alfieri, come a sottolineare una “larga intesa” sul tema e una “depoliticizzazione” della questione. Annuncio che, però, ha vita breve. Valditara cambia idea per l’ennesima volta, affermando che il progetto «non avrà alcun garante», dando la colpa alle troppe polemiche. Polemiche arrivate non soltanto da tutti i partiti della maggioranza, ma anche dalla onlus antiabortista Pro Vita e Famiglia, che ha avviato una petizione contro la nomina a Concia, colpevole, secondo l’associazione, di essere una “attivista LGBT”.

Il Piano

Analizziamo ora il piano. Il progetto pare aver preso forma a settembre, in seguito alle notizie di cronaca sui casi di stupro a Caivano e a Palermo, per concretizzarsi quasi del tutto dopo la strage di Giulia Cecchettin. Il ministro dell’Istruzione Valditara, in seguito a un accordo raggiunto con i ministri Roccella e Sangiuliano e in mano un budget di 15 milioni, ha promosso un programma basato su attività extracurricolari e della durata di 30 ore in un non specificato lasso temporale. 

Il problema principale è che il piano non è obbligatorio, ma su base volontaria. L’organizzazione dei moduli di insegnamento viene lasciata nelle mani del corpo docente, da cui viene selezionato e incaricato un professore come coordinatore del progetto. A questo proposito, Gasparrini dice: «questo è uno dei punti più critici del piano, in quanto il sistema scolastico italiano non è preparato a gestire questa iniziativa, che dovrebbe essere in mano ad enti esterni specializzati in pedagogia ed educazione emotiva. Certo, esistono già progetti simili in Italia, ma sono casi fortuiti in cui magari avviene un’unione di scuole e centri anti-violenza che si occupano di divulgazione in questo senso. In ogni caso sono progetti specifici, che fanno fatica ad andare avanti e che di sicuro non possono essere traslati automaticamente su tutte le scuole italiane». Lasciare libera la responsabilità del progetto può portare ad effetti nocivi, in quanto chi insegna non ha ottenuto indicazioni sul tipo di dialogo da instaurare con gli studenti o sul percorso da presentargli e, in molti casi, anche l’atteggiamento di una parte di docenti non è per nulla propositivo. Come già raccontato da Scomodo in precedenza grazie anche ad alcune testimonianze, l’esperienza dell’educazione sessuo-affettiva di studenti e studentesse varia molto in Italia in base al contesto geografico e ai docenti incaricati.

Critiche e alternative

Il femminicidio di Giulia Cecchettin ha giustamente creato molto rumore mediatico, facendo più ampiamente luce un sistema di dinamiche patriarcali di cui i femminicidi sono solo l’espressione più violenta. In questo senso una differenza importante può essere fatta dall’educazione emotiva se viene praticata sin dai primi anni delle scuole elementari. Ne abbiamo parlato con Monica Pasquino, impegnata dal 2013 con Educare Alle Differenze, una rete nazionale di associazioni che si impegna nelle scuole per creare una cultura inclusiva e plurale decostruendo stereotipi e valorizzando le differenze – e che ha recentemente criticato il piano di Valditara. «Il lavoro che si fa nella primissima infanzia coinvolge principalmente gli insegnanti, che hanno bisogno di linee guida su come affrontare il tema del consenso, del rispetto, dell’espressione di sé. Il lavoro che svolgiamo nelle scuole non intende proporre un nuovo modello femminile ad uno che già esiste, ma vuole mostrare la varietà dei modi in cui si può essere bambina e ragazza, attraverso le rappresentazioni. Crescendo questa rappresentazione si può trovare anche nei libri di testo, con cui la scuola italiana al momento ha un problema di arretratezza. Si tratta anche di una questione spaziale: diamo molta importanza alla pluralità degli spazi a scuola, e all’uso che ne viene fatto». 

Come confermano le persone intervistate in questo articolo, questo può giocare un ruolo ancora più determinante se viene adattato a ciò che abbiamo normalizzato fino ad ora nella distinzione binaria del maschile e del femminile: per i maschi è più probabile che sin da bambini vengano giustificate espressioni di aggressività, rabbia o frustrazione, mentre alle femmine viene detto di arginare questi stessi sentimenti. Un bambino e una bambina di quattro anni provano le stesse identiche emozioni, ma ad un certo punto uno dei due – la bambina – si deve vergognare di avere impulsi violenti, mentre il bambino si sente autorizzato a farlo perchè, si sa, “i maschi sono più fisici”. Il danno non viene fatto solo su questo versante, accade la stessa cosa nel senso totalmente opposto: i maschi sin da bambini vengono sminuiti – e associati a qualcosa di femminile – se esprimono o addirittura se provano sentimenti legati alla tristezza, alla delicatezza, se si mostrano sensibili a qualcosa di dolce. Insomma sin da quando siamo bambini viene resa molto chiara la distinzione tra ciò che spetta alle femmine – dolcezza, sensibilità, sottomissione –  e ciò che invece spetta ai maschi – durezza, stoicismo, dominanza. 

Questa binarietà porta ad un ulteriore meccanismo che in questo caso è univoco: infatti una bambina che presenti caratteristiche emotive di norma associate ai maschi (un “maschiaccio”) è quasi accettabile, perché assomiglia alla parte più potente del binomio. Il contrario invece (una “femminuccia”), è del tutto inaccettabile se non vergognoso. Sin da quando siamo bambini quindi impariamo che sensibilità significa femmina e che femmina significa debole. La scuola deve occuparsi dello smantellamento di questa costruzione. 

Imparare ad identificare e gestire le nostre emozioni liberandoci da questa divisione che ci viene imposta sin da bambini può aiutare ad eliminare il binomio sopra citato. In Italia alcune scuole già dispongono di un piano di “Educazione all’affettività”, che però di solito viene affrontato in maniera superficiale, e tratta solamente di contraccezione, senza dare un contorno emotivo alla sessualità. Come è stato sottolineato da diverse associazioni e osservatori, sebbene sia importante insegnare agli adolescenti a conoscere i metodi contraccettivi a cui hanno accesso, è ugualmente necessario educarli alle relazioni, non solamente romantiche, ma sociali in generale.

Bisogna essere realistici, e ammettere che sarà un percorso molto difficile. Gasparrini ci fa notare che l’introduzione di un piano di educazione emotiva non può non essere accompagnato da una comunicazione efficace alle famiglie. Abbiamo già visto molti docenti e genitori irrigidirsi davanti al piano Valditara, quindi sarebbe necessario studiare un piano parallelo che possa spiegare alle famiglie perché sia necessaria questa forma di educazione. Questa procedura può essere più efficace se chi opera nell’ambito dell’educazione è preparato a contrastare fenomeni di violenza o anche ad individuarne gli accenni. Per questo Educare Alle Differenze ha pubblicato sul proprio sito un elenco di linee guida per contrastare le violenze di/del genere, che sono già state scaricate da oltre 3000 persone e presentate al Senato. Questo testo permette di orientarsi nella prevenzione e nel contrasto concreto di forme di violenza, e può essere d’aiuto per chi si trova in una situazione critica o conosce qualcuno che ritiene essere in pericolo. 
di Alice Pizzigalli (Alice Pizzagalli),Giulio Sabbioni (Giulio Sabbioni),Leone Spallino (Leone Spallino),Leyla Nour Saidani (Leyla Nour Saidani)

Abbonati

Essere indipendenti è l’unico modo per rimanere trasparenti.
Difendi l’informazione libera, abbonati a Scomodo.

8€ al mese

Sostieni Scomodo

Scegli un importo

Articoli Correlati