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Il partito di estrema destra tedesco AfD è sempre più forte

Il partito di estrema destra tedesco AfD è in crescita, nonostante le notizie preoccupanti sul suo conto.

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Nella cittadina tedesca di Pirna, in Sassonia, le elezioni comunali di metà dicembre hanno decretato la vittoria di Tim Lochner, candidato indipendente ma appoggiato dal partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD). Lochner è diventato il primo affiliato di AfD ad assumere la carica di Oberbürgermeister, il sindaco di una grande città, confermando una tendenza che va molto oltre il comune di 40.000 abitanti nel distretto di Dresda: nonostante le ripetute accuse di fomentare sentimenti antisemiti, islamofobi e neonazisti, i consensi del partito sono in netta crescita. Nelle elezioni statali dello scorso ottobre, AfD è risultato terzo in Baviera con il 14,6% e addirittura secondo in Assia con il 18,4%. Questi segnali appaiono allarmanti in vista delle votazioni dei prossimi mesi in Brandeburgo, Turingia e Sassonia-Anhalt, ma anche rispetto alle elezioni di giugno per il Parlamento Europeo, dove AfD rafforza le fila del gruppo di destra Identità e Democrazia (ID), assieme alla Lega di Matteo Salvini e al Partito per la Libertà (PVV) olandese recentemente affermatosi in patria.

Origini e successi di AfD

Il partito di estrema destra è poi tornato a far parlare di sé proprio negli ultimi giorni: la testata di giornalismo investigativo CORRECT!V ha infatti reso noto che alcuni esponenti di AfD hanno partecipato a un incontro con diversi membri di movimenti neonazisti tedeschi e austriaci lo scorso novembre. Argomento principale del convegno è stata la cosidetta “remigrazione”, vale a dire il rimpatrio forzato di migranti e cittadini di origine straniera. L’inquietante notizia ha portato il cancelliere tedesco Olaf Scholz a lanciare un appello alle forze democratiche del Paese per “contrastare questi fanatici”. 

Di fronte a questo preoccupante fenomeno, ci è sembrato necessario cercare di comprendere la crescita di AfD, nato nel febbraio 2013 da una scissione dell’Unione Cristiano-Democratica di Germania (CDU) di Angela Merkel. A questo proposito ci siamo rivolti ad alcuni politologi. Secondo Constantin Wurthmann, professore di scienze politiche comparate all’Università Friedrich-Alexander di Erlangen-Norimberga, questo successo deriva in primo luogo da un malcontento diffuso nei confronti dei partiti di governo (i socialdemocratici di SPD, i verdi progressisti di Die Grünen e i liberali di FDP). Fra i motivi principali di tale sentimento c’è sicuramente il tema dell’immigrazione, rispetto al quale AfD sostiene la necessità di adottare una linea dura fin dalla crisi del 2015. Sebbene i recenti ingressi di migranti in Germania (oltre 1 milione di cittadini ucraini vi hanno trovato asilo dall’inizio del conflitto) siano lontani da quei picchi storici, questo approccio sembra infatti trovare terreno sempre più fertile nell’elettorato tedesco. Jonathan Olsen, professore di Scienze Politiche alla Texas Woman’s University e autore di numerose pubblicazioni sulle correnti estremiste nella politica tedesca, ritiene che la diversa percezione del fenomeno da parte della popolazione sia determinato dalla compenetrazione di due elementi: la propaganda dei partiti anti-establishment e il linguaggio della stampa scandalistica, che promuovono l’immagine dei rifugiati come individui non disposti a lavorare a causa di barriere legali e linguistiche.

Vi è poi l’elemento territoriale: AfD ha grande supporto nella Germania est, ovvero i Land generalmente più depressi in termini di sviluppo economico e livelli di educazione per via del lascito della Germania socialista e della riunificazione. Olsen sostiene che questo fattore sia stato determinato dal progressivo cambio di rotta della sinistra all’opposizione (Die Linke) verso una dimensione nazionale e quindi più distaccata dal territorio est-tedesco. Ciò avrebbe prodotto un vuoto politico a livello locale che adesso sembra essere occupato da AfD.

Importante in questo percorso è stato anche il malcontento popolare esploso in Germania in seguito alle restrizioni imposte per contrastare la pandemia COVID-19. In quel periodo hanno infatti proliferato ideologie antigovernative e teorie cospirazioniste, largamente popolari tra i sostenitori di AfD (un sondaggio pubblicato nel 2021 dalla Fondazione Konrad Adenauer riporta che ben il 56% di questi crede nelle teorie del complotto). Al contempo si sono messi in luce gruppi esplicitamente neonazisti come Querdenker e Reichsbürger, protagonisti di numerosi episodi di cronaca come il tentato sequestro del ministro della Salute Karl Lauterbach nell’aprile 2022 e la cospirazione per assaltare il Parlamento di Berlino, sventata nel dicembre dello stesso anno. 

A differenza di questi movimenti sovversivi, AfD respinge però ogni accusa di estremismo e nega la presenza di elementi radicali tra le sue fila. Il partito ha progressivamente allontanato i suoi esponenti dalle posizioni più compromettenti come Andreas Kalbitz, l’ex capogruppo nel parlamento regionale (Landtag) di Brandeburgo, estromesso nel 2020 per legami con gruppi neonazisti. La leadership attuale ricorre inoltre a un particolare metodo di dialogo politico, che secondo la testata online tedesca Der Spiegel, «è riuscito a normalizzare il suo estremismo». La narrativa utilizzata dagli esponenti del partito si allontana infatti dai temi propri del dibattito politico classico per concentrarsi su argomenti “culturali” come la questione di genere e lo status della comunità LGBTIQ+. In questa narrazione, definita dagli esperti come “metapolitica”, AfD viene rappresentato come la resistenza contro un sistema politico repressivo e asservito ai partiti storici. Non a caso, il rappresentante di JA in Sassonia-Anhalt, Alexander Wiesner, ha recentemente paragonato l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione (Bundesamt für Verfassungsschutz, BfV) alla STASI, la polizia segreta della Germania comunista. La componente estremista rimane tuttavia ben presente nelle fila di AfD: lo scorso luglio, il presidente del BfV, Thomas Haldenwang, ha reso noto che il numero di elementi radicali fra i sostenitori del partito si aggira intorno ai 38.800 elementi.

Anti-establishment

Gli stessi cambiamenti dello scenario politico tedesco che AfD ha saputo sfruttare a suo vantaggio creano inoltre terreno fertile per altre formazioni anti-establishment. Wurthmann riconosce ad esempio potenzialità simili in Bündnis Sahra Wagenknecht (BSW), un partito ancora in attesa di registrazione. Questo movimento nasce da un’associazione fondata a settembre da Sahra Wagenknecht, ex parlamentare di Die Linke, per promuovere una linea politica orientata su politiche sociali conservatrici, misure economiche affini al populismo di sinistra e un approccio conciliatorio con la Russia sul piano degli esteri. 

Abbiamo incontrato Andrej Hunko, un membro del Bundestag che ha lasciato Die Linke per aderire al BSW. Il parlamentare ci ha raccontato il suo graduale allontanamento dal partito, che sembra riflettere il sentimento di molti elettori tedeschi. Hunko contesta infatti diverse decisioni di Die Linke degli anni recenti, ritenendole condizionate dall’establishment mediatico. A questo proposito, il politico ha menzionato proprio la gestione dell’emergenza COVID-19, definendola come una serie di limitazioni alla libertà dei cittadini. Il parlamentare ha criticato inoltre il supporto del partito alle sanzioni imposte alla Russia, sostenendo invece la necessità del dialogo con Mosca.

Gli studi di Wurthmann hanno riscontrato delle similarità fra l’elettorato di AfD e quello di questa ipotetica nuova formazione: entrambi i bacini presentano orientamenti nazionalistici e osteggiano l’Unione Europea. I due schieramenti condividono inoltre l’enfasi sui valori tradizionali e l’apertura alla Russia in politica estera. Secondo lo studioso, queste posizioni sembrano descrivere i partiti che buona parte dell’elettorato tedesco potrebbe cercare al momento: realtà nuove ma allo stesso tempo fortemente legate al territorio e alla popolazione. Una potenziale ricetta vincente per imporsi come forze anti-establishment

La retorica ultranazionalista di AfD si è però scontrata a più riprese con i valori dello stato tedesco. Lo scorso 8 dicembre, l’intelligence dello stato di Sassonia (Landesamt für Verfassungsschutz, abbreviato in LfV) si è espressa sull’associazione locale del partito, classificandola come «comprovato gruppo estremista». Questo verdetto, la misura più estrema prima della messa al bando, è risultato da un periodo di osservazione durato oltre quattro anni, nel quale la LfV ha raccolto informazioni sull’associazione e sulle dichiarazioni pubbliche dei suoi membri. Il risultato non lascia spazio alle interpretazioni: l’associazione promuove «obiettivi apertamente anticostituzionali». Si tratta del quarto caso di estremismo accertato sotto l’ombrello di AfD: la stessa definizione è stata applicata all’associazione regionale nello stato della Sassonia a novembre, nel marzo 2021 a quella in Turingia, e lo scorso 26 aprile a JA (Junge Alternative für Deutschland), l’ala giovanile del partito. Con questo verdetto, l’agenzia di intelligence acquista un maggiore margine di manovra per la sorveglianza dell’associazione e dei suoi membri, tramite l’uso di agenti sotto copertura, intercettazioni telefoniche e accesso ai dati personali. La delibera incide inoltre sulle possibilità per i membri dell’organizzazione di ottenere incarichi statali e licenze per il possesso di armi da fuoco.

La questione dello scioglimento

L’attività di sorveglianza del BfV, al quale le agenzie statali fanno capo, trova la propria legittimazione anzitutto nell’articolo 9 della Legge Fondamentale tedesca. Quest’ultimo, nel disciplinare la libertà di associazione, proibisce infatti al secondo comma «le associazioni i cui scopi o la cui attività contrastino con le leggi penali o siano dirette contro l’ordinamento costituzionale o contro il principio della comprensione fra i popoli»

Si tratta di una disposizione che contribuisce a disegnare un sistema di democrazia militante o protetta, adottato dalla Germania post-nazista al fine di istituire delle barriere all’ingresso di partiti antisistema o di associazioni i cui scopi e le cui attività siano diretti contro l’ordinamento costituzionale. 

Nonostante ciò, non è affatto scontato che dalla classificazione di una sezione di AfD come «comprovato gruppo estremista» si possa arrivare sino allo scioglimento del partito e alla sua esclusione dall’agone elettorale. La Legge Fondamentale tedesca sottopone infatti a condizioni e a una procedura molto stringente la possibilità di sciogliere un partito politico. All’articolo 21 sono dichiarati incostituzionali «i partiti, che per le loro finalità o per il comportamento dei loro aderenti si prefiggono di attentare all’ordinamento costituzionale democratico e liberale, o di sovvertirlo, o di mettere in pericolo l’esistenza della Repubblica federale di Germania». La decisione di scioglimento del partito viene assunta dalla Corte Costituzionale Federale (BVerfG) a maggioranza di due terzi dei suoi giudici.

Dal 1949 ad oggi, questa soluzione è stata adottata soltanto in due occasioni: nel 1952 nei confronti del Sozialistische Reichspartei (SRP), di ispirazione dichiaratamente neonazista, e nel 1956 nei confronti del filosovietico Kommunistische Partei Deutschlands (KPD). Nel 2001 il Bundesrat avviò invece una procedura per la messa al bando del Nationaldemokratische Partei Deutschlands (NPD), schieramento di estrema destra con tendenze neonaziste, ma la Corte finì con il dichiarare l’improcedibilità della causa per via di un vizio probatorio: nel corso delle udienze emerse infatti che alcuni agenti dei servizi segreti si erano infiltrati nel partito sino a raggiungere delle posizioni di comando. La Corte Costituzionale Federale venne chiamata nuovamente ad esprimersi sull’NPD nel 2017, quando rigettò la richiesta di scioglimento ritenendo mancante il requisito di un concreto pericolo per l’ordinamento – nonostante l’ideologia proposta dal partito fosse palesemente contraria ai valori di quest’ultimo secondo numerosi giuristi.

Affinché si possa giungere allo scioglimento di un partito, dunque, la giurisprudenza della Corte sembra aver affermato il principio secondo cui non è sufficiente la propugnazione di un concetto politico volto all’abolizione dell’attuale ordine democratico, ma è necessario che tale organizzazione rappresenti anche un pericolo concreto e imminente per l’ordinamento: devono sussistere, insomma, delle condizioni che consentano al partito di avere successo nel raggiungimento dei propri obiettivi anticostituzionali. Condizioni che, certamente, potrebbero essere rappresentate anche dalla partecipazione di AfD alla competizione elettorale tedesca e dal consenso sempre maggiore che sembra andare consolidandosi nei suoi confronti. 

di Giovanni Benedetti (Giovanni Benedetti),Ruggero Marino Lazzaroni (Ruggero Marino Lazzaroni),Angela Perego (Angela Perego)

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